Nobiltà e stati principeschi in Italia e in Francia nel XV secolo
Noblesse et états princiers en Italie et en France au XVe siècle, Études réunies par Marco Gentile et Pierre Savy, Roma, École Française de Rome, 2009 (Collection de l’École Française de Rome, 416), 434 pp.
Nella oramai ventennale ricerca sulla complessità della società basso medievale si è posta particolare attenzione ai soggetti “minori”, istituzionali e non, quali i borghi, le comunità rurali, le partes e infine all’elemento aristocratico. È stato così verificato il perdurante attivismo – anche se con intermittenti lasciti documentari – di piccole e grandi casate. In particolare la lettura del ruolo delle stirpi nobiliari nella gestione e nel mantenimento dello Stato, nella capacità di mediare tra periferie e Signori, di organizzare propri fidelis nel sostegno militare ed economico alla dinastia dominate ha irrobustito la visione della molteplicità della società del XIV e XV secolo. Il paradigma dello «Stato composito» (nei cui corpi rientra la nobiltà), approfondito dalla scuola milanese di Giorgio Chittolini e tanto appropriato per le terre lombarde, è stato così verificato in relazione ad altre realtà (dal veneziano Stato de Teraferma, alla Toscana medicea, al Regno meridionale), con risultati, come prevedibile, non del tutto conformi al modello originale.
Il volume qui recensito, curato da Marco Gentile e Pierre Savy, riprende esplicitamente la suggestione di un precedente convegno(1), che costituiva l’unico tentativo di comparazione tra area francese e italiana in età signorile, per osservare la complessità del rapporto tra «aristocrazia signorile», da un lato, e “Stato principesco”, dall’altro, con la complicazione del ruolo al di qua delle Alpi delle città ex-comunali, al di là, del potere regio. Accanto ad un terzetto di contributi relativi a quell’ambito visconteo-sforzesco (Gentile, Arcangeli, Savy) che è al centro degli interessi della coppia di curatori, per l’area italiana si hanno saggi sullo stato pontificio, sul ducato di Ferrara, sullo spazio trentino-tirolese, sul marchesato di Saluzzo, e infine sulla Savoia, «stato franco-italiano» e vero e proprio collante col mondo transalpino. Lo spazio francese comprende interventi sui paesi borgognoni e i non molto distanti, principato di Liegi e ducato di Lorena, oltre che sull’Alvernia e sui principati di Armagnac (tutti coinvolti nel conflitto armagnacco-borgognone che costringerà a ridefinire i rapporti principe-nobiltà), infine sulla eccentrica Bretagna. Altro richiamo al colloquio del 1987, è il periodo scelto per ciascuno dei 14 interventi, il XV secolo, e la scala delle indagini, principesca e non locale-signorile (per il caso italiano) o regale (per il caso francese).
