Il fascismo e gli italiani all'estero

 

Matteo Pretelli, Il fascismo e gli italiani all’estero, Clueb, Bologna, 2010, pp. 160

di Fabrizio Soriano

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Nel 2003, Emilio Franzina e Matteo Sanfilippo curarono la pubblicazione di un volume intitolato Il fascismo e gli emigrati(1) al quale Matteo Pretelli, allora giovane dottorando all’università di Trieste, partecipò con un saggio dedicato ai fasci italiani negli Stati Uniti negli anni Venti(2). Pretelli aveva maturato una certa confidenza con l’argomento essendosene già occupato in un lavoro del 2001 uscito sul Giornale di Storia contemporanea(3). Da allora l’interesse per la tematica del rapporto tra fascismo e comunità di emigrati all’estero, in particolar modo negli Stati Uniti, ha rappresentato un campo privilegiato d’indagine per Pretelli come hanno dimostrato le successive ricerche(4) dedicate tutte all’approfondimento di alcuni aspetti della problematica delle relazioni tra il fascismo e il mondo delle colonie italiane all’estero e all’emigrazione italiana negli Stati Uniti in generale(5).
Ora, se prendessimo per buona una delle più energiche asserzioni del Regime fascista e cioè che il fascismo aveva valorizzato l’emigrazione al punto che non era più lecito parlare di “emigrati” bensì soltanto di “italiani all’estero”, il titolo del libro di Matteo Pretelli apparirebbe a prima vista molto poco originale rispetto a quello curato da Franzina e Sanfilippo nel 2003. Tuttavia, Pretelli dichiara esplicitamente che l’obiettivo del volume «è ricostruire il legame fra gli italiani all’estero e il fascismo italiano, prendendo in esame l’ideologia di Roma e le politiche da essa attuate per gli immigrati, nonché la risposta di questi al messaggio propagandistico di Mussolini»(6).  
Chiunque abbia maturato un interesse per l’argomento del rapporto tra fascismo ed emigrazione sa che non è in alcun modo possibile prescindere dalla vicenda dei fasci italiani all’estero, questione tanto importante quanto quella del metodo con il quale lo storico ha stabilito di guardare al fenomeno che proprio per la sua natura e complessità può essere studiato adottando diverse prospettive d’indagine. Pretelli infatti, precisa subito che «lo studio intende inserirsi nel filone dei migration studies che dall’inizio degli anni novanta guardano sempre più in termini “transanazionali” alla vita degli immigrati all’estero»(7). In quest’ottica, la vicenda dei fasci all’estero non sarebbe che un aspetto del più generale rapporto del fascismo con gli emigrati, nel quadro della storia dell’emigrazione italiana, quale fenomeno socio-economico di lunga durata con specifico riguardo al contesto determinato dalla concezione e dalle politiche dell’emigrazione del fascismo e dalle particolari strutture delle differenti comunità italiane sparse nel mondo. Il filone, come ricordato da Pretelli, ha beneficiato di una serie crescente di contributi dall’inizio degli anni novanta e nel volume ne è meritevolmente fornita opportuna menzione bibliografica. Tuttavia, è dalla seconda metà degli anni settanta che i rapporti tra fascismo e comunità italiane all’estero hanno costituito oggetto di studio per molti storici sia italiani che stranieri. Era stato Renzo De Felice, in un articolo pubblicato nel 1973 sulla rivista Affari sociali internazionali(8), a suggerire un approfondimento di aspetti della storia dell’emigrazione italiana inerenti all’atteggiamento delle comunità italiane all’estero nei confronti del fascismo o all’azione politica svolta da questo tra quelle, perché su tali aspetti egli avvertiva di più «l’esigenza di una trattazione organica». Un’esigenza motivata dal fatto che «la cultura storica italiana si é occupata relativamente poco dell’emigrazione, sia come problema complessivo sia come tema di singole ricerche e di studi particolari». Da allora anche la tematica dei fasci all’estero è entrata più o meno costantemente in tutti i lavori sulle comunità estere di emigrati italiani e sulla politica migratoria del fascismo.
