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Un Cavour che ha fatto il suo tempo?

 

Rosario Romeo, Cavour e il suo tempo, 3 voll., Laterza, Bari 1969-1984.

 

di Simone Visciola

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A proposito di recensioni, le considerazioni che seguono inducono a non poco riflettere: 

«[…]se si dovesse giudicare l’importanza e la fortuna di un’opera dai commenti sulle riviste specialistiche il panorama sarebbe davvero fuorviante» (1).

Sono parole, uscite dalla penna di Vittorio Vidotto e fissate in un suo puntuale profilo di Rosario Romeo, che sintetizzano, con estrema chiarezza, i termini della ricezione del Cavour e il suo tempo (2) presso la comunità degli studiosi.
In effetti, chi volesse interessarsi a quest’opera monumentale – passaggio obbligato per la conoscenza non solo della biografia e del ruolo politico del Conte di Cavour, ma, più in generale, per la comprensione di alcuni nodi storici cruciali del Risorgimento italiano magari cominciando a farsi un’idea da ciò che è stato scritto sulle più prestigiose riviste italiane del settore, a fatica riuscirebbe ad avere una rappresentazione degna dell’importanza di quel lavoro. Per non dire che farebbe, forse, più fatica a trovarne traccia, anche perché si tratterebbe di uno sforzo per la maggiore vano.
Ciò che emerge è un dato incontrovertibile: gli storici si dimostrarono decisamente “freddi” nell’accogliere il Cavour di Romeo (3). Basta un rapido controllo per verificare che la “Rassegna storica del Risorgimento” recensì soltanto il primo volume (4), e che nessuna recensione comparve sulla “Rivista storica italiana”, su “Studi storici”, sulla “Nuova Rivista storica”. Si potrebbe proseguire, ma è qui sufficiente fare cenno ancora a due significativi esempi, uno recente l’altro recentissimo, a testimonianza di come tale “raffreddamento” si sia perpetuato nel tempo. Se a ragione si lamenta «la parsimonia delle citazioni relative a Romeo» (5) nel volume laterziano, La storiografia italiana degli ultimi vent’anni, uscito nel 1989 per la cura di Luigi De Rosa, dove comunque nella rassegna compilata da Alfonso Scirocco è dedicata una pagina abbondante al Cavour e il suo tempo, nell’Annale einaudiano n. 22, intitolato Risorgimento, l’opera principale di uno fra i maggiori studiosi di quell’epoca storica è praticamente inesistente: i riferimenti sono appena due. (6)
A partire dalla morte di Romeo (1987) – fatta naturalmente eccezione per le pubblicazioni promosse dagli allievi, in particolare Guido Pescosolido (7) – del Cavour e il suo tempo si trovano davvero poche tracce negli studi offerti dalla pattuglia dei risorgimentisti dell’ultimo ventennio. E altrettanto scarso successo si registra anche sul fronte dei cosiddetti lettori “comuni” o, se si preferisce, “non specialisti”.
Eppure Romeo si era augurato che il suo Cavour potesse raggiungere l’uno e l’altro livello di pubblico, tanto che, proprio nella Prefazione al primo volume, egli si sentì di esprimere una «dichiarazione» alla quale attribuiva nientemeno che un «valore essenziale»:

«Nella misura in cui contribuisce – scriveva Romeo – o cerca di contribuire a una migliore conoscenza della biografia cavouriana e della storia del secolo XIX, questo lavoro si rivolge, naturalmente, alla comunità indifferenziata degli studiosi e dei lettori in genere; ma in quanto vuol essere anche un'altra cosa, questo è invece un tipico libro alla ricerca dei propri lettori: e troverà il suo giudizio più valido nel maggiore o minore successo che avrà in tale ricerca, nella sua capacità di aiutare quei lettori a prender coscienza di se stessi, nella sua attitudine a stabilire un ideale rapporto tra essi e l’autore» (8).

