La «pace difficile». Una storia della politica internazionale del Novecento

 

A. Duce, Storia della politica internazionale (1917-1957). Dalla Rivoluzione d’ottobre ai Trattati di Roma, Edizioni Studium, Roma 2010

di Simone Bocchetta e Daniele Bernardo

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Il nuovo lavoro di Alessandro Duce, docente di Storia delle Relazioni Internazionali all'Università di Parma, non si presenta certamente come uno dei tradizionali manuali di storia diplomatica in ragione delle innovative letture dei più significativi eventi internazionali della prima parte del XX secolo, nonché dell'enorme ricchezza di dati e concetti offerta al dibattito storiografico. Già la scelta dell'arco temporale di riferimento per l'analisi (1917, Rivoluzione d'Ottobre – 1957, firma dei Trattati di Roma), sembra sovvertire i tradizionali schematismi, che generalmente si affidano al 1919 (Conferenza di pace di Parigi) e al 1962 (Crisi di Cuba), e contenere già in nuce le idee portanti dell'opera, la quale rappresenta solo il primo di due volumi volti a rileggere la storia del '900. E’ possibile porre in evidenza almeno tre elementi di novità interpretativa: il tentativo di sostituire il concetto di «guerra fredda»(1) con quello di «pace difficile», premessa per così dire «esterna» all'avvio del processo d'integrazione comunitario quale pace «interna» all'Europa; l'attenzione costantemente posta alla politica estera sovietica, trattata non solamente come una proiezione esteriore degli scontri in seno al vertice del PCUS o come un riflesso delle condizioni economiche (ciclicamente critiche) del blocco socialista, ma anche nei suoi aspetti più profondi, quali l'ossessione dell'insicurezza accompagnata da quella vocazione messianica, propriamente russa, alla conquista territoriale e all'espansione della propria influenza entro confini irrinunciabili; il continuo interesse riservato al ruolo che le grandi ideologie del XX secolo, delle quali il 1917 rappresenta il clamoroso irrompere nella storia, hanno esercitato tanto sui popoli quanto sugli attori politici. A monte, non può non rilevarsi quello sguardo puntualmente gettato sulle vicende asiatiche, un vero e proprio secondo punto di vista dello storico, in grado al tempo stesso di arricchire la comprensione degli scenari europei e di ricondurre le relazioni tra i più importanti attori globali del '900 all'attualità del nostro sistema internazionale, caratterizzato da frammentazione multipolare, interferenza reciproca e globalizzazione crescente.