Quello che Pretelli però non precisa in nessuna parte del suo libro è che oltre al punto di vista della storia dell’emigrazione, almeno altri due approcci sono stati nel tempo fecondi di spunti e contributi per un più organico apprezzamento del fenomeno dei fasci italiani all’estero, la cui vicenda costituisce giustamente l’ossatura su cui si innervano quasi tutti i contenuti del volume: la storia della politica estera fascista e la storia del partito fascista.
Se infatti, è senz’altro corretto dal punto di vista interpretativo stabilire un collegamento tra politica estera fascista ed emigrazione ed in particolare tra imperialismo fascista ed emigrazione, poco comprensibile appare il mancato approfondimento, sia dal punto di vista euristico sia dal punto di vista del dibattito storiografico, del nesso tra l’attività dei fasci all’estero quale espressione originale della politica estera fascista, l’idea di espansionismo propugnata dal fascismo prim’ancora di quella d’imperialismo e il mito dell’emigrazione come fattore potenziale di accrescimento della potenza nazionale. Dell’opera di storici quali Giorgio Rumi, Giampiero Carocci, Alan Cassels(9), che furono tra i primi(10) ad occuparsi di fasci all’estero nell’ambito di studi sulla politica estera fascista non c’è alcun riferimento.
Sull’analisi dei fasci all’estero come parte della storia del PNF, dove spicca in assoluto l’interpretazione di Emilio Gentile(11), Pretelli sottolinea la centralità dell’aspetto ideologico(12) trascurando invece l’attenzione dedicata da Gentile all’aspetto organizzativo(13) in un’ottica di studio multidimensionale volta a rappresentare in tutta la sua originalità l’esperienza dei fasci italiani all’estero quale espressione, per buona parte degli anni venti, della natura totalitaria del partito fascista. Eppure Pretelli aveva già mostrato meglio di altri di saper sintetizzare gli elementi di maggior novità della vicenda dei fasci all’estero nella voce «Fasci italiani all’estero» redatta all’interno del Dizionario del fascismo(14) curato da Victoria De Grazia e Sergio Luzzatto.
In generale, Pretelli riesce in un’opera di sintesi solo in parte, raccogliendo i maggiori frutti sul terreno che storiograficamente gli è più congeniale, vale a dire quello di una rielaborazione in chiave politica, sociale e culturale della vita delle comunità italiane all’estero sotto il fascismo (gli ultimi due capitoli del libro sono quelli meglio congegnati). Ma è dal punto di vista analitico, tuttavia, che il libro manca della capacità di innovare, rimanendo circoscritto nello spazio angusto della tematizzazione di un buon materiale archivistico e bibliografico in parte già organizzato in antecedenti studi concepiti su base locale e in parte frutto di un nuovo lavoro di ricerca.
Le scelte effettuate in questo campo da Pretelli meritano di essere discusse. Ad esempio, il secondo e il terzo capitolo, intitolati rispettivamente «L’ideologia» e «miti e consenso» avrebbero potuto far parte di un unico capitolo dedicato all’ideologia e al consenso, visto che il mito di Mussolini, il mito della Nazione, il mito della latinità e quello della cattolicità/universalità, non possono essere considerati nell’ambito dell’ideologia dei fasci all’estero e del fascismo in generale “meno ideologici” del mito dell’uomo nuovo o di quello della nuova civiltà imperiale. Allo stesso tempo, è da sottolineare l’assenza di un paragrafo sul culto dei caduti fascisti all’estero, uno dei cardini dell’ideologia dei fasci all’estero direttamente collegato col mito squadrista del culto dei martiri fascisti, culto definito giustamente «un importante strumento di analisi del processo di identificazione tra fascismo e nazione»(15). C’è da chiedersi inoltre se non sarebbe stato utile soffermarsi anche sulle feste e sui riti fascisti che costituivano nelle colonie italiane all’estero la principale cornice liturgica in cui trovavano rappresentazione i miti dell’ideologia dei fasci all’estero. Ma a Pretelli ancora una volta sembra sfuggire l’utilità di alcune categorie interpretative che, ad esempio, la lettura delle opere di Emilio Gentile, così ampiamente citato, avrebbe dovuto pure consentirgli. Facciamo riferimento al concetto di totalitarismo, a quello di sacralizzazione della politica, a quello di rigenerazione della politica. Come lo stesso Gentile ha chiarito si può studiare il fascismo in tanti modi ma non si può eludere il problema della sua natura e delle specifiche responsabilità culturali, politiche e morali che investono il lavoro dello storico del fascismo(16).