Per tentare di spiegare alcune ragioni possibili di questa “fredda” accoglienza, proviamo ad avanzare qualche considerazione. Una di queste riguarda l’ampio arco di tempo nel quale si collocano l’apertura del cantiere cavouriano e l’esito editoriale del lavoro di ricerca.
Alla metà degli anni Cinquanta la Famija Pimenotèisa era in cerca di un valido storico che potesse scrivere una biografia di Cavour da pubblicarsi in occasione delle allora prossime celebrazioni del centenario dell’unità d’Italia. Risale infatti al lontano 1955 l’affidamento dell’incarico al poco più che trentenne Romeo. Ma la scelta non fu immediata. Il primo invito venne rivolto a Franco Valsecchi, il quale non lo accolse per i molti impegni già fissati, e propose al vicepresidente dell’associazione dei piemontesi a Roma, Renzo Gandolfo, altri nomi altisonanti del panorama accademico italiano: Alberto Maria Ghisalberti, Walter Maturi, Ruggero Moscati, insieme con quello del letterato Riccardo Bacchelli (9). Fu Federico Chabod, convinto delle notevoli qualità del giovane storico siciliano, a proporre con decisione il nome di Romeo. Valsecchi non si trovava perfettamente d’accordo. Egli, pur stimando Romeo non lo riteneva «del tutto adatto al tema: un po’ troppo, forse, – scriveva Valsecchi in una lettera indirizzata a Gandolfo – all’altro capo d’Italia per sentire il piemontese Cavour: e, come dire? Un po’ astratto di mentalità per capire il realista Cavour» (10). Ciononostante, nel gennaio dell’anno successivo, per merito della tenacia chabodiana, Gandolfo si convinse ad optare per il giovane storico, il quale iniziò una poderosa ricerca che lo avrebbe visto lavorare di gran lena, per circa trent’anni, negli archivi di Torino, di Francia e d’Inghilterra.
Fu solo dopo otto anni dall’apertura del suo cantiere cavouriano che Romeo ritenne giunto il momento di fissare i primi risultati della ricerca. Risultati però che egli non ancora considerava soddisfacenti per dare forma ad una biografia definita, e che preferì al momento sciogliere all’interno di alcuni saggi raccolti nel volume Dal Piemonte sabaudo all’Italia liberale (11) . Un’opera che già dal titolo mostra come il “problema delle origini” del Risorgimento occupasse un posto di assoluto rilievo negli interessi di Romeo, che considerava la ricerca e la riflessione intorno a quel “problema” la conditio sine qua non per la comprensione del periodo postunitario, altro versante sul quale avrebbe concentrato notevole quota delle sue energie di studioso. Il 1961 era dunque ampliamente trascorso e Romeo – convinto che la ricerca non potesse essere costretta a seguire i tempi delle ricorrenze – non aveva affatto rispettato il calendario delle celebrazioni per il centenario. Il suo cantiere cavouriano sarebbe rimasto aperto per molti anni ancora: il primo volume uscirà nel 1969; il secondo, in due tomi, nel 1977; il  terzo nel 1984. Questi i tempi del Cavour, un lavoro che è stato definito molto suggestivamente un’«opera-vita» (12): Romeo, insieme con Renzo De Felice, sarebbe appartenuto a un’età classica della storiografia, nella quale si praticava un approccio, un modo di condurre e, si direbbe, un modo di “vivere” la ricerca che oggi semplicemente non si pratica più (13). Viene da pensare alle attuali dinamiche accademiche interessate da tendenze metodologiche sempre più volte alla settorializzazione della ricerca, alla ridefinizione dei criteri concorsuali, nonché ai rapidi mutamenti dei registri comunicativi e alle esigenze del mercato editoriale: tutti fattori che, incidendo a diversi livelli, hanno contribuito a cambiare in profondità il mestiere dello storico.
