I miti e le ideologie
Niccolò Zapponi, I miti e le ideologie. Storia della cultura italiana (1870-1960), Napoli, Esi, 1981, pp. 251.
di Fabrizio Soriano
Nel 1981, Niccolò Zapponi pubblica per i tipi della casa editrice ESI di Napoli, il volume «I miti e le ideologie» (1), presentato ai lettori come una storia della cultura italiana dal 1870 al 1960. L’intenzione non è quella di compilare una rassegna degli indirizzi culturali che sono nati o hanno attecchito in Italia dall’unità al postfascismo, bensì quella di esaminare «le principali tendenze culturali manifestatesi in Italia fra gli ultimi decenni dell’Ottocento e il secondo dopoguerra, con l’intento di ritrovare in esse lo sfondo – o per meglio dire, il contesto – delle ideologie politiche coeve», fondando l’analisi su degli «esempi-campione» (pp. 7-8). Una breve premessa, tre capitoli, duecentocinquanta pagine, sembrerebbero essere tutti elementi conformi all’asserita volontà di Zapponi di scrivere un libro adatto alla divulgazione.
A dispetto però delle intenzioni dell’autore, che dichiarava in anticipo «la preoccupazione costante di offrire al lettore una narrazione piana, accessibile senza obblighi gravosi di letture preliminari o complementari» (p. 8), sin dalla premessa, l’esigenza di «dare risalto a una coerenza di eventi, meritevole di riflessione», quasi conteneva in sé un implicito invito al lettore ad andare a raccogliere utili prospettive di raffronto in quei lavori che fino ad allora avevano affrontato i temi della storia culturale dell’Italia contemporanea partendo invece dall’obiettivo di dare risalto a «“differenze”, lampi di genio, utili scoperte, oneste intenzioni, etc.». Il nucleo centrale interpretativo del libro è costituito, infatti, dall’idea che i processi di formazione delle ideologie politiche nell’Italia tra la seconda metà dell’ottocento e la prima metà del novecento si siano svolti su un piano d’incontro tra cultura e politica mediato e influenzato da «mentalità culturali», cioè da «atteggiamenti mentali collettivi» che hanno «infranto la logica delle contrapposizioni politiche» e che hanno impregnato, in una continuità storicamente documentabile, la realtà culturale della nazione nelle varie epoche prese in esame.
E’ stato già debitamente rilevato in altra sede (2) come questa impostazione storiografica derivasse in Zapponi da una mescolanza di influssi annalisti con una particolare sensibilità per la dimensione dell’individuo (in quanto rappresentante di problemi di civiltà) e della categoria degli intellettuali studiata nell’ottica di una «storia culturale della società». Ad un attento esame, nella metodologia di Zapponi non manca nessuna delle suggestioni di quella nuova storiografia che, mettendo al centro delle proprie ricerche la mentalità, i costumi, la cultura, l’immaginario collettivo, nel periodo tra le due guerre, aveva segnato una tappa fondamentale per lo sviluppo delle scienze storiche nell’ambito del ricco e fecondo concetto di «scienze umane». Da Huizinga a Marc Bloch, da Mario Praz a Norbert Elias (3), da Braudel a Lévi-Strauss (4), per finire a chi, come Gorge L. Mosse, in tempi più recenti, era stato riconosciuto da Zapponi come l’artefice di una vera e propria svolta grazie ai suoi lavori innovativi sul nazismo (5). Più nel particolare, l’esigenza di rinvenire «le “costanti” culturali tipiche dello stesso periodo storico» e di carpire lo spirito del tempo attraverso lo studio dei testi letterari, dove anche la letteratura era intesa come «fatto» in cui si registra lo sforzo di una civiltà per autoritrarsi e, infine, la necessità dello studio delle mentalità collettive e delle ideologie, intese queste ultime come un compromesso tra le aspettative degli uomini sul mondo e le contrastanti «evidenze» della «modernità», sono stati i cardini della storiografia di Zapponi che ritroviamo tutti condensati ne «I miti e le ideologie» (6).