Volendo approfondire ogni singolo elemento di novità del volume, la sostituzione della categoria storica di «guerra fredda» con quella di «pace difficile» nei rapporti tra Usa e Urss (o, più genericamente, tra Occidente capitalistico ed Est socialista) intende sottolineare con forza la convinzione delle dirigenze dell'epoca che i valori e i principi etici e ideali che avevano guidato gli Alleati nella lotta contro il nazifascismo e contro l'imperialismo nipponico costituissero un patrimonio condiviso, in grado di determinare quell'intesa di fondo che ha garantito la scomparsa dei conflitti interstatali in Europa fino ad oggi. Proprio quella comune visione dell'unicità della razza umana e della sua natura essenzialmente buona, orientata alla collaborazione e alla coesistenza con i suoi simili, ha consentito di ascoltare il desiderio di pace e sicurezza proveniente dall'umanità, duramente colpita dalla guerra, e di avviare una convergenza duratura finalizzata allo sviluppo e al progresso dei popoli della Terra, convergenza evidentemente impossibile da trovare con i teorici del razzismo biologico. Certamente, la costruzione ed il mantenimento della pace hanno incontrato enormi ostacoli, ma l'intenzione di fondo è sempre stata quella di preservare l'intero genere umano (e non solamente quello che risiedeva all'interno del proprio «blocco») dalla tragedia di una nuova guerra. Le Conferenze di Yalta e Potsdam, che si concentrano essenzialmente sulla nascita dell'Onu, sul futuro dell'Europa – in particolare su quello tedesco e polacco – e su quello del sud-est asiatico, affermano sostanzialmente «che i due sistemi desiderano sviluppare le rispettive potenzialità economiche e politiche all'interno delle proprie aree d'influenza, giocare la partita del confronto esterno nelle zone di decolonizzazione, ed utilizzare lo strumento dell'Onu per evitare rotture clamorose o il ritorno su larga scala dell'impiego della forza»(2). La nozione di «guerra fredda», da definirsi come quello stato di permanente conflittualità, seppur non condotta agli estremi esiti dello scontro militare diretto, che ha contraddistinto le relazioni tra Usa e Urss dal dopoguerra fino a Gorbaciov e alla caduta del Muro(3), deve essere ripensata anche alla luce di questa volontà condivisa. Ovviamente, le difficoltà per una compiuta pace mondiale, tutte puntualmente richiamate da Alessandro Duce, erano numerose e ancora oggi si prestano a molteplici interpretazioni. Tuttavia, l'autore sembra richiamarne una quale prioritaria: il conflitto insanabile tra le due ideologie che ispiravano i sistemi politico-economici delle superpotenze uscite vincitrici dal confronto e la Germania hitleriana. La Dichiarazione sull'Europa liberata, sottoscritta a Yalta da Roosevelt, Stalin e Churchill, che doveva ispirare l'azione politica dei vincitori negli stati europei occupati militarmente, conteneva un'ambiguità di fondo, ossia quel riferimento al processo di democratizzazione diversamente interpretato dal liberalismo borghese e dal marxismo-leninismo. Proprio il divario ideologico attorno ad un tema così fondamentale per le inevitabili ricadute sugli assetti politico-economici nell'Europa centro-orientale e, quindi, per la politica di sicurezza sovietica, non consentì la piena realizzazione di un progetto cooperativo per l'Europa e il mondo, dalla cui delusione partì la crescente tensione tra i due blocchi. Da questo punto di vista, i momenti di crisi nelle relazioni tra le due superpotenze, che in ragione dell'evoluzione tecnologica in campo militare sono stati esasperati dalle paure collettive, amplificandone la percezione mediatica e storica, non vengono visti come tappe d'avvicinamento ad una «guerra calda», ma come un modo per riaffermare i risultati militari della seconda guerra mondiale ed i fondamenti taciti di Yalta: accettazione dell'altro blocco e rinuncia ad ingerenze dirette all'interno dell'altro sistema, escludendo in ogni caso prove di forza. Paradigmatico, in tal senso, il Blocco di Berlino (1948-49): alla mossa alleata di unire monetariamente le zone occupate da francesi, inglesi e statunitensi, Stalin, ritenendo violata l'intesa di mantenere unita la Germania, rispose bloccando le vie terrestri che portavano a Berlino ovest, enclave occidentale nella zona d'occupazione sovietica. Il confronto economico-politico conobbe momenti di acuta tensione, ma «nessuno dei contendenti ha voluto portare il braccio di ferro in atto alle estreme conseguenze: gli anglo-franco-americani non hanno forzato il blocco terrestre; i sovietici non hanno impedito il ponte aereo»(4). Il blocco verrà rimosso e si andrà spediti verso la creazione delle due Germanie, seguendo esattamente i confini «tracciati» dagli eserciti nel 1945, che, pur non reciprocamente riconosciuti per molti anni a venire, non saranno mai violati per non correre il rischio di un conflitto generale.

Un secondo aspetto degno di nota è costituito dall'attenzione che l'autore costantemente riserva alla politica estera sovietica, analizzata organicamente nella duplice prospettiva europea ed asiatica e non reclusa ai margini di interventi episodici e difficilmente collegabili. Il volume si apre proprio evidenziando la clamorosa novità rappresentata dai principi che dovevano guidare la diplomazia di Mosca immediatamente dopo la presa del potere da parte dei bolscevichi: l'anelito alla pace tra i popoli in nome dell'uguaglianza del proletariato, il rifiuto della tradizione europea e della diplomazia segreta, la prospettiva universalistica dei valori professati, il rigetto incondizionato del colonialismo. E' significativo come Duce sottolinei quanto la novità nella storia diplomatica rappresentata dalla Rivoluzione d'Ottobre trovi un eloquente parallelismo nella «nuova diplomazia» wilsoniana, manifestatasi chiaramente con i 14 Punti del gennaio 1918. E il parallelismo continua con la precoce sconfitta di tali «nuove diplomazie», abbattute dalla mancata ratifica del Trattato di Versailles per gli Usa e dallo scoppio della guerra civile per la futura Unione Sovietica, con il dibattito interno tra i fautori di un rinnovato slancio diplomatico e i sostenitori di un prioritario rafforzamento delle strutture interne, ed, infine, con la prevalenza accordata a politiche isolazioniste, che, tuttavia, incontrano in entrambi i casi una non casuale eccezione nell'interventismo sulla questione cinese: «c'è un parallelismo curioso nelle linee di fondo della loro politica estera, nella volontà di sperimentare o rafforzare i rispettivi modelli socioeconomici e di non compromettere questi sforzi con impegni sproporzionati o con pericolose avventure»(5). Sembra quasi appalesarsi negli ultimi anni della prima guerra mondiale il declino inarrestabile dell'Europa e dei suoi codici diplomatici, storicamente fondati sull'interesse nazionale e sull'equilibrio delle potenze, per lasciar spazio a nuovi progetti, il riformismo statunitense e il rivoluzionarismo sovietico, certamente concorrenti ma anche accomunati dalla medesima fiducia nei valori professati, dalla volontà di «parlare» all'intera umanità, dall'esigenza di promuovere costantemente il progresso economico e tecnologico dei popoli.(6)