E tanto sulle tendenze del mercato editoriale quanto sul vento sospinto dalle mode storiografiche, già a partire dai primi anni Cinquanta, si erano create non poche frizioni fra Romeo e l’editore Laterza, al quale lo storico siciliano sarebbe comunque rimasto legato per la pubblicazione delle sue opere più importanti. Romeo non evitò di manifestare a Vito Laterza il proprio dissenso di fronte alla politica editoriale di una casa editrice che, a suo dire, stava dando «un evidente contributo all’atmosfera di sinistrismo intellettuale che negli anni Cinquanta divenne dominante nella cultura italiana» (14). Erano quelli gli anni degli articoli su «Nord e Sud» (poi confluiti in Risorgimento e capitalismo) (15), del Romeo che presentava e dibatteva le linee della sua «revisione» intorno agli esiti dello sviluppo economico della penisola nel corso del secolo XIX. Un periodo di intenso dibattito, talvolta reso incandescente da violente polemiche, che vedeva il giovane storico controbattere con argomentata decisione, da protagonista, la lettura gramsciana del Risorgimento, tanto che Walter Maturi volle dedicargli un intero capitolo delle Interpretazioni del Risorgimento collocandolo tra Croce e Marx (16).
Per comprendere allora come stesse procedendo il lavoro per il Cavour e il suo tempo, occorre forse riflettere anche su quanto abbia inciso l’altra faccia della medaglia, ossia quella che si potrebbe definire la faccia relativa a Romeo e il suo tempo, visto che, prestando attenzione alle date in cui furono licenziati i tre volumi cavouriani, è facile rendersi conto di come la gestazione di quella biografia avesse attraversato fasi cruciali della storia dell’Italia repubblicana, le quali indelebilmente segnarono l’itinerario intellettuale e motivarono l’impegno civile del suo artefice. Tempi e tappe decisivi insomma che coinvolsero lo studioso siciliano non solo in qualità di storico strictu sensu, ma che lo videro altresì vestire i panni dell’intellettuale engagè. Mentre infatti modellava con cura il suo Cavour, Romeo definiva la propria immagine di storico “pubblico” aumentando la frequenza dei suoi interventi su alcuni dei maggiori quotidiani nazionali.
C’è un passaggio-chiave, a nostro intendere, che su questo aspetto vale la pena sottolineare. In un clima segnato da una forte contrapposizione ideologico-politica, il biografo di Cavour pubblicava sul «Resto del Carlino» (25 marzo 1960) un articolo dedicato all’Italia moderna di Gioacchino Volpe. Con quello scritto Romeo, che annoverava senza timori Volpe fra i suoi maestri, tentava di rompere «la congiura del silenzio ordita contro un’opera che occupa un posto di importanza capitale non solo intorno all’Italia unitaria, ma nella storiografia italiana di questo secolo». Egli intendeva così rivalutare lo storico di Paganica, credendo che, proprio passando attraverso la sua lezione, la storiografia liberale avrebbe potuto trovare nuova forza e così intraprendere il proprio cammino d’innovazione. Certo, Romeo precisava di non condividere la «funzione che il Volpe attribui[va] al nazionalismo prebellico, di avviamento a un più pieno e integrale rapporto fra lo stato e il paese e a una più intima fusione di ceti o gruppi sociali e culturali componenti la nazione» (17). Pertanto, era sul piano del metodo che Volpe trovava la sua validità e la piena sua attualità. Un metodo volto alla considerazione delle forze profonde e modernizzatrici, dedito allo studio delle energie vitali del popolo italiano nel suo formarsi come nazione, indirizzato a vedere lo Stato come soggetto della storia e come momento unificante della vita sociale, un metodo teso a considerare cruciale anche il fattore strutturale. Questa era la lezione metodologica dalla quale Romeo intendeva ripartire, certamente integrandola con strumenti più moderni e sofisticati, ma tenendo fermo sulla tensione verso i medesimi risultati. Parlare bene dell’Italia moderna di Volpe significava dunque porsi decisamente contro il vento della cultura storiografica allora dominante e, di conseguenza, significava apertamente contestare certe politiche editoriali che agli occhi dello storico siciliano gravemente viziavano un confronto storiografico già aspro e difficile. Quelle dichiarazioni in difesa di Volpe contribuirono a che gli storici in polemica con Romeo non più cercassero, come fino a poco tempo prima, altro terreno di confronto con lui optando invece per una via più prudente, la quale, ci pare lecito dire, risultò infine per loro più efficace: l’indifferenza.
In pieno clima da centenario, come si diceva, Romeo non aveva terminato il primo volume della biografia cavouriana, mentre Laterza tesaurizzava il grande successo d’accademia e di pubblico riscosso dalla Storia d’Italia di Denis Mack Smith (18). Successo che aveva indignato non poco lo storico siciliano:

