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Il mito dell'antisemitismo fascista

Marie-Anne Matard-Bonucci, L’Italia fascista e la persecuzione degli ebrei, il Mulino, Bologna 2008, pp. 514, € 29. Edizione originale: L’Italie fasciste et la persécution des juifs, Perrin, Paris 2007.

di Giovanni Sedita

 

 

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Settant’anni fa, il 14 luglio 1938, «Il Giornale d’Italia» pubblicava il Manifesto della razza e in autunno già venivano promulgate le prime leggi antisemite. Settant’anni dopo, fortunatamente, si può osservare che «non vi è quasi nulla […] che il lettore desideroso d’informazioni non possa trovare nelle librerie o nelle biblioteche» (1) sulla tragedia della persecuzione degli ebrei italiani. Tuttavia fa parte della deontologia dello storico non lasciar tramontare, né dopo settant’anni né mai, il drammatico interrogativo: «Perché il governo fascista scelse, nel 1938, di discriminare gli ebrei? […] Perché una popolazione, che a eccezione di una minoranza non era particolarmente ostile agli ebrei, fu testimone e spesso complice delle persecuzioni?» (pp. 11-3).
Il grosso volume di Marie-Anne Matard-Bonucci, docente di storia contemporanea all’Università di Grenoble II, decisamente troppo suddiviso e frammentato (4 parti, 25 capitoli, e ben 109 paragrafi titolati su 377 pagine di testo), ha il pregio di esplicitare chiaramente questi interrogativi fondamentali. Le domande conducono al cuore dell’opera.
Al quesito principale sul perchè della scelta antisemita la studiosa dedica la seconda parte del volume, La genesi della decisione. «In rottura netta con la tradizione ideologica liberale e fascista» (2), il regime scelse l’antisemitismo alla fine degli anni del consenso per «rilanciare la macchina totalitaria, per mobilitare le élite e le organizzazioni fasciste in una nuova battaglia» dopo l’Etiopia e la guerra di Spagna. L’antisemitismo fu principalmente un «mito per l’azione», «il “momento antisemita” italiano rispondeva infatti alle necessità congiunturali e strutturali di un regime la cui natura era destinata alla mobilitazione permanente e la cui finalità (creare un uomo nuovo fascista) appariva allora come un ideale difficile da raggiungere» (p. 12). La propaganda d’integrazione (3) degli anni ’30 non aveva più la forza di mobilitare mentre era necessario ridare impulso al sistema totalitario. Attraverso gli studi di Emilio Gentile sul fascismo come religione politica (4), l’autrice insiste sull’antisemitismo come incarnazione del mito dell’uomo nuovo. In questi termini, la congiuntura internazionale e l’asse Roma-Berlino passano in secondo piano nella spiegazione del fenomeno. L’Italia con la politica razziale non aveva intenzione di «allinearsi sulle posizioni tedesche e di mandare un segnale di amicizia alla Germania». Semmai, la Germania e il «perfetto funzionamento» del totalitarismo tedesco esercitarono un fascino profondo sulle élite e sullo stesso Mussolini, una vera e propria «frenesia germanofila». In definitiva, il mito totalitario dell’uomo nuovo diventa la ragione profonda dell’antisemitismo fascista e non soltanto la forma assunta dalla propaganda.
Tuttavia, come accennato, il volume si cimenta coi molti perché del razzismo fascista. In un capitolo Mussolini antisemita? si affronta la posizione pubblica e privata del duce. M.A. Matard-Bonucci, che sostiene la sostanziale estraneità dell’antisemitismo dall’ideologia fascista, attribuisce però a Mussolini un antisemitismo «ondivago», radicato ed ipocrita. Il duce già nel 1919 sul «Popolo d’Italia» si abbandonava ai luoghi comuni sull’«internazionale ebraica». Nel 1929, nel contesto della firma ai Patti lateranensi, Mussolini rassicurava gli ebrei sulla tolleranza religiosa del fascismo, ma si opponeva al matrimonio tra la figlia Edda ed il figlio di un colonnello ebreo pur non rinunciando alla relazione con Margherita Sarfatti. Contemporaneamente, il duce rifiutava la designazione di ebrei all’Accademia d’Italia e poi smentiva pubblicamente qualsiasi opposizione alle nomine. Nel 1934, acconsentiva alla pubblicazione della traduzione italiana del Mein Kampf (5) .
