Le origini della «tragedia» iraniana-americana
V. Vantaggio, La seduzione del pavone. Le origini dell’alleanza tra Stati Uniti e Iran (1941-1949), I libri di Icaro, Lecce, 2008, pp. 272
Il libro di Valentina Vantaggio rappresenta un contributo importante all’analisi di quella che un noto storico americano ha definito «la tragedia delle relazioni tra Iran e Stati Uniti»(1).
Nonostante gli ultimi dieci anni abbiano segnato un notevole incremento della pubblicistica in lingua italiana riguardo alla storia dell’Iran pre-rivoluzionario e ai suoi rapporti con l’alleato americano, la maggior parte di questi volumi ha preferito concentrarsi su due momenti generalmente considerati dalla storiografia come salienti nell’evoluzione delle relazioni tra Washington e Teheran: la crisi petrolifera dei primi anni Cinquanta, seguita dal colpo di stato che rovesciò il governo di Muhammad Mossadegh e la rivoluzione che, nel 1979, segnò una drammatica inversione di rotta rispetto all’intensa collaborazione dei trent’anni precedenti(2). Altri lavori hanno invece adottato uno sguardo prettamente interno, orientato a ricostruire la storia iraniana dell’ultimo secolo e a fornire gli strumenti di base necessari sia ai non addetti ai lavori che a coloro che si accostano per la prima volta allo studio dell’Iran secondo un approccio scientifico(3).
Il lavoro della Vantaggio si inserisce, dunque, in questa fase di maggiore curiosità e attenzione per la storia iraniana, e lo fa occupandosi di un momento particolarmente delicato e scarsamente esplorato nella pubblicistica italiana nell’evoluzione dell’alleanza tra Washington e Teheran: quello delle sue origini. L’arco temporale di riferimento rappresenta un ulteriore indicatore sulle intenzioni dell’autrice e sulla sua lente di analisi.
La genesi del rapporto privilegiato tra Iran e Stati Uniti è, infatti, legata a doppio filo con i più grandi temi della storia internazionale del Novecento e, in particolare, con gli esiti della seconda guerra mondiale e con le origini della politica del «containment». La scelta di prendere in esame le relazioni bilaterali dal 1941, anno in cui lo scià Muhammad Reza Pahlevi salì sul trono del pavone per volere degli alleati, al 1949, anno in cui il giovane sovrano iraniano compì la sua prima visita di stato negli Stati Uniti, è un segnale di come lo studio voglia dare priorità alle dinamiche interne e ai protagonisti di tali dinamiche, rispetto al più grande gioco che si stava delineando in quegli stessi anni tra le due superpotenze.
Si tratta, naturalmente, di un gioco che la Vantaggio non vuole in nessun modo trascurare: il 1941 corrisponde anche all’anno di entrata in guerra degli Stati Uniti e quello in cui il cosiddetto «corridoio persiano» cominciò ad essere utilizzato dagli alleati per rifornire l’Unione Sovietica in guerra contro la Germania. L’evoluzione delle vicende belliche e le origini della guerra fredda rappresentano per la Vantaggio, l’imprescindibile e necessario sfondo del percorso di avvicinamento tra i due alleati e di quello che l’autrice definisce «il lento ma inesorabile coinvolgimento americano nel paese mediorientale»(4). Ciononostante, tale sfondo non assume mai il ruolo di teatro principale e la nascita dell’alleanza tra Stati Uniti e Iran non si riduce mai ad una delle tante declinazioni del mutato clima internazionale.