Altro punto di interesse nella struttura del libro appare la sproporzione dello spazio assegnato al periodo fascista rispetto a quello dedicato al periodo dall’«Unità alla prima guerra mondiale» e al «secondo dopoguerra». Zapponi precisa, sempre nella premessa, che ciò è legato alla necessità storiografica di affrontare «il problema delle cause, caratteristiche e conseguenze del fascismo» cercando di dare una risposta ai numerosi interrogativi sorti proiettando questo problema sulla prospettiva dei mutamenti di medio e lungo periodo (p.8). In realtà sembra influire a favore di questa scelta una effettiva concentrazione d’interesse sul fascismo, poi metodologicamente espansa al «prima» e al «dopo» nel tentativo di cogliere, appunto nella lunga durata, i meccanismi e le articolazioni dei processi di imbricazione delle categorie studiate: cultura, politica, ideologia, miti, mentalità, intellettuali. Con «I miti e le ideologie», Zapponi arrivava a canalizzare l’insieme delle sollecitazioni ermeneutiche accumulate nel suo primo decennio di ricerca, addentrandosi in un campo di studio, quello sul fascismo, che sempre più sarebbe giunto ad interessarlo nel corso degli anni seguenti. Dopo aver descritto con lucida profondità gli indirizzi culturali (positivismo, estetismo dannunziano, idealismo, futurismo, «toscanismo mitico» di Papini, Soffici e Prezzolini) che tra la fine dell’ottocento e il primo scorcio del novecento provarono ad imprimere un fondo ideologico alla cultura italiana (pp. 26-84) è con l’entrare nel merito della riflessione sul periodo fascista, che il lavoro di Zapponi mostra il suo lato più originale ed innovativo. Da un lato, rilevando nel panorama culturale del primo dopoguerra un certo grado di diffusione a livello di ceti medi italiani di una cultura scettica fortemente intrisa di retaggi tardottocenteschi (scientismo tardo positivista e amoralismo dannunziano) combinata assieme a «lasciti minori da parte futurista, “lacerbiana”, idealista, risalenti all’anteguerra». Dall’altro, sottolinenando la forte consentaneità, da questo panorama culturale, della cultura del primo fascismo e dello stesso Benito Mussolini, quest’ultima descritta esemplarmente da Renzo De Felice (7) nella forma di un «positivismo elementare, un volontarismo neoidealista con forti coloriture pragmatiche e un relativismo assoluto» (p.98).
Ed è proprio questo uno dei punti nodali del libro, l’affermazione della continuità della cultura dell’anteguerra con quella del primo dopoguerra e del fascismo. Zapponi contesta la posizione di Croce espressa ne La storia d’Europa del secolo decimo-nono, dove il filosofo dei «distinti» aveva sostenuto che la guerra e il fascismo avevano rappresentato gli esiti ultimi di un processo di crisi culturale del liberalismo che iniziato nell’ottocento nella forma di «romanticismo morboso» aveva assunto le sembianze dell’attivismo, vale a dire della totale risoluzione della «teoria» nella «prassi». Zapponi contesta pure la tesi di Asor Rosa che oltre quarant’anni dopo, nel saggio Dall’Unità ad oggi. La cultura, comparso nella Storia d’Italia dell’Einaudi, aveva affermato come Croce che la cultura italiana era entrata in crisi con la guerra, ma mentre per Croce questa crisi era considerata infine riassorbibile, per Asor Rosa, con il fascismo, la cultura liberale, generatrice dell’irrazionalismo «attivista» e fascista giungeva al suo «periodo finale» e quindi al suo crollo. Zapponi sostiene, al contrario, che gli indirizzi culturali come «vocianesimo, prezzolinismo, papinismo, sofficismo, gentilianesimo, futurismo, sorelismo, dannunzianesimo, ruralismo reazionario, controriforma», insieme definito da Asor Rosa, «cultura-fogna», non furono solo la cultura del fascismo, furono bensì indirizzi culturali condivisi anche da intellettuali antifascisti e furono l’anello di congiunzione fra cultura prefascista e cultura postfascista, mancando le prove per dimostrare che le tendenze irrazionalistiche, mistiche, estetizzanti, «attivistiche», confluite nel fascismo originassero da una involuzione del razionalismo liberale e borghese. Durante il fascismo la cultura non era stata assorbita dalla politica si era