Dunque, l’antisemitismo fu una prerogativa del solo Mussolini e non un carattere strutturale dell’ideologia fascista. In questo senso, l’autrice tende anche ad escludere la consequenzialità tra il razzismo coloniale fascista e l’antisemitismo. Alla domanda, «in che misura l’occupazione italiana in Etiopia può essere considerata come il laboratorio da cui sarebbero uscite le leggi antisemite del 1938?», la studiosa, contro l’interpretazione defeliciana, risponde che i percorsi del razzismo antiafricano e dell’odio per gli ebrei si unirono raramente. Al contrario, soltanto in modo forzato, «La Difesa della Razza» (6) di Telesio Interlandi tentò di sovrapporre le discriminazioni anche per legittimare una presunta continuità  nell’ideologia fascista. A riprova, della sostanziale estraneità del razzismo «camita» da quello «semita» sarebbero anche le posizioni “scientifiche” dei firmatari del Manifesto della razza: eugenisti come Pende, antropologi come Cipriani, zoologi come Zavattari condividevano «un sentimento di superiorità nei confronti delle popolazioni africane» mentre si prestarono per convenienza e talvolta con poca convinzione alla propaganda contro gli ebrei. Per la verità, «piccola» fu la «lobby» degli ideologi antisemiti prima del 1937: Preziosi, Interlandi, Evola. Come anche furono una minoranza «gli intellettuali o giornalisti cattolici nella battaglia della razza» nel silenzio delle autorità religiose e nell’isolamento di Pio XI. M.A. Matard-Bonucci presta molto spazio all’analisi delle eterogenee posizioni intellettuali che si dibattevano dentro l’antisemitismo fascista. Analizza con attenzione la stampa passando in  rassegna anche l’iconografia (Cap. XVII). Ripercorre tutta la storia della «piccola guerra tra razzisti» combattuta per accreditare una dottrina ufficiale: dal volume di Paolo Orano Gli ebrei in Italia del marzo 1937, alle divisioni e al dibattito tra i sostenitori di un razzismo biologico filonazista contro i sostenitori di un razzismo spirituale “romano-italico” (Cap. XVIII). In realtà, nessuna posizione ideologica riuscì a conquistare un’egemonia stabile: Mussolini e il regime sfruttarono le diverse fazioni intellettuali a seconda del mutare della «linea» ufficiale.
Dal punto di vista delle fonti, oltre a quelle a stampa (utilizzate massicciamente), deve essere comunque sottolineato l’uso di documenti provenienti dall’Archivio Centrale dello Stato come le carte della Dir. Gen. per la demografia e la razza (Demorazza) del Ministero dell’Interno e quelle provenienti dal fondo sovvenzioni del Minculpop. Nella terza parte del volume, L’antisemitismo di stato, queste fonti aiutano a spiegare il meccanismo totalitario, il funzionamento della macchina persecutoria (Cap. XI). L’autrice analizza così il ruolo della Demorazza ricostruendo ad esempio l’applicazione dell’umiliante «discriminazione nella discriminazione», cioè la mortificante classificazione che innalzava al rango di “ebrei discriminati” quelli a cui fossero riconosciuti meriti politici e “patriottici”. Sul piano dell’amministrazione locale, poi, la studiosa individua negli archivi livornesi (Archivio di stato, Archivio della comunità ebraica, Archivio storico del comune) alcuni fondi capaci di rappresentare ed esemplificare il contesto nazionale.  Molte sono le tabelle e i grafici che corredano il volume e ne sostengono le argomentazioni, talvolta però superano l’utilità scientifica sconfinando nella curiosità (ad esempio i grafici sulla frequenza e i temi delle vignette antisemite sulla rivista «Il Travaso delle idee»).