La parabola delle relazioni tra i due paesi è ricostruita con precisione e accuratezza, dando particolare rilievo alle varie tappe che ne dettarono l’evoluzione. Si può così osservare il passaggio dallo scarso interesse dei primi anni Quaranta al saldo intreccio di interessi politici ed economici celebrato con la visita del 1949, passando dal rafforzamento delle missioni militari e finanziarie americane che iniziarono a lavorare nel paese durante le prime fasi della seconda guerra mondiale. La parabola però è duplice: se Washington faticò ad accettare il percorso verso l’assunzione di un impegno diretto in Iran, anche Teheran continuò, almeno nei primi anni del decennio, a vedere la lontana potenza americana come una «terza forza» in grado di controbilanciare la tradizionale e ingombrante presenza di Russia e Gran Bretagna. Solo alla fine degli anni Quaranta questa politica, denominata di «equilibrio positivo» sarebbe stata sostituita con un più netto sostegno a favore di una partnership strategica con gli Stati Uniti, un’evoluzione che una certa parte del panorama politico iraniano avrebbe continuato ad osteggiare. L’accuratezza con cui l’autrice descrive tali passaggi è utile nella misura in cui contribuisce a mettere in rilievo la gradualità del percorso e a presentare la scelta di Washington come un atto politico, e non una scontata reazione ad un contesto regionale in rapido mutamento.
Proprio allo scopo di delineare con precisione le ragioni che concorsero all’elaborazione di questa scelta, ampio spazio è dedicato al dibattito interno al policy making americano, alle voci contrarie all’alleanza, alle perplessità all’interno dei vari organi decisionali a Washington come a Teheran. I timori manifestati dal Dipartimento di Stato nei confronti di un impegno destinato a coinvolgere gli Stati Uniti in una fase in cui le vicende europee rappresentavano un’indiscussa priorità nell’agenda politica americana e la campagna intrapresa dall’ambasciatore George Allen per indurre il governo di Washington ad adottare una linea maggiormente interventista rispetto alla politica iraniana sono, a questo riguardo, un’importante testimonianza del cammino tortuoso che l’alleanza tra Iran e Stati Uniti dovette compiere nelle sue prime fasi.
L’interazione tra i rapporti tra Iran e Stati Uniti e le origini della guerra fredda non è, però, l’unico elemento che l’autrice è chiamata a considerare nelle sue valutazioni circa queste prime, delicate, fasi dell’alleanza. L’altra variabile cruciale è rappresentata dall’intreccio tra l’evoluzione dei rapporti bilaterali e la situazione interna iraniana. L’autrice dedica notevole attenzione alla ricostruzione delle dinamiche politiche del paese, in particolare alla trasformazione del giovane sovrano Muhammad Reza Pahlevi nella figura di riferimento della scena iraniana. Ciononostante, la dimensione interna non costituisce un piano d’analisi a sé: essa è sempre presentata alla luce del fondamentale legame tra stabilità e contenimento, un legame che rappresenterà una costante nelle relazioni tra Iran e Stati Uniti fino alla rivoluzione del 1979. Come rilevato dalla stessa autrice «era l’instabile situazione interna, più una possibile invasione sovietica a preoccupare maggiormente gli Stati Uniti»(5).
Tema ricorrente del lavoro è la presentazione dell’Iran come test-case di una serie di processi che, durante gli anni Quaranta, modificarono irreversibilmente lo scenario della politica internazionale. L’autrice in molti passaggi insiste nel mettere in evidenza come il delicato intreccio tra l’avvio della competizione bipolare, i primi passi di un’alleanza rilevante come quella tra Washington e Teheran e lo stretto legame tra la stabilità interna iraniana e il pericolo di un’avanzata comunista abbia reso l’Iran un caso privilegiato per l’analisi di tali dinamiche.
Non in tutti i casi il test si rivelò di successo e l’iniziale impegno per una democratizzazione del paese secondo i principi della Carta Atlantica lasciò presto il posto ad un’assistenza circoscritta che contribuì all’insoddisfazione e al risentimento iraniano nei confronti del ben più generoso impegno americano in Grecia e Turchia.
