Con Togliatti e con Berlinguer
Giuseppe Chiarante, Con Togliatti e con Berlinguer. Dal tramonto del centrismo al compromesso storico (1958-1975), Carocci, Roma, 2007
di Gregorio Sorgonà
Negli ultimi anni del secolo appena iniziato le «ricostruzioni biografiche» intese a riprodurre la storia del Pci attraverso la lente del proprio vissuto personale hanno occupato uno spazio non indifferente tra le pubblicazioni relative alle vicende interne al comunismo, e alla sinistra, italiane. A una prima analisi il profilo «generazionale» degli autori rimanda chiaramente a quel gruppo dirigente che assunse una centralità politica dentro il Pci a partire dalla seconda metà degli anni ’50 e che interpretò da protagonista, nonché su differenti posizioni, l’articolato scontro interno cui questo partito andò incontro nel corso degli anni ’60. La contrapposizione vissuta in quegli anni, canonicamente e forse erroneamente ristretta tra «destra amendoliana» e «sinistra ingraiana» (1), si riflette anche in sede, ricostruttiva indicando il carattere di lunga durata e l’irriducibilità delle posizioni messe in causa (2). Il contributo di Chiarante al dibattito si inserisce dentro questa cornice distinguendosi, tuttavia, per una particolarità non indifferente e relativa alla biografia politica dell’autore, che fu giovane dirigente nazionale della sinistra democristiana prima ed esponente di spicco, ricoprendo importanti incarichi nazionali, della sinistra comunista poi.
Se le vicende e le ragioni del passaggio al Pci di Chiarante e di altri esponenti della sinistra democristiana, tra cui Lucio Magri e Ugo Baduel, sono già state analizzate dall’autore in un volume precedente (3), il testo in questione descrive il modo in cui quelle ragioni vennero affrontate e «metabolizzate» dall’organizzazione comunista nell’arco di tempo che va dalla crisi del centrismo al compromesso storico. La centralità tematica del rapporto tra cattolicesimo del dissenso e organizzazione comunista è mediata dal carattere stesso dell’opera che cerca un non facile equilibrio tra l’intento principale del testo e il fatto che sulla costruzione dello stesso si rifletta l’articolazione degli incarichi che Chiarante fu chiamato a ricoprire dentro il Pci. Da un simile confronto emerge un giudizio chiaro, sia riguardo alla maturazione del rapporto tra comunisti e cattolici tra la fine degli anni ’50 e la metà degli anni ’70 sia sulla evoluzione più ampia dei temi introdotti e anticipati dal confronto stesso e sulla sua traduzione «istituzionale» «realizzata» nel corso della seconda metà degli anni ’70.
La lettura di Chiarante mette in questione l’esistenza di un dislivello qualitativo tra le ragioni storiche dell’incontro in questione e la sua mediazione attraverso una pratica prettamente «normalizzatrice» e non intesa a recepirne la radicalità. A questo fine l’autore ricostruisce l’evoluzione del rapporto tra comunisti e cattolici, cogliendo il passaggio dalle ragioni «emergenziali» intime alla «campagna per la pace» dei primi anni ’50, alle ragioni «politiche», e ben più creative, di un dibattito spostatosi sullo sviluppo e le contraddizioni della moderna Italia capitalistica. La maturazione di questo terreno viene anticipata nelle proposte di politica economica, che la sinistra cattolica fa proprie a partire dagli anni ’50, influenzata in questo dalle riflessioni di un intellettuale come Franco Rodano, e assume un ruolo sempre più decisivo in seguito al pontificato di Giovanni XXIII e all’emersione, sullo scenario internazionale, di centri alternativi rispetto al dualismo della guerra fredda. Nella lettura di Chiarante questi processi esprimono la nascita di una nuova domanda di integrazione, e di una nuova consapevolezza politica, che esplode nel movimento del ’68, attraversando poi tutti gli anni ’70. Questo conflitto viene seguito a partire dalle vicende interne all’organizzazione comunista e alla distinzione verificatasi al suo interno sul giudizio e le risposte da dare alla maturazione di un sistema socio-economico di nuovo tipo. Tema fondamentale, quest’ultimo, per comprendere la ragione di merito attorno a cui si sedimentarono le non congruenti posizioni della destra amendoliana, legata a una visione continuistica e meno selettiva delle alleanze, e della sinistra ingraiana, che sosteneva la necessità di un salto qualitativo orientato verso una centralità maggiore delle cosiddette «classi produttrici» (soprattutto della sua componente operaia).