L’ultima parte in cui è suddiviso il volume, La persecuzione nelle sue fasi successive, racconta l’andamento decrescente della campagna antisemita dopo il ’38 nel contesto di una società attonita tra «riprovazione e accettazione» e attraversata dalle reazioni degli ebrei di fronte alla persecuzione (Cap. XXI) tra suppliche, conversioni e all’opposto «esodo e antifascismo».  Per l’autrice «una volta finita l’intensa campagna di stampa, il regime non cercò più […] di sviluppare una propaganda di massa», del resto un nuovo mito per l’azione, la guerra totalitaria a fianco del nazismo, si sarebbe sostituito all’antisemitismo. Naturalmente, la trasformazione dell’obiettivo propagandistico non significò la cessazione della persecuzione. Ormai la macchina burocratica della persecuzione era rodata: la Demorazza procedette  ad un nuovo censimento (dopo quello dell’agosto ’38) nel giugno ’41 e cominciò «a limitare ancora di più gli spazi di esenzione». Nel giugno ’40 cominciarono gli stanziamenti per la costruzione di campi di internamento per gli ebrei,  mentre dal maggio 1942 «il ministero degli Interni decise di mobilitare tutti gli ebrei fra i 18 e i 55 anni, compresi i discriminati, per il lavoro obbligatorio». La trattazione giunge a considerare nell’ultimo capitolo il passaggio Dalla persecuzione allo sterminio: la Repubblica sociale italiana (Cap. XXV). Dalla cupa tragedia dell’antisemitismo, l’autrice fa discendere l’amara constatazione di una vittoria del totalitarismo. Il fascismo riuscì ad insinuare l’antisemitismo in una società come quella italiana estranea all’odio contro gli ebrei  inducendo una trasformazione dei comportamenti individuali: «l’antisemitismo di stato creò rapidamente una frontiera tra gli ebrei e i non ebrei nel cuore stesso della società. […] Successo non trascurabile del totalitarismo fascista».
Questo L’Italia fascista e la persecuzione degli ebrei a settant’anni dalle leggi razziali è un libro che tenta di fare (o rifare) il punto. Non innova. Informa e tematizza mentre sul piano dell’esegesi integra posizioni storiografiche già espresse.
Volendo semplificare sul piano interpretativo: M.A. Matard-Bonucci respinge l’interpretazione di Sarfatti (7) sull’antisemitismo “genetico” del fascismo e accoglie la tesi defeliciana della discontinuità ideologica. Tuttavia preferisce spiegare le ragioni della campagna antiebraica applicando la tesi del mito per l’azione mutuata dagli studi di Emilio Gentile mettendo contemporaneamente in discussione l’interpretazione di De Felice sul ruolo dell’Asse Roma-Berlino. A questo proposito, però, risulta forse eccessivo minimizzare troppo l’ipotesi che il «rafforzamento dei legami con la Germania avrebbe “obbligato” gli italiani ad armonizzare la loro politica in campo razziale». In effetti, ci pare che eliminando l’alleanza con la Germania dalle ragioni della politica antisemita del ’38 non si comprenderebbe l’iniziale scelta propagandistica di ricalcare ostinatamente, fino al ridicolo, il dogmatismo ariano-nazista (8). In ogni caso, è la stessa autrice che ci induce a riflettere sulla rilevanza dell’Asse Roma-Berlino, citando, senza dargli risalto, una lettera di Mussolini (9) alla sorella a cui il duce riferiva confidenzialmente: «se le circostanze mi avessero portato a un Asse Roma-Mosca anziché a un Asse Roma-Berlino, avrei forse ammannito ai lavoratori Italiani, […] l’equivalente fandonia dell’etica stakanovista e della felicità in essa racchiusa».  Infine, la studiosa è la prima a non ignorare (pp. 137-38) che fu proprio «l’ambiente internazionale», con la diffusione dell’antisemitismo tra ’37 e ’38 in Polonia, Romania, Ungheria e in Austria dopo l’Anschluss, a suggerire a Mussolini di «non attendere oltre» per dare inizio alla campagna.
Personalmente, nel riporre il tomo del Mulino sullo scaffale, l’occhio è fuggito proprio sul dorso della Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo di Renzo De Felice. Ma quello è un classico.