Ciononostante le ragioni a favore di un maggiore coinvolgimento americano nei confronti dell’Iran alla fine prevalsero e gli ultimi anni del decennio furono segnati da importanti vittorie per coloro che ne sostenevano la causa. Non si trattò del turning point a cui il nuovo ambasciatore americano a Teheran John C. Wiley mirava: a Washington continuava a prevalere la prudenza e la volontà di rendere chiari allo Shah i limiti del coinvolgimento americano. Nondimeno qualcosa cambiò dal 1949 e lo scià riuscì a «conquistare la fiducia dell’opinione pubblica americana e a convincere l’amministrazione Truman di essere “l’uomo forte” della scena politica iraniana, l’unica persona in grado di guidare il paese verso la stabilità politica ed economica, scongiurando in questo modo ogni possibile minaccia comunista»(6). L’autrice non cade nel facile errore di amplificare il significato della visita dello scià negli Stati Uniti nel novembre 1949 e non esita a definire il documento congiunto firmato dai due capi di stato al termine della visita «un documento politico dal significato reale quasi inesistente»(7). Le risorse americane continuavano ad essere limitate, ma il viaggio contribuì a spostare il capitale politico americano a favore del regime dello scià, il nuovo sovrano progressista dell’Iran.
Soltanto il repentino peggioramento della situazione interna tra il 1952 e il 1953 avrebbe indotto Washington ad adottare un atteggiamento più risoluto; l’appoggio americano al colpo di stato che nel 1953 avrebbe rovesciato il governo di Mossadegh avrebbe segnato l’avvio di una nuova fase della politica statunitense verso l’Iran e, in generale, verso i paesi alleati del Terzo Mondo.
Questa, però, è un’altra storia, che in molti hanno già contribuito a raccontare. Merito di Valentina Vantaggio è quello di fornire una lettura attenta e una ricostruzione accurata delle fasi che precedettero il ben più noto turning point del 1953, in grado di aiutarci a comprenderne la portata ma, allo stesso tempo, fondamentale per l’analisi di un’alleanza, quella tra Washington e Teheran, che costituì un tassello importante nelle relazioni internazionali del secolo passato e il cui drammatico epilogo continua a condizionare la realtà di quello in cui viviamo.
(1) J. Bill, The Eagle and the Lion. The tragedy of American-Iranian Relations, Yale University Press, New Heaven, 1988
(2) G. Meyr, La crisi petrolifera anglo-iraniana. Mossadegh fra Londra e Washington, Ponte alle Grazie, Firenze, 1994; M. Emiliani, M. Ranuzzi de’ Bianchi, E. Atzori, Nel segno di Omar: rivoluzione, clero e potere in Iran, Odoya, Bologna, 2008; S. Beltrame, Mossadeq. L'Iran, il petrolio, gli Stati Uniti e le radici della Rivoluzione Islamica, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2009; B. Petrini, Iran 1953. Nazionalismo, petrolio e guerra fredda, Gan, Roma, 2009
(3) Si segnalano, in particolare: F. Sabahi, Storia dell’Iran 1890-2008, Bruno Mondadatori, Milano, 2009; R. Redaelli, L’Iran contemporaneo, Carocci, Roma, 2009; E. Abrahamian, Storia dell'Iran. Dai primi del Novecento a oggi, Donzelli, Roma, 2009
(4) V. Vantaggio, La seduzione del pavone. Le origini dell’alleanza tra Stati Uniti e Iran (1941-1949), I libri di Icaro, Lecce, 2008, p. 17
(5) Ivi, p. 176
(6) Ivi, p. 227
(7) Ivi, p. 223
Claudia Castiglioni, laureata in Relazioni Internazionali all'Università “Alma Mater Studiorum” di Bologna, nel 2008 ha iniziato il Dottorato di ricerca in Storia delle Relazioni Internazionali presso il Dipartimento di Studi sullo Stato dell'Università di Firenze, lavorando ad un progetto sulla politica americana nei confronti dell'Iran durante le presidenze Kennedy e Johnson. Da anni interessata allo studio dell’Iran contemporaneo e, più in generale, alla storia politica del Medio Oriente, ha trascorso periodi di ricerca negli Stati Uniti e in Gran Bretagna e ha partecipato a conferenze in Italia e all’estero.