Centrale è il contributo di uno dei curatori, Marco Gentile (Aristocrazia signorile e costituzione del ducato visconteo-sforzesco. Appunti e problemi di ricerca), che riprendendo i propositi dell’Introduzione, intende approfondire il modello della “Lombardia composita”, nel solco del “paradigma dualista” incentrato sul dialogo tra principe (o dominante) da un lato e corpi (territoriali, ma non solo) dall’altro. L’intenzione è di sottrarsi a facili semplificazioni, a «interpretazioni di largo consumo», a «rigidità di opposizioni quali città/elemento urbano versus contado/elemento signorile» (p. 135, in cui costituisce bersaglio polemico la correlazione di Putnam tra mondo comunale e “senso civico” attuale(2)) e ancora, ad alcune sottovalutazioni storiografiche. Gentile si avvale della bibliografia della sunnominata scuola milanese (nel testo si richiamano i lavori, oltre che di Giorgio Chittolini, di Letizia Arcangeli, Federica Cengarle, Massimo della Misericordia, Andrea Gamberini) e non, di passi di autori coevi agli eventi (il Machiavelli dei Discorsi, il segretario veneziano Gian Giacomo Caroldo), di lettere dei protagonisti delle vicende (Manfredo da Correggio, Guarnerio Castiglioni, Branda Castiglioni, oratore a Napoli), di fonti d’archivio (notevole la rassegna dei patti di dedizione tra le casate nobiliari e Francesco Sforza). Lo scopo è quello di declinare il ruolo dell’aristocrazia dello stato visconteo-sforzesco nel XV secolo alla luce di diversi punti di vista: fattore di raccordo territoriale al momento delle successioni ducali, sostegno al principe nei periodi di difficoltà, elemento legittimante della struttura politico-sociale attraverso lo strumento feudale e le politiche matrimoniali, dirette o meno dal centro. Lungi dall’espungere la dimensione temporale dalla ricerca, l’allargamento di tipo orizzontale dell’indagine sullo stato signorile (i casati accanto alle sopra ricordate comunità, fazioni, città e borghi e quant’altro) non esime dall’analisi dei rapporti tra la componente aristocratico-feudale e il principe all’interno dell’evoluzione della “grande politica” italiana, specie nel momento di instabilità seguito alla morte di Gian Galeazzo. Così, la funzione di cemento dello Stato costituita dal radicamento (sul territorio, tra le persone, nei legami fazionari..) delle famiglie aristocratiche viene a nudo proprio quando, dal quarto decennio del Quattrocento, si ha un attacco ai loro privilegi. Ed è in tale capacità di produrre coesione che l’Autore rinviene una «struttura profonda delle terre lombarde», tanto da giustificare l’impiego storiografico di un ben riconoscibile soggetto, il “ducato visconteo-sforzesco”, protrattosi per almeno un secolo e mezzo.
Tra i temi individuati da Gentile, quelli delle infeudazioni e delle legittimazione reciproche sono al centro del contributo di Pierre Savy (Les feudataires et le contrôle territorial dans le duché de Milan à l'époque des Sforza), che impiega la vicenda dello “Stato Dal Verme” per indagare il rapporto tra feudalità e controllo del territorio principesco. Come precisa l’autore, è più facile lo studio della relazione spazi feudali - governo principesco quando dalla parte dei feudatari vi sono «uomini nuovi», ancor più se «paracadutati» in territori in cui non erano già radicati. Così, nel controllo delle aree di frontiera, quali la Val Tidone, la Val Trebbia, e per un certo periodo di tempo, Castelbaldo nel Padovano, il ruolo del feudatario Dal Verme si confonde con quello del condottiero, pronto a venire incontro alle esigenze militari e poliziesche del principe. Il «grande vassallo in Lombardia» che è Luigi Dal Verme e i suoi successori si ingegnano per mantenere l’ordine tra i “loro” cittadini e rustici, eseguendo provvedimenti di arresto e azioni di polizia, così come, inquadrati nel composito «esercito del duca», prendono parte a conflitti esterni (ribellione degli Anguissola nel 1462, dell’alessandrino nel 1466, dei feudatari di Gian Galeazzo negli anni ’80). Savy rimarca come i Dal Verme non costituiscano solo un braccio del potere centrale ma possano comportarsi quali veri e propri soggetti autonomi, rispondendo alle sollecitazioni, a volte con troppo zelo (ad esempio ad Alberto Braghero, ribelle al Duca, a cui Pietro Dal Verme promette di «manzarli el fegato» e «farne crudeltà inaudita»), e venendo anche coinvolti da Roberto Sanseverino tra i possibili congiurati del 1480. Si tratta qui tra feudatario e principe di un rapporto personale, «attivo», quasi paritario, passibile di aggiustamenti e negoziazioni, parte di quel dialogo tra «corpi» e personalità su cui da tempo si concentra la ricerca.