Nella ricostruzione fornita il limite ascritto al Pci e, più in generale, al sistema politico italiano viene così individuato nella permanenza di una datata risposta emergenziale di fronte a una domanda centrata non tanto sulla difesa o la normalizzazione dello stato quanto semmai su una sua gestione alternativa, domanda «che veniva espressa da larga parte della società, in particolare dall’elettorato delle grandi città e delle regioni più avanzate del Centro e del Nord»(4). Di seguito il compromesso storico assume l’aspetto di un’ulteriore «occasione mancata», a cui Chiarante attribuisce il merito di aver difeso la democrazia italiana in un momento critico, fronteggiando l’emergenza economica e quella terroristica, mancando tuttavia la necessaria apertura strategica per ripensare, da un lato, le sfide di un sistema produttivo non catalogabile secondo il canone dell’arretratezza sistemica e, dall’altro, il senso stesso di quella democrazia indebolita.
Un riferimento alle categorie di lettura utilizzate nel testo può essere utile per comprendere meglio la natura delle obiezioni mosse. Chiarante fa espressamente ricorso a un lessico gramsciano attraverso la distinzione tra egemonia e rivoluzione passiva. La scelta del compromesso storico rientra di seguito nella seconda categoria, rappresentando un’intersezione fra parti funzionale al governo del Paese ma non alla sostituzione delle classi dirigenti al governo dello stesso. Da questa contrapposizione, che subordina il conseguimento del potere di governo rappresentativo alla capacità di orientare il dibattito anche indipendentemente dalla assunzione del governo, emerge la rivendicazione di un’azione politica dal carattere radicalmente democratico. Lo scopo conseguente a questa difesa del ruolo egemonico ed antagonista di un partito della sinistra coincide con la formazione o la difesa di contropoteri alternativi a quello vigente piuttosto che con l’amministrazione di quest’ultimo. La prospettiva introdotta da Chiarante è «tecnicamente» rivoluzionaria all’interno dello scenario in cui essa viene pensata, che è quello delle istituzioni dell’Italia repubblicana. Questo carattere rivoluzionario dell’opzione politica, suggerita per la sinistra italiana, costituisce la ragione più immediata del giudizio negativo espresso su un esperimento dalla natura differente quale fu il compromesso storico. Un’alternativa così netta conduce, infatti, l’autore a giudicare fragile ogni tentativo di mediazione tra parti, e quindi tra partiti, divisi da distanze non recuperabili. Di seguito si riprende una dimensione radicalmente oppositiva del confronto che coincide, infine, con l’evidente rivalutazione della «seconda parte» della segreteria Berlinguer, che fu segnata non a caso da una torsione antagonista del Pci.
La coerenza logica dei passaggi e delle critiche, certo dure ma molto equilibrate com’è carattere dell’autore, irrobustiscono il testo rispondendo, soprattutto, all’intento espressamente dichiarato di ricostruire «una storia» per generare sulla stessa un dibattito pubblico. Chiarante scrive del passato per richiamare al presente e viceversa guarda al presente come prodotto di quel passato, ricercando un’attualizzazione del dibattito storico che, al di là delle intenzioni di parte, può essere utile per allargarlo oltre una cerchia ristretta. A partire da questa ottica le ragioni e gli spunti più interessanti che il testo fornisce sono essenzialmente due.
La prima occasione per un confronto viene fornita dall’argomento principale del testo e riguarda la corrispondenza tra il dissenso cattolico e gli indirizzi di lunga durata del movimento comunista. Una interessante prospettiva di analisi e ricostruzione, suggerita in qualche modo dall’autore nel testo, potrebbe essere, a questo proposito, quella relativa alle varie forme e ai vari percorsi individuali in cui si manifestò la «convergenza» tra cattolici e comunisti. La stessa diversità, maturata nel tempo, tra l’esperienza di dirigenti come Antonio Tatò e Franco Rodano e chi, come Chiarante, aveva assunto posizioni più radicali nel corso degli anni, è probabilmente indice di una differenza più vasta che trova nella difformità di giudizio verso il compromesso storico la sua sanzione più evidente.
La seconda opportunità per un dibattito, il lavoro di Chiarante la fornisce in chiusura del testo, attraverso l’invito a riconsiderare la carica innovativa degli ultimi anni della segreteria Berlinguer (dalla seconda svolta di Salerno del 1980 fino alle elezioni europee del giugno 1984 e, ovviamente, al decesso del leader comunista). L’intenzione è quella di opporre questa indicazione a una tendenza, fra l’altro ormai consolidata, che descrive l’azione di Berlinguer in termini prevalentemente, quando non esclusivamente, reattivi. In questo caso l’attualizzazione del dibattito è certo più immediata, in considerazione del frequente ricorso, sia nel dibattito politico che ormai in quello storiografico, a un lessico cui il segretario comunista fece spesso ricorso (basterebbe pensare al peso che ancora oggi rivestono argomenti quali la «questione morale» oppure il tema della qualità della vita in relazione alla scarsità «relativa» delle risorse). Un confronto sulla figura di Berlinguer, che eviti la polarizzazione tra rimozione e apologia, è oggi di grande importanza per comprendere un passato, certo non distante né irrelato dalle vicende e della fase critica cui oggi va incontro la democrazia italiana, e che può e «deve» essere dibattuto con la competenza specifica dalla comunità degli storici ma al fine di essere reso patrimonio di un pubblico più ampio (5).
