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Il garibaldinismo nella storia d'Italia

E. Cecchinato, Camicie rosse. I garibaldini dall’Unità alla Grande Guerra, Roma-Bari, Laterza, 2007, pp. 376.

 

di Christian Satto

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Secondo quanto ha recentemente sostenuto Maurizio Degl’Innocenti, il mito di Giuseppe Garibaldi si fonda su quattro elementi costitutivi chiave: la nazione, il popolo, il volontariato e l’associazione. «Tutti – scrive Degl’Innocenti – gli riconoscevano [a Garibaldi] straordinarie doti carismatiche e di direzione di uomini che a lui si accostavano volontariamente, spesso con dedizione assoluta. Ma soprattutto il suo mito impersonificò quattro momenti caratterizzanti il secolo al quale appartenne, l’800: la nazione, il popolo, il volontariato e l’associazione» (1). Il libro di Eva Cecchinato si occupa, appunto, di uno di questi aspetti: il volontariato garibaldino, soffermandosi particolarmente sulle vicende che ne caratterizzarono sviluppi politici ed itinerari umani nei decenni compresi fra l’Unità e la Grande Guerra. «Questo libro – esplicita l’autrice nel Prologo – intende innanzitutto ricostruire il quadro conflittuale al cui interno, a cavallo della nascita del Regno d’Italia, si discusse e si realizzò l’emarginazione delle forze politiche e militari che avevano propiziato la caduta del regime borbonico» (pp. XII-XII). Il lavoro consta di tre parti: Dall’Unità d’Italia alla presa di Roma, Racconti ed eredità del Risorgimento e Il garibaldinismo dopo Garibaldi e si distingue per l’accuratezza della ricerca documentaria. In questo breve intervento vorrei, però, soffermarmi soprattutto sulla prima parte, dedicata al periodo storico nel quale affondano le radici i motivi dell’«emarginazione» di quelle forze che andranno a costituire il nerbo dell’opposizione di Sinistra sui banchi del Parlamento oppure ad innervare le fila di quella galassia repubblicana che per sua stessa natura era inconciliabile con l’assetto istituzionale, la monarchia costituzionale fondata sullo Statuto Albertino, dello Stato uscito dal Risorgimento.
Questo processo di «emarginazione» delle forze garibaldine ebbe simbolicamente inizio con il famoso incontro di Teano (26 ottobre 1860) tra l’Eroe vittorioso sui Borbone da un lato e Vittorio Emanuele II dall’altro, salutato dal primo come Re dell’Italia redenta. In quel momento la linea moderata dettata da Cavour era già prevalsa, scongiurando qualunque idea di costituente tanto cara ai democratici. I garibaldini, invece, si trovarono ad essere trattati da rivoluzionari pericolosi per la tranquillità interna ed esterna dello stato. Basti pensare in proposito, come nota l’autrice aprendo la seconda parte del libro, che «negli anni tra Aspromonte e Mentana il Ministero dell’Interno controllava sistematicamente per lo meno 600 ex garibaldini» (p. 151). Un dato questo al «ribasso» che, tuttavia, dimostra, secondo l’autrice, come «la militanza patriottica a fianco di Garibaldi rappresentava cioè un prerequisito sufficiente del sospetto e del controllo, ed era essa stessa a costituire un precedente “sovversivo”, un fattore discriminante bastevole a suscitare diffidenza da parte degli apparati governativi» (p. 152).  