verificato piuttosto che quasi tutte le tendenze culturali del ventennio fra le due guerre, «fasciste e antifasciste», avessero sviluppato la convinzione che la rigenerazione della politica fosse sul punto di realizzarsi grazie alla cultura, «inducendo così molti intellettuali a credere che fosse divenuto un compito istituzionale ad essi affidato quello di indicare al potere la strada del futuro» (pp. 99-104). Emerge la trama su cui è intessuto tutto il libro, il rapporto problematico e non scontato tra cultura e ideologie politiche, derivante dalla riflessione sullo scarto regolarmente registrato in sede storica tra ideologie culturali e ideologie politiche (8) e implicante nel lavoro di Zapponi la necessaria rielaborazione delle posizioni politiche della cultura colte in stretta relazione con gli atteggiamenti mentali collettivi. In tal senso la cultura si poneva veramente come «un sistema organico di valori e convinzioni (per dirla con G.L. Mosse: “un atteggiamento verso la vita”) collettivamente accettato e alimentato».
In questa «nozione di cultura, fortemente intessuta di antropologia» (9), Zapponi scioglieva le polveri del suo interesse per il pensiero mitico e per la religiosità laica, abbracciando gli esiti più interessanti delle ricerche mossiane. Nel riproporsi della dicotomia fra idealisti e antidealisti, fra «partito dei filosofi» e «partito degli esteti», Zapponi ritrova l’asse principale della problematica relativa ai rapporti fra cultura e politica in epoca fascista, mettendo in luce come l’elogio dell’idealismo fosse trasversale (Gobetti, Pellizzi, Gramsci, Bottai) e come ciò rispondesse ad una concezione che vedeva la filosofia evolversi in ideologia politica offrendo alla società un’autocoscienza, un’identità (compito che «i selvaggi», invece, assegnavano all’arte). Per i due schieramenti l’orizzonte mitico Riforma/Controriforma determinava i riferimenti per il radicamento del primato della filosofia per gli uni e dell’arte per gli altri. Così la figura di Machiavelli si stagliava come vero e proprio mito fondativo della figura di intellettuale che promuove l’incontro tra cultura e politica, assumendo i connotati per il «partito dei filosofi» dell’«organizzatore di cultura» ante litteram.
Partendo da questa linea interpretativa Zapponi approda efficacemente anche alla definizione delle modalità con cui i due schieramenti concepivano la fusione fra cultura e politica, vale a dire in termini di ampliamento attraverso il consenso ideologico per i «filosofi» e di epurazione per gli «esteti». In Bottai e Gramsci, ma anche in Gobetti, l’identificazione della filosofia con l’ideologia della cultura e la conversione di quest’ultima in ideologia politica finiva per convergere in una concezione della politica come «egemonia degli intellettuali, come coinvolgimento totale della collettività e come mobilitazione permanente», in una concezione, cioè, «sostanzialmente totalitaria» dell’organizzazione politica. In Bottai, al quale l’arrivo al potere del fascismo consentiva di spostare il problema dell’organizzazione dall’ambito della cultura a quello dello Stato (ordinamento corporativo), si manifestò più l’esigenza del mantenimento delle posizioni conquistate. In Gramsci invece, il problema della conquista del potere rese profonda e densa l’elaborazione teorica della questione della organizzazione della cultura, che giungeva in ultima analisi a coincidere con l’organizzazione di partito allo stesso modo in cui il primato della filosofia si tramutava in primato della ideologia di partito. Ancora una volta, Machiavelli forniva un archetipo mitico cui fare riferimento. Ne «Il Principe», Gramsci ravvisava una metafora del partito, una incarnazione della volontà collettiva, che agiva sulle masse per organizzarle, come un mito soreliano («il mito-Principe», «Il moderno Principe»). La contiguità dei riferimenti simbolici ancora una volta valica gli schieramenti e così Mussolini identifica metaforicamente «Il Principe» nello Stato, solo che in questo l’integrazione delle masse avveniva attraverso il «principe-uomo», unico capace attraverso il suo genio di guidare il «principe-stato» e di plasmare le masse.