«Ma non c’è da stupirne: che cosa voglia non solo il pubblico – scriveva in una lettera indirizzata a Volpe – ma anche buona parte della “giovane storiografia”, si scorge chiaramente attraverso il successo di lettori e di recensioni che proprio in queste settimane sta riportando lo sciocco libello di Denis Mack Smith che Laterza ha recentemente tradotto, e che vien gabellato in sedi autorevoli come la prima “vera” storia che si sia scritta dell’Italia dopo il 1860. Davanti a fatti come questi c’è davvero da temere che si annidino mali profondi nella coscienza del paese» (19).

A ben vedere, le critiche di Romeo avrebbero trovato coincidenza proprio con quanto Volpe avrebbe proposto in una lettera aperta al Direttore de «Il Tempo», il 4 dicembre del 1961. Lo storico di Paganica presentava un bilancio dell’appena trascorso centenario. In quelle celebrazioni, a suo dire, era stata emessa una netta condanna del Risorgimento espressa attraverso la conferma di un giudizio di vecchia data che da Oriani passava a Gobetti, giungendo a Gramsci, per poi essere ripreso «ora anche da storici stranieri come Denis Mack Smith nella sua Storia d’Italia dal 1861 al 1958, tradotta in italiano, pubblicata in più edizioni italiane, lettissima dagli italiani, sebbene si risolva in una autentica stroncatura del Risorgimento e in una veduta assai pessimistica dell’Italia di oggi, costruita su posticci fondamenti[…]».(20)
Romeo, dal canto suo, era dell’idea che per sostanziare seriamente la confutazione di quelle tesi che in toto condannavano il Risorgimento bisognasse risalire allo iato fra nazione culturale e nazione politica, fermare cioè l’attenzione sui caratteri originari della nazione, orientando la riflessione là dove si ruppero i meccanismi della gestione aristocratica della cosa pubblica. Pensò bene allora di rispondere con il suo Dal Piemonte sabaudo all’Italia liberale, e scelse di farlo rivolgendosi all’altra grande casa editrice, Einaudi, la quale, tanto quanto Laterza, non si era certo dimostrata indifferente all’attrattiva della nouvelle vague storiografica. La decisione di collocare il volume fra i tipi di Einaudi può anche essere letta come giusta operazione da parte di Romeo per evitare di rimanere chiuso in un circuito editoriale più ristretto. Ma la sua risposta non ebbe la capacità di “passare” il fronte accademico. Non solo, essa si presentava come operazione forse troppo sottile, tanto da non riuscire a passare neanche il fronte del più vasto pubblico di lettori. In questo senso, valsero a poco gli spazi concessi a Romeo prima dal «Corriere della sera» e poi da «Il Giornale» di Montanelli (21).
Tuttavia, lo storico siciliano continuava a credere con molto ottimismo di riuscire, prima o poi, a realizzare il suo intento: una riqualificazione della storiografia liberale, ridefinendone le linee metodologiche, al fine di sollevare quella storiografia da una dimensione puramente «etico-politica» ed innalzarla ad una interpretazione nuova che certo lasciasse al centro il dato politico, ma che allo stesso tempo tenesse nel giusto conto i fattori economico-sociali e gli aspetti di carattere quantitativo e strutturale. Ma Romeo non puntava a solamente inaugurare una nuova stagione storiografica. Egli sperava più ambiziosamente di poter “uscire” col suo messaggio dal ristretto circuito accademico per incidere sul più vasto campo della cultura politica liberal-moderata:

«Lo studio della storia contemporanea – avrebbe scritto nel 1980 –  non è mai uno studio a carattere meramente accademico: e meno che mai in un paese che ha un rapporto così polemico con il proprio passato com’è l’Italia di oggi. […]Condanne ed esaltazioni relative a fatti della storia contemporanea hanno spesso un immediato riflesso nella lotta politica: e chi non riesce a liberarsi dalla suggestione di questi riflessi non riesce neppure a passare sul piano della storia. Il che non vuol dire che la storia, in quanto opera di cultura e di conoscenza, e in quanto fondata su una strumentazione intellettuale più complessa e di minore attualità, debba essere politicamente “irrilevante”: ma la sua dev’essere una rilevanza diversa, quale è quella di ogni opera di cultura, che implica necessarie mediazioni» (22).