L’impressione è che Pretelli alla fine abbia voluto parlare un po’ di tutto senza però chiarire quale è la sua idea di fascismo e quindi senza qualificare il tipo di relazione intercorrente tra i differenti criteri d’indagine utilizzati. Concordiamo sul fatto che il fascismo attribuì grande rilievo all’immagine dell’Italia fascista presso gli stranieri, che i rapporti con la Germania nazista furono spesso segnati da diffidenze e differenziazioni e che i rapporti del fascismo con gli altri movimenti o partiti filofascisti furono non di rado condizionati da ambiguità e da realismo politico(17). Ma Mussolini non era soltanto «un’icona del turismo», era il capo di un partito che riteneva di aver salvato e rigenerato la nazione con una rivoluzione produttrice innanzitutto di nuovi valori spirituali e morali. Secondo questa concezione, Roma sarebbe stata il nucleo irradiante di una nuova civiltà che avrebbe garantito all’Italia il primato mondiale e al fascismo una diffusione su scala mondiale.
Il fascismo aveva scelto sulla base di una forte affinità ideologica e non per semplice opportunismo di stringere un’alleanza con la Germania nazista e anche se i rapporti con gli altri partiti e movimenti affini al fascismo furono spesso contraddittori e il progetto di un’internazionale fascista fu sempre fallimentare, il mito universalista fu uno dei principali miti con cui il fascismo immaginò e cercò di plasmare il futuro. Proprio i fasci all’estero furono il più originale tentativo del fascismo di attivare il potenziale politico dell’emigrazione italiana nel mondo, almeno fino al 1928, come coerente espressione dei propri miti nazionalisti, espansionisti, universalisti.
Lo studio dell’ideologia, quindi, è fondamentale per la comprensione del fascismo ma se viene assunta per lo più come indice di valutazione di una rispondenza tra idee e fatti perde la sua capacità di rappresentare il nucleo individualizzante e caratterizzante dell’identità fascista. Quindi, per quanto utile e non infondata, la razionalizzazione della vicenda dei fasci all’estero (al posto dei fasci si potrebbero dire lo stesso delle organizzazioni giovanili o delle scuole, il discorso non cambierebbe) in una prospettiva esclusivamente funzionalista – i fasci all’estero in funzione della politica estera fascista oppure i fasci all’estero in funzione della propaganda fascista – lascia inesorabilmente insoluto il problema, per così dire antropologico, della natura del fenomeno(18). Infine, una maggiore cura a livello editoriale avrebbe consentito di superare qualche evitabile incertezza grammaticale(19) e lessicale. Da quest’ultimo punto di vista appare quanto meno discutibile la scelta di usare sempre la locuzione “immigrati” anche quando sarebbe stato forse più opportuno parlare di “emigrati” adottando la logica prospettiva del Paese di partenza.
In definitiva, il lavoro di Pretelli sembra non cogliere l’obiettivo di colmare la lacuna data dall’assenza «di un lavoro di insieme che analizzi il rapporto degli italiani all’estero con il fascismo»(20). Difficilmente un tale lavoro potrebbe eludere la questione dell’antifascismo, fondamentale sia nell’apprezzamento delle peculiarità dell’emigrazione italiana tra le due guerre come emigrazione politica e non solo economica, sia per l’incidenza che l’antifascismo ebbe in quel processo di costruzione di identità transnazionali che il libro di Pretelli pure vorrebbe documentare. 


