Il secolo di Ugo Spirito dal fascismo alla contestazione
Danilo Breschi, Spirito del Novecento. Il secolo di Ugo Spirito dal fascismo alla contestazione, Rubbettino, Soveria Mannelli 2010
Tentare un’interpretazione transpolitica della storia contemporanea, secondo la famosa definizione di Renzo De Felice: questo ci sembra lo scopo del recentissimo saggio di Danilo Breschi su Ugo Spirito. Ovverosia ripensare la storia contemporanea dal punto di vista delle idee che l’hanno improntata. Il libro affronta l’arduo compito di accompagnarci attraverso le opere di un filosofo che, come molti altri nel Novecento, ha cercato di riflettere il secolo in cui viveva. La riflessione di Ugo Spirito (1896-1979), sulla scia di quella di Gentile, si pone come un superamento dell’individualismo sia sul piano filosofico sia su quello politico. Il libro segue l’intrecciarsi di filosofia, vita e politica di Ugo Spirito alla ricerca di tale superamento dell’individualismo.
L’autore ha ridisegnato e interpretato tale percorso nelle sue fasi e nelle sue crisi scavando l’immenso archivio del filosofo, leggendo il suo epistolario di migliaia e migliaia di lettere, andando in cerca dei riflessi delle sue teorie negli influssi o nelle critiche dei colleghi oppure nella sua lunga esperienza d’insegnamento universitario, nelle tesi o nelle lettere degli allievi. Nuova luce viene gettata sulle varie fasi della biografia del filosofo. Dopo l’incontro con il pensiero gentiliano, per lui è una cosa sola essere attualista e fascista, fino a che la sua nota teoria del corporativismo non viene accantonata dal fascismo, fino a che l’ondata della rivoluzione conservatrice non rifluisce in una serie di compromessi. Tra più o meno velate critiche al fascismo, in Spirito matura la prima svolta teoretica verso il problematicismo. Nonostante una fase di riavvicinamento al fascismo, la cui partecipazione alla seconda guerra mondiale gli faceva intravvedere un rilancio della rivoluzione, transita indenne, diversamente dal maestro, alla Repubblica, mantenendo i suoi incarichi accademici. La vita come ricerca, La vita come arte, La vita come amore configurano una trilogia che approfondisce la svolta problematicista, mentre sul versante politico, Spirito continua a rincorrere l’Assoluto nel movimento delle masse e nella mobilitazione rivoluzionaria che costella il Novecento, dall’URSS alla Cina, dalla contestazione giovanile del ’68 fino alla rivoluzione iraniana dello Scià.
Molteplici sono gli scopi che il libro persegue e raggiunge. Innanzitutto, restituire il profilo di una figura originalissima, che da una parte aderisce a tutti i totalitarismi novecenteschi, dal fascismo al comunismo, ma da tutti uscendo insoddisfatto, dall’altra afferma la verità e l’assoluto come ricerca, tensione o desiderio: su questo paradosso Breschi riesce a gettare luce, non senza avanzare critiche al filosofo Spirito. In secondo luogo, mostrare e spiegare il successo di un filosofo che, colluso col fascismo, continua a influire nel dibattito filosofico italiano, specialmente accademico, fino alla sua morte, ben oltre dunque la caduta del regime. Inoltre, sottotraccia, alludere a un’interpretazione del “secolo breve” come età delle rivoluzioni, che ne hanno, come Spirito ha mostrato, coagulato tutte le contraddizioni, tentando di risolverle. Infine, cercare un esito non postmoderno al secolo che ci siamo appena lasciati alle spalle. Dunque, una interpretazione transpolitica della storia contemporanea.