Il contributo più robusto dell’intero volume è quello di Letizia Arcangeli (Un lignaggio padano tra autonomia signorile e corte principesca: i Pallavicini), in merito ai Pallavicini e al loro “Stato”, questo volta, rispetto ai Del Verme, dotati ab antiquo di proprietà, diritti e vassalli estesi sul territorio di tre diocesi (Cremona, Piacenza e Parma). La ricostruzione rileva quali fossero gli spazi (le «terre de voi Palevicino» tra il Po e le colline piacentine e parmensi), e i tempi, tra la fine del XI secolo e la fine del XVII, dell’agnazione, soffermandosi in particolare sul XV secolo e sulla linea di discendenza principale, quella investita in marchesato, con titolo, territori e giurisdizioni («ratione loci vel territorii»). Centro dell’attenzione è quindi il periodo di Rolando Pallavicino e della divisione del suo «stato» tra i sette figli nel 1459, nell’ottica di un’indagine sulla trasformazione di linguaggi e pratiche politiche dei Pallavicini tra primo e secondo Quattrocento. I mutamenti sono molteplici, nel lessico politico, fattosi da signorile e pattizio a cortigiano, nelle modalità delle politiche «esterne», passate dalle alleanze, dalle leghe, dalle aderenze, all’esclusivo strumento del matrimonio con altre casate diretto dalla casa ducale, nel rapporto con il proprio «stato», prima considerato un territorio «locorum suorum» (suo, di Rolando Pallavicino), popolato da «subditis, sequacibus, amicis terris et locis suis» e poi «strumento al servizio del principe», compresi gli abitanti, definiti meri homines. Decisiva nell’ascesa del padre Rolando era stata la sua “potenza” locale costituita dalla facoltà di facere guerram autonomamente. Quello che gli bastava per farsi strada era «il livello minimo a cui un membro del lignaggio, per quanto reprobo può essere ridotto», ossia titolarità di giurisdizione, prerogative fiscali, diritti politici. Al contrario il successo del figlio più fortunato, Palavicino, governatore del principe all’inizio del 1477, dipenderà dalle alleanze fazionarie, dagli accordi matrimoniali e, soprattutto, dall’inserimento nella corte principesca. Il robusto feudo dei Pallavicini, la relazione con le fazioni prevalenti delle città vicine (Parma e Cremona), la capacità di mobilitare gli homines del contado, rappresentano tuttavia per il principe un perdurante punto di forza, pur nella situazione internazionale più stabile del secondo Quattrocento. Nella parabola dei Pallavicini, lo spartiacque tra i due periodi è infatti la pace di Lodi e le conseguente generale chiusura degli spazi politici. In quel frangente, per la sopravvivenza dei “piccoli Stati” è stata decisiva l’abilità nello stringere alleanze vincenti e non più ribaltabili: l’esito della «faida secolare» tra Pallavicini e Rossi costituisce il segno più evidente di questo cambiamento epocale.
Delle cronache principesche della Savoia e di una storia familiare dell’area (dei signori, poi conti valdostani, di Challant) si occupa Guido Castelnuovo, (Nobles des champs ou nobles de cour? Princes et noblesse dans les chroniques savoyardes du XVe siècle), con l’intento di mettere a fuoco la «paletta di base dei colori aristocratici e dei criteri nobilitanti» (p. 192) in vigore nel Quattrocento. Si disegna così un ritratto della vrai noblesse, composto da tre elementi, il lignaggio, il valore in battaglia e l’onore, che vengono costantemente posti in primo piano. Uomo d’armi, specialista della guerra, l’aristocratico delineato dagli scrittori savoiardi si trova inserito in una triplice gerarchia composta allo stesso tempo da criteri feudo-signorili (per i baroni), da qualità prettamente cavalleresche (cadetti, scudieri), in cui ciò che conta, però, è il legame «armonioso» col principe, a sua volta il primo e il migliore dei nobili. Questo quadro, su cui si incentra un exemplum mitico narrato dalle cronache – la missione dei nobili in un immaginario XII secolo per ridestare dal suo buen retiro il principe Umberto III e richiamarlo alla loro guida – conosce nel secondo XV secolo una torsione verso quei valori aristocratici tradizionali, in quel momento in pericolo. In quello che è ora il mondo chiuso della corte, l’obiettivo polemico dei narratori sono gli amministrativi, giudici, chierici, tesorieri, posti in secondo piano rispetto allo stato nobiliare, di cui si enfatizza «spasmodicamente» il valore del lignaggio, dei quattro quarti di sangue nobile. L’aristocratica Cronique de Challant si scaglia ferocemente contro un nobiltà imbastardita da mercanti arricchiti, praticamente villani, in un momento (1460) in cui tutto si accentra nella corte di un piccolo principe locale, divenuta l’«epicentro di una rude concorrenza sociopolitica» (p. 207), in cui tener più ferme che mai le posizioni tradizionali.