(1) E. Franzina, M. Sanfilippo, Il fascismo e gli emigrati, Laterza, Bari-Roma, 2003.

(2) M. Pretelli, I Fasci negli Stati Uniti: gli anni venti, in E. Franzina, M. Sanfilippo (cura di), Il fascismo e gli emigrati, cit., pp. 115-127.

(3) M. Pretelli, Fasci italiani e comunità italo-americane: un rapporto difficile (1921-1929),  in «Giornale di Storia contemporanea», IV, 1, 2001.

(4) Id., Culture or Propaganda? Fascism and Italian Culture in the United States, in «Studi emigrazione», n.161, marzo 2006, pp.171-192; Id., Il Fascismo e l’immagine dell’Italia all’estero, in «Contemporanea», XI, n.2, aprile 2008, pp. 221-241. 

(5) A. Ferro, M. Pretelli, Gli Italiani negli Stati Uniti del XX secolo, Centro Studi Emigrazione Roma, Roma, 2005; S. Luconi, M. Pretelli, L’immigrazione negli Stati Uniti, Il Mulino, Bologna, 2008.

(6) M. Pretelli, Il fascismo e gli italiani all’estero, Clueb, Bologna, 2010, p. 10.

(7) Ivi, p. 10.

(8) R. De Felice, Alcuni temi per la storia dell’emigrazione italiana, «Affari sociali internazionali», n. 3, 1973, pp. 3–10.

(9) G. Rumi, Alle origini della politica estera fascista (1918-1923), Laterza, Bari, 1968; G. Carocci, La politica estera dell’Italia fascista (1925–1928), Laterza, Bari, 1969; A. Cassels, Mussolini’s Early Diplomacy, Princeton, 1970.

(10) In assoluto, il primo ad occuparsi di fasci all’estero fu Enzo Santarelli, la prima volta nel 1967 in una storia del fascismo in tre volumi e poi di nuovo nel saggio del 1971 citato da Pretelli a pag. 12, cfr. E. Santarelli, Storia del Fascismo, vol. II, Editori Riuniti, Roma, 1967, pp. 92–9.

(11) E. Gentile, La politica estera del partito fascista. Ideologia ed organizzazione dei Fasci italiani all’estero (1920-1930), in «Storia Contemporanea», a. XXVI, n. 6, dicembre 1995.

(12) M. Pretelli, Il fascismo e gli italiani all’estero, cit., p. 13.

(13) E. Gentile, La politica estera del partito fascista. Ideologia ed organizzazione dei Fasci italiani all’estero (1920-1930), cit., p. 899.

(14) V. De Grazia, S. Luzzatto (a cura di), Dizionario del fascismo, vol. A-K, Einaudi, Torino, 2002, pp. 511-513.

(15) R. Suzzi Valli, Il culto dei martiri fascisti, in O. Janz e L. Klinkhammer (a cura di), La morte per la patria, Donzelli, Roma, 2008, p.102.

(16) E. Gentile, Fascismo. Storia e interpretazione, Laterza Roma-Bari, 2002, pp. 309 e ss.

(17) M. Pretelli, Il fascismo e gli italiani all’estero, cit., pp. 83-96.

(18) R. Griffin, The Nature of Fascism, Routledge, London-New York, 1993, p. 28.

(19) Ad esempio, M. Pretelli, Il fascismo e gli italiani all’estero, cit., p. 55.

(20) Ivi, p. 19.

 

 

Fabrizio Soriano ha conseguito il dottorato di ricerca in Storia dell'Europa moderna e contemporanea presso l'università degli studi di Napoli "l'Orientale" con una tesi dal titolo I fasci italiani in Francia 1929-1928. ha pubblicato su "Storia e problemi contemporanea" il saggio Il "garibaldinismo" in Francia tra idealità, aspirazioni e contraddizioni della lotta politica antifascista (1914-1926).