Negli anni trenta, la cultura di regime assorbirà pienamente il mito strapaesano de il «principe-superuomo», archetipo machiavellico della rigenerazione naturale della civiltà italiana (archetipo riferibile sia al Duce che all’«uomo nuovo» italiano). Anche Malaparte, in «Tecnica del colpo di Stato» tesserà l’elogio del genio amorale del «Principe» ponendo così accanto al culto della «Controriforma» l’altro tassello di un unico mito del Rinascimento quale massima espressione della «civiltà» italiana, di una capacità ineguagliata di «ricomposizione» dell’uomo nel segno di «una “classicità” morale prima che stilistica», sintesi di spiritualità mistica e di efficientismo militaresco. Questo rinascimentalismo troverà grande ospitalità in molta letteratura degli anni trenta preparando il terreno ai miti fascisti dell’«uomo nuovo», «fondatore e custode di civiltà», miti che avranno, ad esempio, nel «redento» Agro pontino un adeguato allestimento scenico. Allo stesso modo l’esaltazione della religiosità personale del «Principe» e del Machiavelli «cattolico» furono elementi fondamentali del neorinascimentalismo fascista che pur tentando di affrancare la propria religiosità (laica) da riferimenti cattolici, trovò in essi sempre i termini ideali ispiratori per un rafforzamento dei propri miti (pp.136-160).
Solo con l’esperienza della seconda guerra mondiale le consapevolezze circa l’identità culturale dell’Italia sviluppate nel ventennio fascista si rivelarono drammatiche illusioni. La realtà antiumanitaria della guerra fece emergere la fragilità dei miti di neorinascimento, di nuova civiltà, di «uomo nuovo» fascista, miti che moltissimi intellettuali avevano coltivato puntando fortemente sull’incontro tra cultura e politica. Zapponi ponendo la fine del suo lavoro nell’efficace rappresentazione del panorama culturale del secondo dopoguerra (marxismo, neorealismo, neoavanguardia) con l’affermazione di una sostanziale continuità con modelli e suggestioni del passato (primato della filosofia, primato dell’arte, ricerca di una identità culturale originaria, etc.) ha interrotto un flusso di angosciati o smarriti tentativi di rielaborazione della storia culturale italiana (10) che interpretavano la cultura in epoca fascista in chiave di discontinuità, se non addirittura di sparizione. L’originalità delle sue risposte non sta nell’aver dato esito al quesito se sia esistita «una vera cultura, veramente fascista» o una «vera ideologia fascista». Guardando alle conversioni all’antifascismo di molti intellettuali che erano stati fascisti egli sostiene che il fascismo in fin dei conti non era riuscito a «deviare il flusso della cultura» ma solo «a rallentarlo e a contrastare, in parte, la sua diramazione naturale in tendenze contrapposte». Quello che era accaduto piuttosto era che molti intellettuali riuscirono a credere che «la fede nel fascismo costituisse un patrimonio comune», che le lacerazioni fra impostazioni culturali differenti potessero ricomporsi in un nuovo Rinascimento italiano incarnato dal fascismo. A parere di Zapponi, il fascismo aveva favorito ciò più per il fatto di essere al potere che per capacità della sua classe dirigente, cioè più per il fatto di essere una realtà visibile nella quale riporre le speranze di «una rigenerazione culturale per il tramite della politica» (11). Tale convincimento risiedeva nel principio fideistico che la cultura stava per saldarsi con la politica, la «teoria» alla «prassi». La solidità di questo principio fideistico riposava nella sua attitudine a riverberarsi in immagini del passato, in veri e propri simboli, che traevano maggior forza dal radicamento in archetipi culturali che non erano stati generati «dall’euforia nazionalistica risorgimentale o post risorgimentale» ma che avevano ancoraggi nella cultura europea.