Per questi motivi, del doppio approccio, sia storico sia filosofico, è il primo a prevalere, anche se l’autore non si sottrae ad alcune analisi teoretiche, che sono però più profonde nelle parti dedicate al corporativismo, piuttosto che nelle parti dedicate al problematicismo. Il maggior merito del libro rimane però quello di aver sostenuto con dovizia di documenti, l’esito comunistico e non dittatoriale dello stato corporativo secondo Spirito, il che rende chiara fin dall’inizio la sua lettura, a volte ingenua, del comunismo sovietico o cinese (merito che va ascritto anche a una precedente monografia su Spirito, quella di Antimo Negri(1)). Secondo, far conoscere e valorizzare il secondo Spirito, quello postfascista, soprattutto la sua acuta lettura della contestazione sessantottina.
Breschi colloca l’origine del pensiero di Spirito in quel ripensamento di Marx che aveva costituito l’esordio anche del pensiero di Gentile e che, si potrebbe sostenere, fu l’alveo in cui si formò la filosofia italiana contemporanea in genere(2). Gentile aveva compiuto due passi fondamentali nel confronto con Marx: da una parte ne aveva criticato i residui metafisici nel materialismo storico, dall’altra ne aveva esaltato la capacità di schiudere l’orizzonte, così simile all’attualismo che elaborerà più avanti, in cui conoscere e fare non si distinguono, ovvero la filosofia della prassi delle famose Tesi su Feuerbach. Il passo successivo è la Riforma della dialettica hegeliana(3). Di Hegel bisogna rigettare tutti i residui della metafisica antica, basata sulla messa a fuoco di alcuni enti sommi immutabili; soltanto dopo questa purificazione necessaria, l’idealismo, in quanto ha posto al centro il pensiero, può rinascere come filosofia dell’assoluto divenire, in grado di pensare il divenire stesso(4).
Ora, il grande paradosso di tale impresa filosofica si è realizzato proprio sul piano del divenire, in particolare nel divenire storico-politico, in cui ha teso a realizzarsi. L’antichità eliminata dalla finestra è rientrata dalla porta: mentre Gentile ne aveva dichiarato solennemente la fine sul piano metafisico, essa rispuntò, protagonista, sul piano della teoria politica. Di questa rievocazione Spirito, non sempre consapevolmente, fu l’autore, proprio in quanto teorico del corporativismo. Mentre Gentile elaborò solo tardi una teoria politica completa e sistematica, pubblicata postuma nel 1946 col titolo Genesi e struttura della società, Spirito affrontò il problema in vari scritti, che sono sviscerati nel primo capitolo del libro.
Come mostra Breschi, molti sono i problemi che costituiscono lo sfondo da cui Spirito si muove: la constatazione della progressiva aggregazione in monopoli sempre più grandi delle attività industriali, l’esplosione della scienza e della tecnica, il diffondersi del socialismo che ha mostrato possibilità di coinvolgere nel processo produttivo e nella vita dello Stato fasce sempre più larghe della società, salvo precipitare nell’astrazione utopica. Tale tipo di esigenza è ormai insopprimibile perché la mobilitazione delle masse degli ultimi decenni ha innescato fenomeni la cui soluzione non è più rinviabile, pena la crisi di qualsiasi forma statale possibile. Ecco allora la soluzione prospettata da Spirito, definita ora corporativismo proprietario (che attirò le critiche di Gramsci), ora corporazione aziendale, infine comunismo gerarchico.
L’ideale di corporativismo o organicismo è una sorta di ritorno della visione della filosofia politica greca, come ha scritto nel 1945 Popper nel suo famoso saggio La società aperta e i suoi nemici, accomunando nell’accusa di totalitarismo Platone, Hegel e Marx. Ove, però, quello che il pensiero moderno cerca, cioè la conciliazione immediata di individuo e stato, senza la mediazione di istituzioni e burocrazie, è la premessa del pensiero antico(5). Se molte sono le analogie col pensiero politico greco, inedito è il ruolo che Spirito assegna all’economia e alle competenze tecniche nella costruzione dell’organo stato. Come sottolinea Breschi, il corporativismo di Spirito è privo della base nazionalistica dell’ideologia fascista. Esso ruota intorno al sistema industriale. La società dovrebbe comporsi sulla base delle competenze tecniche, superando le vecchie istituzioni politiche, ormai obsolete.