 

 

(1) S. Romano, L’Italia dei «giusti» tra gli orrori della Storia, in «Corriere della sera», 5 luglio 2008. «Per studiare la svolta razzista di Mussolini gli studiosi non hanno atteso il settantesimo anniversario delle leggi razziali. Nella fase che ha preceduto e seguito la commissione di Tina Anselmi sulla confisca dei beni ebraici e la promulgazione di un giorno della memoria in ricordo delle vittime del genocidio, sono apparsi molti libri. […] Non vi è quasi nulla, quindi, che il lettore desideroso d’informazioni non possa trovare nelle librerie e nelle biblioteche».

(2) In proposito, l’autrice ha così risposto ad una domanda posta da Susanna Nirenstein in un’intervista a «La Repubblica»: «dopo l’unità d’Italia, la storia degli ebrei è più che altro una storia di integrazione. I sentimenti avversi esistono, ma sono molto meno importanti che in altri paesi. Il fascismo non è antisemita né quando arriva al potere, né nei suoi programmi successivi, se non nelle frange estreme. Persino un antisemita filotedesco come Giulio Cogni, nel ’36-’37, scrive che l’antisemitismo è inimmaginabile in Italia». (S. Nirenstein, L’elettrochoc antisemita, in «La Repubblica» 24 giugno 2008).

(3) «Propaganda d’agitazione» e «propaganda d’integrazione» sono le categorie create da Jacques Ellul per definire le fasi successive della propaganda totalitaria. (J. Ellul, Propagandes, Librairie Armand Colin, 1962)

(4) Naturalmente il riferimento è soprattutto a E. Gentile, Il culto del Littorio, Laterza, Roma-Bari  1993. L’autrice cita anche, il saggio in francese E. Gentile, L’«homme nouveau» du fascisme. Réflexions sur une expérience de révolution anthropologique, in M.A. Matard-Bonucci e P. Milza (a cura di), L’Homme nouveau dans l’Europe fasciste (1922-1945). Entre dictature et totalitarisme, Paris, Fayard, 2004, pp. 35-63.

(5) L’autrice si rifà esplicitamente a G. Fabre, Il contratto. Mussolini editore di Hitler, Dedalo, Bari 2004.

(6) Segnalo il nuovo studio monografico di Francesco Cassata: F. Cassata, «La Difesa della Razza». Politica, ideologia e immagine del razzismo fascista, Torino, Einaudi, 2008.

(7) M . Sarfatti, Gli ebrei nell’Italia fascista, Torino, Einaudi 2000.

(8) Mussolini avrebbe potuto scegliere immediatamente (e non in un secondo momento) come mito per l’azione, senza appiattirsi troppo sulle dottrine naziste, l’antisemitismo spirituale di Evola o il razzismo di Pende o anche gli argomenti di Orano già espressi nel ’37. Insomma, perché il duce avrebbe scelto frettolosamente argomenti per la campagna propagandistica che risultavano davvero poco credibili e ridicoli in Italia (la razza italiana pura) e per di più professati da pochi e isolati giornalisti (non dagli scienziati), se non per collegarsi strettamente alla Germania?

(9) Il documento è stato segnalato all’autrice da Sergio Luzzatto (cap. X,  nota n. 65). Lettera alla sorella Edvige del settembre 1938, citata in G. Giudice, Benito Mussolini, Torino, Utet, 1969, pp. 573-574.