L’11 novembre 1860 l’esercito meridionale, infatti, era stato sciolto per decreto con l’idea che, accelerando il processo di annessione sancito dai plebisciti dell’ottobre precedente, si potesse porre fine a quella che i moderati presentavano come la «rivoluzione» e l’«anarchia» del Mezzogiorno, conquistato prima e governato poi dai garibaldini. Tuttavia, non bisogna sottovalutare i motivi politici che avevano spinto Cavour ad interrompere il prima possibile l’impresa dell’Eroe ricorrendo anche all’invasione di consistenti porzioni di territori dello stesso Stato Pontificio per impedire che il generale marciasse su Roma, evento questo che avrebbe avuto conseguenze disastrose per le sorti del non ancora proclamato Stato unitario sul piano dei rapporti internazionali. Negli anni successivi, il persistere di Garibaldi, convinto da un ambiguo atteggiamento del re e di Rattazzi, in tutti e due gli episodi presidente del consiglio, nel voler portare a compimento l’Unità conquistando Roma con azioni dal basso avrebbero, infatti, condotto ai disastri di Aspomonte (1862) e di Mentana (1867), entrambi ben contestualizzati e ricostruiti in questo saggio.
Alla questione dello scioglimento dell’esercito garibaldino e alla difficile e poco agevolata collocazione dei volontari nel nuovo esercito italiano, Eva Cecchinato dedica pagine importanti, ben costruite integrando i carteggi privati con i resoconti dei dibattiti parlamentari. La questione di “che fare” dei garibaldini all’indomani dell’Unità occupò il Parlamento in un acceso dibattito durante la primavera del 1861 che vide protagonisti tutti i più titolati esponenti politici sia della Sinistra che della Destra. In particolare emersero le dure critiche di Manfredo Fanti ai garibaldini e all’idea di un esercito diverso da quello della tradizione sardo-piemontese. Si poteva certo ascrivere fra i meriti degli uomini del Generale l’«aver distrutto un regime, ma non si riteneva plausibile attribuire loro la capacità di costruire su quelle macerie e di governare» (p.11). L’11 aprile 1861 fu emanato, partendo da una proposta dello stesso Garibaldi che fu di fatto snaturata in commissione, un decreto che istituiva  il Corpo volontari italiani, mai decollato e sciolto appena un anno dopo, il 27 marzo 1862. La sistemazione dei garibaldini prevista da questa soluzione, osserva Eva Cecchinato, «nella sostanza ne determinava la neutralizzazione e lo smantellamento, chiudendo le prospettive di un reale inserimento di un numero consistente di ufficiali nell’esercito regolare» (pp. 8-9). Il volontariato, per la sua stessa natura di movimento dal basso, poneva seri problemi di legittimazione per una classe politica tendenzialmente conservatrice nelle idee, anche se rivoluzionaria nei fatti, che vedeva in questa tipologia di mobilitazione patriottica un fenomeno da trattare con estrema cautela. In proposito, nota ancora Degl’Innocenti, la Destra non poteva andare oltre perché «riconoscere un qualche ruolo ai volontari dopo il 1860 avrebbe potuto minare la leadership dei moderati e, non meno, indebolire lo stesso ruolo della monarchia sabauda in una situazione interna e internazionale molto difficile. La classe dirigente preferì agire sugli alti quadri e fu pertanto abbastanza attenta a sanzionare, se si preferisce: a addomesticare, l’opera dei rivoluzionari, con un uso generoso di onorificenze» (2). Come ricorda anche Eva Cecchinato circa duecento dei mille di Quarto entrarono poi nell’esercito. La mancata integrazione dei garibaldini nello Stato unitario, quindi, rappresenterebbe uno dei passi più significativi verso quella «emarginazione» dalla quale siamo partiti.