Queste parole di Romeo danno la misura del suo operare storico, la quale affiora costantemente nel Cavour e il suo tempo, e che si può cogliere nel suo pieno significato, apprezzando la solidità di una metodologia nuova e parallelamente considerando i tempi del suo autore. L’opera, superando largamente i vecchi clichè che fino ad allora avevano targato il genere biografico, ha segnato una evidente rottura con il passato, presentando i risultati di una ricerca impostata su un terreno assai esteso e “lavorato” su diversi livelli. Quella biografia è infatti un saggio di storia familiare e un saggio di storia economica, (con particolare attenzione al settore agricolo). Non solo, essa è anche un saggio di storia politico-parlamentare e un saggio di storia internazionale del Risorgimento (che mostra la visione di un «Piemonte europeo» e la particolarità europea dello stesso Cavour all’interno del milieu liberale piemontese). Quella biografia è anche un saggio di storia sociale.
In sintesi, come ha scritto Paolo Macry, il Cavour di Romeo è «una storia che ne contiene molte» (23), è un denso affresco nel quale convivono storia d’Italia e storia d’Europa, senza che tuttavia l’una si perda nell’altra, senza che l’autore mostri di cedere ad alcuna tentazione teleologica, e dove la narrazione, sorretta da una sterminata mole di documenti e informazioni, mai si risolve nella enfatizzazione deformante del genio e della figura del Conte. È certo una versione del passato modellata da uno “storico pubblico”, ed è dunque una versione che, per il suo essere nata e condotta come una grande operazione culturale, non può risultare «politicamente “irrilevante” ». Proprio per questo, in nessuna sua pagina, il Cavour romeiano si presenta come strumento di uso pubblico della storia.
Paradossalmente lo storico di Giarre calcò, con una notevole visibilità, il proscenio del confronto/scontro storiografico nella prima fase della sua attività scientifica. La stagione della sua maturità intellettuale, coincidente con la realizzazione della sua opera maggiore, vide invece uno storico “isolato”. Vale a dire un Romeo che da un lato non trovò più interlocutori disposti a dibattere con lui, e dall’altro non riuscì a vedere il proprio Cavour raggiungere i suoi lettori. A testimoninanza di ciò, sta il fatto che anche l’edizione ridotta e pubblicata con il titolo Vita di Cavour (comparsa nel 1984 e poi riproposta da Laterza vent’anni dopo nel 2004) non portò ad esiti migliori. In effetti, alla lettura, quel libro sembra né più né meno il frutto di una veloce operazione «di editing, di interventi, tagli e suture, piuttosto che un’integrale riscrittura» (24). Non ha avuto un successo di pubblico. 
Ad ogni modo, oggi, sul fronte dell’editio maior qualcosa forse si potrebbe ancora fare, visto che «questa resta il vero punto di riferimento per gli studiosi» (25), un passaggio ineludibile per qualsiasi specialista di storia dell’Italia contemporanea. Si potrebbe pensare, calendario alla mano, al bicentenario della nascita di Cavour (2010) e al centocinquantesimo dell’unità d’Italia (2011) per re-inserire, finalmente, il Cavour di Romeo nel circuito editoriale. Non possiamo allora fare altro che aspettare con fiducia di capire se sarà arrivato o no il momento di dare a quell’opera la dignità di classico della storiografia, che senza dubbio merita (e i grandi classici si trovano in libreria!), per riconsiderarne l’importanza e per discuterne criticamente. Oppure, dovremmo rassegnarci a continuare ad ignorarla o a pervicacemente perseverare nel “credere” e nel “far credere” che essa abbia davvero fatto il suo tempo.

 


(1) Vittorio Vidotto, Rosario Romeo, in Le grandi Scuole della Facoltà, Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, Facoltà di Lettere e Filosofia, Roma, 1994, p. 312

(2) Rosario Romeo, Cavour e il suo tempo, 3 voll., Bari, Laterza, 1969-1984.