Spirito pensa a una vera a propria rivoluzione internazionale, di cui vede una possibilità durante gli anni della seconda guerra mondiale. La potenza della tecnica non può più essere contenuta nel parlamento e nella burocrazia, che saranno spazzati via. Il loro permanere potrà soltanto ritardare o inficiare, creando sacche di parassitismo, anche finanziario, il progresso mondiale verso la nuova società. Le accuse di bolscevismo che gli sono rivolte, la generale frattura fra intellettuali e regime verso la fine degli anni trenta, la maturazione di una propria visione della filosofia che lo portano ad allontanarsi da Gentile: tali fattori segnano la svolta verso il problematicismo.
La tensione fra divenire e l’apertura alla trascendenza aveva spinto Spirito, forse in maniera più efficace di Gentile, a cimentarsi con discipline più legate all’empiria, proprio per far emergere dall’esperienza concreta tale apertura verso il trascendente. Infatti Spirito elabora la sua visione dello stato, studiando a fondo il diritto, l’economia, la sociologia, la pedagogia. Si apre insomma alle scienze particolari, perché è in esse, non più nella filosofia di per sé perseguita, che si scopre il fondo trascendente del reale. Dalla visione del tutto si passa alla tensione verso il tutto che si ottiene cercando le visioni particolari che il tutto stesso concede, in quanto presente nel divenire.
Ecco che il problematicismo si fa onnicentrismo: il centro non è più sopra le cose, ma dentro ognuna, è dappertutto. Breschi descrive una simile tensione faustiana verso questa trascendenza tutta immanente come pratica delle scienze particolari, che sono ricerca del vero, e il tentativo di elaborare una visione universale o filosofica in senso classico come pensiero pendolare e romantica sehnsucht. Ovvero pensiero che cerca l’assoluto dentro la storia, nella prassi storica.
La scienza e la tecnica stanno ormai unificando il mondo e tale visione sta scendendo dal mondo colto delle élite a livello popolare. Di questo Spirito si occupa nei trent’anni successivi alla caduta del fascismo.
La diffusione della scienza, l’unificazione del mondo e la velocità dei cambiamenti suggeriscono una grande novità, una rivoluzione che ha reso vecchie tutte le categorie e tutti i valori. Nel libro scritto con Augusto Del Noce, Tramonto o eclissi dei valori tradizionali?, Spirito teorizza, in contrasto col filosofo cattolico, la fine dei valori tradizionali: religione e metafisica, patria, famiglia sono destinati a scomparire, a essere spazzati via dai valori dell’avvenire, scientifici e tecnologici, sollevando quei vecchi valori a un piano di universalità che ad essi mancava. Peraltro è proprio riguardo a Del Noce, insieme a Nolte e pochi altri, che De Felice coniò l’espressione «interpretazione transpolitica della storia contemporanea». A maggior ragione mi pare di poter affermare che la ricerca di Breschi proceda in questa direzione.
Infatti, l’ultimo capitolo del libro cerca proprio di mostrare il glorioso fallimento sia dello spirito del Novecento sia del Novecento con cui Spirito ha cercato di identificare la sua ricerca. Il comune denominatore rimane la tensione rivoluzionaria che sembra rimanere viva in URSS, in Cina e nella contestazione giovanile che infiamma l’occidente negli anni sessanta e settanta. A Spirito i sistemi comunisti sembrano essere la realizzazione di quel corporativismo che, non senza cambiamenti, egli aveva teorizzato anni prima. Posizione che attira a Spirito svariate critiche, non foss’altro per non aver saputo vedere invece la struttura totalitaria e tirannica di quei regimi. Ingenuità che lo porta a scrivere un opuscolo propagandistico per la rivoluzione iraniana dello Scià, ove inneggia alla portata modernizzatrice del nuovo corso persiano, alla sintesi di elementi occidentali e autoctoni, senza vedere la palese fragilità di un sistema politico che di lì a pochi mesi, nel 1979, cadrà clamorosamente, vittima di una rivoluzione di segno nettamente diverso.