Relativo all’area saluzzese, estesa dalla pianura alle valli e con due centri demici di media importanza (Saluzzo e Carmagnola) è il saggio di Alessandro Barbero, (Appannaggi, infeudazioni, riacquisti: la politica feudale dei marchesi di Saluzzo nel Quattrocento), che disegna un quadro della feudalità del marchesato in un XV secolo dominato dalla figura di Ludovico I e dei suoi sessant’anni di regno. L’autore, sulla base di studi recenti(3),mette in luce il proseguimento della pratica di Manfredo IV (regnante 1297-1340) di creare appannaggi per i figli cadetti, in modo da tenerli legati a un marchesato il cui vastissimo territorio è eroso dalla concorrenza dei conti di Savoia e dei principi d’Acaia. La scelta del dominio diretto e di infeudazioni familiari di spazi compatti, spesso tronchi di valle, così da consentire ai beneficiari «un’egemonia locale degna del rango di consanguinei», (p. 344) comporta però il rischio della infedeltà di cugini e loro successori. Una loro ribellione generalizzata, peraltro sollecitata dai Savoia con l’offerta del vassallaggi – esempi dei Saluzzo di Farigliano nel 1406, di Murazzano del 1463, di Castelar tra 1460 e 1475 – avrebbe come conseguenza la perdita del territorio al marchesato. Giunto al Quattrocento con un nucleo compatto, tra controllo diretto e infeudazioni ai rami cadetti, il marchesato conosce il suo vero e proprio tournant nella seconda metà del secolo, con il cosiddetto «editto del 1460» che riconosce la nobiltà urbana ai servitori di Ludovico «litteris vel armis», famiglie di giuristi, di tradizione funzionariale e spesso emigrate da altri centri. È però con Ludovico II (1475-1504) che, affiancandosi alla massa di consanguinei, vari esponenti dell’élite economica e burocratica, oltre che della nobiltà forestiera, riescono ad ottenere giurisdizioni e accedere alle cariche di corte. Interessato al piano concreto della politica più che a quello del lessico feudale, il saggio di Barbero rende merito alla trasformazione tardo quattrocentesca della nobiltà nel rapporto col principe, pur in un’area in cui la “polverizzazione” delle comunità infeudate, ben 70, quasi tutte in mano a uno di «queli che sono decessi legittimamente de la chassa de Saluce», rendeva difficile il radicamento di estranei e forestieri.
Nel suo contributo, Trevor Dean (The dukes of Ferrara Andrea their nobility: notes on language and power) prende in esame una famiglia aristocratica posta geograficamente lontano dal centro del ducato, i Rangoni di Modena, ma politicamente vicina agli Este di Ferrara. In particolare, attraverso la corrispondenza col Principe, l’autore verifica la trasformazione del ruolo di difensore della comunità cittadina da parte di questa stirpe nobiliare, col passaggio da patrono locale a intermediario tra città e una corte a cui gli esponenti nobiliari di fine XV secolo dovevano necessariamente rapportarsi. Così, come per altri casi esaminati nel volume (Pallavicini, Del Verme, ed è esplicito il parallelo coi nobles in the Milanese state), il linguaggio dei Rangoni si fa sempre più cortigiano, assumendo toni quasi servili verso quello che ormai è diventato il punto focale di ogni iniziativa politica.