L’utilità di questo studio nell’ambito della storia del fascismo emergeva tutto, ancora una volta, nella conferma delle possibilità di storicizzazione di «una qualche dialettica tra continuità e discontinuità, o, per dir meglio, tra certe continuità e la loro attivazione» (12). Si potrebbe concludere che il consenso, l’adesione, l’identità fascista, anche per gli intellettuali e non solo per la massa amorfa poggiasse sulla forza di una tradizione, cioè di miti, attivati all’interno di un quadro di religiosità laica, che il fascismo per venti anni aveva cercato di «organizzare» nel condizionamento di una «modernità deviante». Nel dicembre 1994 la morte prematura di Niccolò Zapponi ha senza dubbio impedito che uno storico di notevole spessore e raffinata cultura potesse cogliere gli ulteriori frutti di un già lungo e fertile lavoro di ricerca nel campo della storia culturale dell’Italia e della storia del fascismo.
(2) R. Moro, Niccolò Zapponi, un ermeneuta della modernità, cit., p.781.
(3) Si fa riferimento specialmente alle opere capitali di questi studiosi: J. Huizinga, L’autunno del Medioevo, Sansoni, Firenze,1953; M. Bloch, I re taumaturghi, Einaudi, Torino, 1974; M. Praz, La morte, la carne e il diavolo nella letteratura romantica, Soc. editrice la cultura, Milano-Roma, 1930; N. Elias, La civilisation des moeurs, Calmann-Levy, Paris, 1939. Gli echi più o meno espliciti di questi riferimenti risuonavano sommessamente ma nello stesso tempo assai efficacemente nella sensibilità storiografica di Zapponi.
(4) R. Moro, Niccolò Zapponi, un ermeneuta della modernità, cit., pp. 783-4.
(5) N. Zapponi, G.L. Mosse e il problema delle origini culturali del fascismo: significato di una svolta, in «Storia contemporanea», n. 3, settembre, 1976. Non è un caso che R. De Felice parlasse del libro di Mosse, La nazionalizzazione delle masse, come di un’opera che in termini di «suggestioni» andava paragonata a L’autunno del Medioevo di Huizinga e a I re taumaturghi di Bloch; cfr. R. De Felice, L’intervista sul fascismo, Laterza, Bari, 1975, p. 23.
(6) R. Moro, Niccolò Zapponi, un ermeneuta della modernità, cit., pp.781-3.
(7) R. De Felice, Mussolini il duce. Gli anni del consenso, Einaudi, Torino, 1974, p.166.
(8) R. Moro, Niccolò Zapponi, un ermeneuta della modernità, cit., pp.785-7
(9) Ibidem, p.783.
(10) Si vedano a puro titolo d’esempio i lavori di E. Garin, La cultura italiana tra ‘800 e ‘900, Laterza, Bari, 1962; G. Luti, Sul filo della corrente, Longanesi, Milano, 1975.
(11) Il compito di dimostrare con maggiore forza e convinzione la capacità del fascismo di organizzare i propri miti nell’ottica totalitaria del primato della politica lo avrebbe assunto in seguito Emilio Gentile, amico di Zapponi e custode del suo colto e problematico modo di intendere la storia.
(12) G.L. Mosse, Intervista sul fascismo, Laterza, Bari, 1977, pp.16-17.

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