(3) Sul punto si è dimostrata sensibile la rivista “Contemporanea”, che, nella rubrica «Il Bersaglio», ha inteso promuovere un’interessante discussione fra alcuni storici specialisti (Paolo Macry, Marco Meriggi, Roberto Balzani, Gilles Pécout, Roberto Pertici). Cfr. Cavour e il suo tempo di Rosario Romeo,“Contemporanea”/ a. IX, n. 2, aprile 2006, pp. 347-369.

(4) “Rassegna storica del Risorgimento”, 57, (1970), 104-108 (recensione di Bruno Di Porto)

(5) Paolo Macry, Romeo e il suo tempo, “Contemporanea”, cit., p. 352.

(6) L’uno si trova nel contributo di Paul Ginsborg, il quale ricorre a Romeo nel tentativo di valutare il tasso di romanticismo in Massimo D’Azeglio al potere fra il 1849 e il 1852 (p. 51); l’altro è presente nel saggio di Martin Thom, che utilizza il secondo volume della biografia cavouriana per riprendere alcune note del conte di Castagnetto pubblicate da Romeo e utili all’autore del saggio per chiarire il giudizio formulato da Cattaneo intorno al ruolo di Carlo Alberto nelle dinamiche guerresche del 1848 (p. 368), Storia d’Italia. Annali 22. Il Risorgimento, a cura di Alberto Mario Banti e Paul Ginsborg, Einaudi, Torino, 2007.

(7) Basti ricordare, Guido Pescosolido, Rosario Romeo, Laterza, Roma-Bari, 1990; Il rinnovamento della storiografia italiana. Studi in memoria di Rosario Romeo, a cura di Id., Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Roma, 1995;

(8) Romeo, Prefazione a Id. Cavour e il suo tempo, vol. 1, Laterza, Roma-Bari, 1969, p. X

(9) Cfr. Giuseppe Talamo, L’unità d’Italia nell’opera politica di Cavour, in Il rinnovamento della storiografia politica. cit., p. 50.

(10) La lettera è pubblicata in Ibid.

(11) Cfr. Romeo, Dal Piemonte sabaudo all’Italia liberale, Einaudi, Torino, 1963.

(12) Roberto Balzani, Un’opera-vita, “Contemporanea”, cit., p. 356.

(13) Ibid., p. 357.

(14) Romeo, Quella politica editoriale che disapprovai con tanta decisione, in Cento anni Laterza: 1885-1985. Testimonianze degli autori, Laterza, Roma-Bari, 1985,pp. 210-211.

(15) Romeo, Risorgimento e capitalismo, Laterza, Bari, 1959.

(16) Walter Maturi, Interpretazioni del Risorgimento. Lezioni di storia della storiografia, Einaudi, Torino, 1962, pp. 666-672.

(17) Vidotto, Rosario Romeo, cit., p.  309

(18) Denis Mack Smith, Storia d’Italia dal 1861 al 1958, Laterza, Bari, 1959.

(19) Lettera di Rosario Romeo a Gioacchino Volpe, 19 gennaio 1960, in Vidotto, Rosario Romeo, cit., p. 309.

(20) Gioacchino Volpe, Dopo le celebrazioni centenarie. Un assente, Lettera aperta al Direttore de «Il Tempo», 4 dicembre, 1961, ora in Id., Pagine risorgimentali, vol. II, Roma, Giovanni Volpe Editore, 1967, p. 156.

(21) Vedi Romeo, Scritti politici: 1953-1987, Il Saggiatore, Milano, 1990; Id., Scritti storici: 1951-1987, Il Saggiatore, Milano, 1991.

(22) Romeo, Potere, classi sociali, sviluppo economico, in L’Italia unita nella storiografia del secondo dopoguerra, a cura di Nicola Tranfaglia, Milano, Feltrinelli, 1980, p. 293.

(23) Paolo Macry, Romeo e il suo tempo, “Contemporanea”, cit., p. 349.

(24) R. Pertici, Romeo e la «religione» di Cavour, “Contemporanea”, cit., p. 365.

(25) Ibid.