L’episcopato di Trento, posto fin dall’XI secolo al di fuori dell’ambito italiano e appendice meridionale del regnum teutonicum, costituisce l’ambito di indagine del saggio di Marco Bellabarba (Statuti, «Landrecht», leghe aristocratiche: diritti e potere nello spazio trentino-tirolese del primo Quattrocento). Dopo aver delineato la vera e propria scissione dell’originario ducato trentino nel principato-vescovile e nel patrimonio dei signori di Tirolo (il dominium comitis Tirolis), il progresso territoriale di questi ultimi con l’assunzione dell’avvocatura della ecclesia tridentina e la successione agli Asburgo nel 1363, l’autore si sofferma sul periodo, il primo ventennio del Quattrocento, di maggior frizione all’interno dello “spazio trentino-tirolese”. È a livello della aristocrazia territoriale che il contrasto si fa più aspro, a partire dall’attrazione della città di Trento verso gli Stände tirolesi. In tale frangente, entrambe le aristocrazie, trentina e tirolese, si opporranno, riunite in leghe aristocratiche (Bund), alle pretese egemoniche del duca asburgico Federico IV. Tuttavia, Bellabarba rileva come ben differenti siano i discorsi che le due componenti nobiliari, benché coese contro il comune nemico, opporranno alla violentia (Gewalt) principesca. Dal lato tedesco si rimanda insistentemente al «Landrecht» (una «resum del paes», come reso in «zoppicante italiano», in modo da affermare un «diritto di ragione» che precede ogni legge positiva), costituito dall’accumulo di privilegi e immunità nobiliari sedimentati nei secoli, mentre da parte italiana, quelli che costituiscono i locali diritti della contea, ossia gli statuti trentini, di matrice comunalistica, e a loro avversi, vengono “accuratamente” ignorati. In un caso come nell’altro, negli anni venti del Quattrocento si dovrà tener conto, della preminente iurisdictio asburgica, impegnata a plasmare una più stabile gerarchia di poteri e a imporre un’unica prassi giuridica a cui, richiamando un proprio «ius terrae», le aristocrazie territoriali cercavano di derogare.
Oliver Mattoni (Société contractuelle, pouvoir princier et domination territoriale: les alliances du duc Jean Ier de Bourbon avec la noblesse d'Auvergne (1413-1415))trae occasione da un importate evento successorio, il passaggio del ducato d’Alvernia dalla casata dei Berry a quella dei Borboni, per delineare il sostegno dato dalla feudalità, tramite legami contrattuali, alla costruzione di un locale principato territoriale. In effetti, come evidenzia il titolo dell’intervento, il periodo sottoposto a indagine è compreso nell’arco di soli due anni, tra il 1413 e l 1415, al momento del precipitare della situazione, quando il settantatreenne duca di Berry era ormai alle soglie della morte e il successore designato, Giovanni di Borbone, stava per essere assorbito dalla grande politica (finirà imprigionato dagli inglesi ad Azincourt). La strategia messa in piedi dal duca tra il maggio e l’agosto del 1413 per ottenere il sostegno dell’aristocrazia alla successione prevede lo strumento dell’«alleanza», declinata anche come «convenienza» e «confederazione». Formalmente indirizzata a una moltitudine di nobili di tutta l’Alvernia, del Vivarais e del Gédevan, la lettera di richiesta di alleanze è in realtà un pretesto per legare a sé, «i più bei e potenti lignaggi o della bassa regione», quella più vicina al Borbonese (i Monti d’Alvernia e la piana di Limagne), più attiva e meno isolata. A partire dal magistero di Peter Lewis e di McFarlane riguardo al non-feudalism e al bastard-feudalism(4), e ai lavori degli antropologi su amicitia e fedeltà, dono e riconoscenza, Mattéoni propone «una lettura che non si limita alla sola griglia dell’analisi politica stricto sensu» (p. 291), per esaminare i patti di reciproca difesa, aiuto e servizio tra la parte principesca e quella nobiliare. La conclusione della vicenda avverrà soltanto un decennio dopo e la successione sarà ottenuta con fatica: alla complicazione degli accordi con le casate aristocratiche, cui segue ne 1415 un giuramento collettivo di fedeltà (serment) aperto alla bassa nobilità, si era sommata la difficoltà di imporsi in un territorio che, quale appannaggio reale, era passibile di ritorno alla corona.