Con entusiasmo e poi disillusione Spirito accompagna gli eventi degli anni della contestazione. Dai giovani, il vecchio filosofo avrebbe sperato più audacia e maggiore capacità di elaborare categorie davvero al passo con i tempi nuovi, abbandonando definitivamente i vecchi schemi della famiglia, della patria, della religione e della metafisica. Così il secolo delle rivoluzioni rischiava di chiudersi appunto con il glorioso fallimento del tentativo di superare l’individualismo, tanto a livello filosofico, quanto a livello sociale.
In conclusione, Breschi suggerisce di leggere l’ultimo trentennio di vita di Ugo Spirito, che morirà nel 1979, alla luce dello scrittore che più di tutti, forse, ha fotografato il carattere degli italiani: Guicciardini. Il disilluso e lucido teorico del “particulare”, a cui Spirito dedica un libro proprio all’indomani del secondo conflitto mondiale e della caduta definitiva del fascismo. Quel carattere individualista, pratico e scettico, che il Risorgimento e il fascismo, avevano cercato, a loro modo, di educare, di sradicare o di esorcizzare. Quel Guicciardini che anche il maestro Gentile aveva stigmatizzato come pensatore, da superare nel celebre discorso Che cos’è il fascismo.
L’individualismo allora rimane come simbolo di quel glorioso fallimento in cui il Novecento si è concluso, proprio dopo aver cercato di estirpare con le sue rivoluzioni e guerre la modernità individualistica e individualizzante.
(1) A. Negri, Dal corporativismo comunista all’umanesimo scientifico. Itinerario teoretico di Spirito, Piero Lacaita, Manduria 1964. Oltre a questa bisogna citarne almeno altre due: A. Russo, Positivismo e idealismo in Ugo Spirito, Fondazione Ugo Spirito, Roma 1990; G. Dessì, Ugo Spirito. Filosofia e rivoluzione, Roma 1999.
(2) Cfr. A. Del Noce, Modernità. Interpretazione transpolitica della storia contemporanea, Morcelliana, Brescia 2007, pp. 70-72.
(3) G. Gentile, La riforma della dialettica hegeliana, I.
(4) Emanuele Severino sostiene che Gentile si pone al centro della filosofia contemporanea e «lo fa con una potenza che è eguagliata da Nietzsche, ma non certo da Heidegger – per mostrare l’impossibilità che ci sia qualcosa […] che abbia la capacità di fermare il movimento storico». Gentile avrebbe avuto, inoltre, il merito di aver contribuito a superare l’idealismo, non limitandosi a ribadire l’inaccettabilità dell’esistenza di una realtà immutabile esterna al pensiero, ma affermando che l’esistenza di tale immutabile ostacolerebbe la comprensione della vera natura del pensiero come atto ovvero della «vera dinamicità, vero divenire dell’essere». E. Severino, Giovanni Gentile distruttore degli assoluti, in AA.VV., Giovanni Gentile. La filosofia, la politica, l’organizzazione della cultura, Venezia 1995, pp. 57-8.
(5) Per Platone, singolo e stato sono analogici e, di conseguenza, le parti dell’individuo si riflettono nelle parti dello stato e viceversa. Cfr. Platone, Repubblica, II, 368E-369A, trad. it. a cura di M. Vegetti, Bur, Milano 2007, p. 423. Invece in Aristotele la famiglia, non l’individuo è la prima cellula dell’uomo dal punto di vista cronologico, ma ontologicamente primo è lo stato. Cfr. Aristotele, Politica, 1253A, trad. it. a cura di C.A. Viano, UTET, Torino 2006, p. 67.

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