Il testo di Chiarante apre queste finestre «circolari» tra il nostro presente e il nostro passato, costituendo un valido incentivo alla ricerca proprio in virtù di quelli che sono i limiti di un modello quale quello memorialistico, utile più come coadiuvante alla ricerca che come genere autonomo. Si tratta, in questo caso, di una storia minore ma non minima, che spesso, per ovvie ragioni, non può garantire quell’approfondimento che è fondamentale nel lavoro di uno storico, tuttavia fornendo spesso degli spunti, per nuove ricerche, niente affatto trascurabili. L’utilità principale di questo genere, all’interno dei limiti ascrittigli, sta appunto nel fatto che questi ultimi possono essere pensati non per contenere il già detto quanto per indicare il bisogno di un loro superamento attraverso lo studio e la discussione comune.
(1) Questa e altre ragioni consiglierebbero la necessità di un approfondimento della storia del movimento comunista italiano capace di coglierne l’articolazione interna e gli “interessi” differenti, e le ragioni conseguenti, che stavano alla base e della sua linea politica ufficiale e dei suoi contrasti interni. Per una ricostruzione della storia del P.C.I., e del suo ruolo nelle vicende dell’Italia repubblicana, che tenga conto delle differenti voci espresse in merito, cfr. M. Flores - N. Gallerano, Il PCI, una interpretazione storica, Il Mulino, Bologna, 1991; L. Cafagna, C’era una volta… Riflessioni sul comunismo italiano, Marsilio, Venezia, 1991; S. Lanaro, Storia dell’Italia repubblicana, Marsilio, Venezia, 1994; P. Craveri, La Repubblica dal 1958 al 1992, UTET, Torino, 1995; Dagli archivi di Mosca, a cura di F. Gori – S. Pons, Fondazione Istituto Gramsci, Annali, 1995 (VII); G. Crainz, Storia del miracolo economico, Donzelli, Roma, 1996; E. Aga Rossi - Victor Zaslavsky, Togliatti e Stalin. Il PCI e la politica estera staliniana negli archivi di Mosca, Il Mulino, Bologna, 1997; P. Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi, Einaudi, Torino, 1998; A. Agosti, Bandiere rosse. Un profilo storico dei comunismi europei, Editori Riuniti, Roma, 1999; S. Pons, L’URSS e il PCI nel sistema internazionale della guerra fredda, in Il PCI nell’Italia repubblicana, a cura di R. Gualtieri, Fondazione Istituto Gramsci, Annali, 1999 (XI); F. De Felice, L’Italia repubblicana. Nazione e sviluppo, Nazione e crisi, a cura di L. Masella, Einaudi, Torino 2003; Togliatti nel suo tempo, a cura di R. Gualtieri – E. Taviani – C. Spagnolo, Annali Fondazione Istituto Gramsci, Carocci, Roma 2007.
(2) A questo proposito cfr. E. Macaluso, 50 anni nel PCI. Con uno scambio di opinioni tra l’autore e Paolo Franchi. Rubbettino, Soveria Mannelli 2003; L. Barca, Cronache dall’interno del vertice del PCI, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2005; G. Napolitano, Dal PCI al socialismo europeo. Un’autobiografia politica, Laterza, Roma-Bari, 2005, R. Rossanda, La ragazza del secolo scorso, Einaudi, Torino, 2005, P. Ingrao, Volevo la luna, Einaudi, Torino, 2006
(3) Cfr. G. Chiarante, Tra De Gasperi e Togliatti, Carocci, Roma 2007.
(4) G. Chiarante, Con Togliatti e con Berlinguer. Dal tramonto del centrismo al compromesso storico (1958-1975), Carocci, Roma, 2007,pag. 207
(5) Sulla figura di Enrico Berlinguer, cfr. G. Fiori, Vita di Berlinguer, l’Unità/Laterza, Roma 1992, C. Valentini, Berlinguer. L’eredità difficile, Editori Riuniti, Roma 1994, S. Pons, Berlinguer e la fine del comunismo, Einaudi, Torino 2006, F. Barbagallo, Enrico Berlinguer, Carocci, Roma 2006.

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