Ancora dello stesso periodo, e del conflitto tra armagnacchi e borgognoni, si occupano, da prospettive differenti e con un taglio più tradizionale, i contributi di Bertrand Schnerb e Emmanuel Johnas. Il primo (Noblesse et pouvoir princier dans les pays bourguignons au temps de Jean sans Peur (1404-1419)) riguarda la nobiltà stretta attorno a Giovanni senza Paura durante i primi due decenni del Quattrocento e delle loro modalità di integrazione nelle strutture dello stato borgognone. Al contrario dell’espansione dei Borboni in Alvernia esaminata dal Mattéoni, la legittimità del duca di Borgogna alla testa del suo spazio principesco è indiscutibile, «signore naturale» dei nobili che «tiene nella sua mano» (p. 13). Gli strumenti di questa integrazione sono quelli noti, l’immissione nell’entourage del duca (familiari, consiglieri, ciambellani e i «gentilshommes de l’hotel»), l’impiego nel consiglio ducale, nelle funzioni amministrative dirigenziali a livello regionale (il maresciallato di Borgogna, l’ammiragliato delle Fiandre), le capitanerie generali, i balivati, i servizi militari, il sostegno economico. È anche vero che il contesto di guerra civile può far adottare anche comportamenti intransigenti ed esemplari, in particolare per quanto riguarda i crimini di tradimento. Dei diversi casi esposti da Schnerb, particolarmente grave è l’affaire Mansart du Bos, cavaliere piccardo tenente signoria e castellanerie, passato, per mezzo di léttres de defi nel 1411 al partito d’Orleans, e catturato soltanto poche settimane dopo dai borgognoni. La condanna a morte, e l’esecuzione, nonostante l’intervento di sostenitori avviene «pour ce que icelluy messire Mansart estoit son homme lige et, ce nonobstant, l'avoit defié par lettres seellees de son seel».
Il fronte armagnacco è invece l’oggetto di studio del contributo di Emmanuel Johans (Les Armagnacs et leurs nobles au début du XVe siècle), nel periodo tra il conte Bernardo VII, che porterà il principato allo zenit e si troverà alla testa dell’omonimo partito, e il figlio Giovanni IV (1396-1450), più ripiegato nella politica del Midi. Come per la vicenda borgognona, le metodologie di gestione della nobiltà legata agli armagnacchi passano attraverso le pratiche consuetudinarie, comprendenti l’aiuto e il consiglio, soprattutto in campo militare (ost, cavalcada e segoe), e la tenuta di castelli feudali. L’analisi delle interazioni tra nobili e principe riguarda i medesimi temi già osservati per il partito avverso (servizio, missioni diplomatiche, regolamentazione del conflitto, etc.), compattando il loro rapporto fino alla seconda metà del XV secolo, quando le ambizioni di indipendenza di Giovanni V (1450-1473) mettono in crisi quella «doppia sovranità, reale e principesca», cui sottostava la nobiltà armagnacca.