Questo processo di «emarginazione» attuato dalla Destra, tuttavia, e questo mi pare vada sottolineato con forza, fu dovuto in parte anche all’incapacità della Sinistra di presentarsi in Parlamento come una forza politica compatta intorno a un leader riconosciuto quale poteva essere, ma non fu, proprio il generale Garibaldi. Secondo Rosario Romeo, infatti, sebbene nelle elezioni del gennaio-febbraio 1861, che delinearono la prima Camera veramente italiana della storia, il blocco cavouriano si fosse imposto in modo netto, la Sinistra, grazie alla sua contiguità con il movimento democratico-garibaldino avrebbe potuto contare su una maggiore coesione interna (3). La maggioranza moderata, infatti, essendo venuta meno la vecchia destra reazionaria piemontese avrebbe dovuto assumersi l’onere di difendere talune posizioni conservatrici indebolendosi di conseguenza. Il problema fu che la Sinistra non riuscì a resistere alla tentazione di portare la politica al di fuori del Parlamento e di agire talvolta contro di esso promuovendo iniziative che avrebbero, come detto in precedenza, messo in pericolo la posizione internazionale del Paese, provocando così la propria autoemarginazione. Nelle pagine di Eva Cecchinato questa difficoltà dell’opposizione ad agire compatta secondo le logiche del confronto parlamentare emerge, ma potrebbe essere ulteriormente approfondita. Coloro che avrebbero traghettato la Sinistra verso una progressiva e completa parlamentarizzazione ricorrono spesso in questo denso saggio: Mordini, Crispi e Depretis. Tuttavia, la fase più difficile fu il progressivo distacco da Garibaldi le cui capacità di leader politico venivano già messe in dubbio nel 1861 da un personaggio quale Agostino Bertani che criticava la nascente mitizzazione dell’Eroe dei Due Mondi. «Per me – scriveva Bertani a Crispi nel gennaio del 1861 – credo che l’Italia, giovandosi dell’uomo e del nome, dovrebbe anche comprendere il proprio dovere e compierlo senza idolatrie» (pp. 29-30). Il medico milanese, quindi, proponeva, senza ovviamente contestarne il ruolo, «un atteggiamento più laico verso quella che era diventata una leggenda vivente» (p. 30).
La Sinistra per accreditarsi come una valida alternativa alla Destra avrebbe dovuto seguire la strada che indicava uno dei suoi esponenti politicamente più accorti e autorevoli: Francesco Crispi. Così ne ricostruisce le posizione l’autrice: «mantenersi nella legalità, credere nelle istituzioni liberali, servirsi di tutti gli strumenti garantiti da esse per portare avanti la propria lotta antimoderata, non compromettere il prestigio di Garibaldi inducendolo ad esporsi politicamente, confidare in un futuro non lontano in cui le inadeguatezze della Destra avrebbero aperto la strada alla Sinistra, l’unica capace di governare» (p. 40). Prima di essere seguita in modo coerente dallo stesso Crispi, però, questa linea avrebbe dovuto fare i conti con la crisi di Aspromonte e, soprattutto, con quella di Mentana che mise sostanzialmente la parola fine ad ogni tentativo dal basso di conquistare Roma senza l’appoggio dell’Europa. Segno di una situazione di mutamento politico interno alla Sinistra era il fatto che, questa seconda impresa, come opportunamente sottolinea Eva Cecchinato, fu criticata «sia da parte di quegli ex rivoluzionari che sempre più si stavano integrando nelle istituzioni, sia di chi se ne andava dissociando definitivamente» (p.133). Nonostante tutto, neanche i fallimenti come quello di Mentana appena ricordato, offuscarono, anzi rafforzarono, la capacità attrattiva del mito di Garibaldi e della camicia rossa, che si sarebbe esplicitata fino alla Grande Guerra.
Camicie rosse, quindi, si configura come uno dei contributi che all’interno della vasta messe di studi apparsi in occasione del bicentenario garibaldino merita viva attenzione perché solleva interrogativi interessanti, dimostrando come anche da un tema già vagliato dalla storiografia si possano ancora trarre spunti di ricerca originali e proficui.


(1) M. Degl’Innocenti, Garibaldi e l’Ottocento. Nazione, popolo, volontariato, associazione, Lacaita, Manduria-Bari-Roma, 2008, p. 5.

(2) Ivi, p. 40.

(3) Cfr. R. Romeo, Cavour e il suo tempo, vol. III, Roma-Bari, Laterza, 1984, pp. 892 ss.