Ai margini della contesa tra duchi d’Orléans e di Borgogna, ma sottoposto alle mire di entrambi, è il ducato di Lorena, stato frammentato, teatro di guerre private, spezzettato da numerose enclaves territoriali. L’analisi di Christophe Rivière (La noblesse, plier de l’État princier: l’exemple du duché de Lorraine, entre Royaume et Empire) si sofferma sull’abile politica di Carlo II (1390-1431) e di Renato I d’Angiò (1431-1453), che trae occasione dalle minacce esterne (ai partiti armagnacco e borgognone si sostituiranno le mire del Regno di Francia e delle confinanti città imperiali) per compattare la nobiltà interna. Gli strumenti sono la partecipazione al consiglio ducale, la devoluzione di privilegi giudiziari e un’efficacie politica dinastica (trattato di Foug del 1418 col duca di Bar e nascita del principato di Bartolomeo-Lorena). L’autore ritiene che la Lorena, a causa dell’eccentricità geografica tra Regno, ducato di Borgogna e Impero, costituisca il modello di uno «Stato nobiliare», la cui statalizzazione si è sviluppata «in maniera spontanea» (p. 170) lungo un cinquantennio, grazie alla consuetudine di autonomia dell’aristocrazia locale, che la renderà capace di restare corpo separato dal regno di Francia fino al 1766.
Relativi ad un più lungo periodo sono infine i saggi di Alain Marchandisse e Michael Jones: il primo (Noblesse féodale et puovoir épiscopal dans la principauté de Liège des XIII e -XVe siècles) comprende un arco di più di due secoli e riguarda il contrastato rapporto tra il principe-vescovo di Liegi e una nobiltà più segmentata rispetto ai casi fin qui esaminati. I vassalli del prelato, infatti, sono compresi sia nel principato vero e proprio, sia presso i principi vicini, su cui si estende la diocesi, e esprimono gradazioni diverse di fedeltà, da una stretta alleanza fino all’assorbimento nel principato (contea di Looz), a una politica altalenante condizionata dai propri interessi (conte di Fiandra), alla vera e propria ostilità, anche armata (duca di Brabante). La stessa traiettoria politica del principato, dalla parte imperiale (XII secolo) a quella romana-papale (XIII), dall’avvicinamento alla corona francese (XIV), al “secolo borgognone” (XV), non favorisce una collaborazione stabile con una nobiltà locale debolmente inquadrata, che un osservatore di metà Quattrocento rileva come «ilz ne font pour luy [per il vescovo] ue ce qu’il leur plaist» (p. 229).
Anche la Bretagna, oggetto dello studio di Michael Jones (Dukes, nobles and the court in late medieval Brittany), è sospesa tra diverse influenze (re francese, corona inglese), che divengono materialmente tangibili sul suo suolo durante la guerra civile bretone (1341-1365) e la contesa successoria tra John de Montfort e Charles de Blois. Il contributo si sofferma sulla dinastia dei Montfort, vittoriosa anche grazie alle armi d’oltre Manica, e al suo tentativo di integrare nel proprio ducato la folta aristocrazia locale, caratterizzata dalla densità più alta d’Europa rispetto al resto della popolazione. I modelli risultano essere sempre le maggiori corti vicine, soprattutto quella inglese. A partire dal XIV secolo proprio l’accesso alle sue posizioni e ai ruoli dell’alta ufficialità (Mareschal, Admiral, Grand Maistre, Chancelier, President, Roy d’Armes) e alle rendite collegate, costituisce la maniera più efficace per incanalare la competizione interna e tenere la nobiltà legata al centro.
Eccentrico rispetto agli altri, dal punto di vista dei risultati della ricerca più che da quello geografico, è il contributo di Christine Shaw (The Roman barons and the popes), che si sofferma sulle prerogative dei «signori di castelli» romani. Per la maggior parte essi non sono classificabili come feudatari del papa, non riconoscono autorità superiore, non detengono ruoli nella corte fatta eccezione per le cerimonie cittadine («They were “baroni romani”, not “papali”», p. 106), non hanno uffici negli stati papali, né incarichi diplomatici, né l’obbligo di prestare servizi militari. Sempre che, ovviamente, i loro congiunti non pratichino la carriera ecclesiastica. Addirittura il loro controllo sull’urbe, tramite i legami di tipo fazionario, è più forte di quello del pontefice, così come, ovviamente, è quello sui propri territori (gli Orsini nell’area a nord e a est di Roma, da Bracciano ai confini col napoletano, specularmente i Colonna, nella zona dei colli Albani a sud della città). Quali «condottieri», i baroni della seconda metà del Quattrocento mettono la propria guida e i propri uomini a disposizione dei maggiori stati italiani («perché non potevano vivere senza soldo», come riporta un cronista dell’epoca), ed è soprattutto attraverso il rapporto stretto con uno di essi, il Regno di Napoli, che si complicheranno ulteriormente i rapporti con la figura del pontefice, del quale non accettano l’autorità, nemmeno arbitrale.
Il caso romano evidenzia ancor di più il peso mutevole delle aristocrazie rispetto al processo di costruzione dello stato principesco, sulla linea di gradazione che va dal mero riconoscimento dell’autorità del principe (pur se primus inter pares al quale prestare una vaga obbedienza), all’inquadramento istituzionale nello stato, all’instaurazione della sovranità del dinasta quale detentore di superiore potestas publica, come delinea Jean-Marie Cauchies nelle Conclusions. Rispetto ai rappresentanti della feudalità pieno medioevale, i loro omologhi del XV secolo devono fare i conti con contesti statuali e socio-economici più complessi, più segmentati, ideologicamente più consapevoli, in cui le corti, le amministrazioni (patrimoniali, fiscali, giudiziarie) e gli eserciti (di nobili, di cittadini, di mercenari) costituiscono i campi in cui possono giocare la loro azione, dirigendola, imbrigliandola e anche disciplinandola. Gli “squarci” aperti dai tanti saggi qui raccolti, al di là delle differenza regionali e di impostazione, sono indicativi di questo cambiamento e, attraverso il loro riferimento ad una pluralità di fonti (dal diplomatico all’epistolare, alla narrativa), molto più ricche e “localizzate” rispetto a quanto disponibile nei secoli precedenti, danno indicazioni estremamente feconde per successive direttrici di ricerca.
(1) Milano e Borgogna. Due stati principeschi tra Medioevo e Rinascimento, colloque de Milan, 1-3 octobre 1987, sous la direction de J.-M. Cauchies et G. Chittolini, Rome, 1990, atti pubblicati anche col titolo Rencontres de Milan: Milan et les Etats bourguignons: deux ensembles politiques princiers entre Moyen Age et Renaissance (XIVe-XVIe s.), Centre européen d'Études bourguignonnes (XIVe-XVIe s.), 28, 1988.
(2) R. D. Putnam, Making Democracy Work: Civic Traditions in Modern Italy, Princeton, 1993.
(3) Si ricordano qui i saggi raccolti nel volume Ludovico I marchese di Saluzzo. Un principe tra Francia e Italia (1416-1475) a cura di Rinaldo Comba, Cuneo, 2003.
(4) Su cui qui si ricorda solo P. Lewis,Decayed and Non-Feudalism in Later Medieval France, in Id., Essays in Later Medieval French History, Londra, 1985 e B. Mc. Farlane, Bastard Feudalism, in Id., The Nobility of Later Medieval England, Oxfort, 1973.
Paolo Gabriele Nobili laureato in Scienze Politiche e in Storia, ha ottenuto nel 2009 il titolo di dottore di ricerca in Storia Medievale presso l’Università degli Studi di Milano con un progetto relativo alle trasformazioni economiche e sociali nella bergamasca nel XIII secolo. Ha pubblicato il volume Alle origini della città. Credito, fisco e società nella Bergamo del Duecento, FSESB, 2011, due monografie su casi locali (Vertova. Una comunità rurale nel medioevo, Nerbini 2009 e “Statuerunt quod Comune de Gromo et omnes habitantes sint Burgum et burgienses‟. Da locus a comune rurale a borgo franco, l’affermazione di Gromo tra XII e XIV secolo, Comune di Gromo, 2011) e saggi in periodici quali “Archivio Storico Italiano”, “Bergomum”, “Nuova Rivista Storica”, “Porphyra”, “Quaderni di Archivio Bergamasco”, “Reti Medievali Rivista”, alcuni dei quali ridistribuiti da “Reti Medievali - Biblioteca”.

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