Il periodo isolazionista dell'Urss continua fino al 1941, data dell'invasione nazista, non perché viene meno la visione mondiale della politica di Mosca, ma perché è necessario un realistico rafforzamento economico e militare al proprio interno in modo da prepararsi alle future sfide. Sfide che provengono prima di tutto dall'Asia: è il Giappone, che, avviando la sua strategia imperialista nel 1931 con l'invasione della Manciuria, spinge Stalin a riattivarsi concretamente in Cina e a costruire quel fondamentale trattato di neutralità dell'aprile 1941, che gli consente di affrontare la prossima minaccia hitleriana. A ben guardare, questo patto di neutralità con il Giappone completa una terna di patti analoghi conclusi con tutte le principali potenze del Tripartito (Italia, 1933 e Germania, 1939), a dimostrazione della consapevolezza da parte della dirigenza comunista del divario tecnico e militare che l'Urss sconta con gli stati fascisti e, soprattutto, delle paure nutrite nei confronti di questi ultimi, specialmente all'indomani della conferenza di Monaco, la quale, accordando di fatto la fine dello stato cecoslovacco, era stata letta come un indicatore della volontà dei paesi capitalisti di liquidare a breve l'esperimento sovietico. In tale ottica innovativa, il patto Molotov-Ribbentrop costituisce per Mosca, un successo diplomatico notevole, poiché non solo rafforza la sicurezza dei suoi territori (obiettivo prioritario), ma al tempo stesso recupera l'influenza russa su regioni appartenute al vecchio impero zarista e perse con la guerra russo-polacca del 1919-20, pur  concedendo poco o nulla ad Hiltler.

Infine, un ultimo aspetto – tra i tanti degni d’interesse – del volume che deve essere rilevato è il ruolo decisivo che l'autore riconosce alle grandi ideologie del XX secolo nello spiegare il comportamento dei principali attori politici. Tale aspetto non costituisce, ovviamente, una novità in sé(7), quanto una chiave di lettura dell'opera, che intende così sottolineare la preponderanza degli elementi sociali e culturali (soprattutto quelli che più profondamente risiedono nelle menti dei popoli) su quelli meramente economici. Questo criterio storiografico appare coerente con l'impianto generale del libro e, in particolare, con quegli aspetti più innovativi che abbiamo precedentemente messo in evidenza: infatti, nel momento in cui la fine della prima guerra mondiale rappresenta il declino dell'Europa e di un certo modo di intendere la politica estera, nonché l'emergere di nuovi soggetti affatto diversi nelle prospettive e negli stili diplomatici, allora l'elemento ideologico incarna pienamente quest'innovazione. Si abbandona, cioè, la centralità del trattato d'alleanza al fine di ristabilire l'equilibrio delle forze oppure l'abilità del calcolo strategico per ottenere qualche compenso in più, a favore tanto dell'anelito ad un nuovo ordine globale plasmato secondo i propri valori, quanto della competizione tra sistemi eticamente ed ontologicamente diversi. Interessante, a livello esemplare, vedere come per Alessandro Duce l’ostacolo principale sulla via della democratizzazione giapponese postbellica fosse l’ideologia nazional-imperialista derivata dalle concezioni shintoiste: «Lo stesso Hirohito scende in campo con un rescritto il 31 dicembre 1945. Si tratta della sua prima dichiarazione dopo la capitolazione nipponica, nella quale l’Imperatore afferma che la sua pretesa divinità è “una falsa concezione” e che in realtà i legami fra la sua dinastia, i governanti e il popolo hanno sempre “riposato sulla reciproca fiducia” […] l’Imperatore scende dall’Olimpo e veste i panni di un moderno sovrano costituzionale. La sua autorità non è più fondata sul mito o sulla superstizione, ma sull’affetto, sulla devozione e sul rispetto dei suoi sudditi. Questa evoluzione colloca il Giappone fra gli stati laici e lo shintoismo, che è una religione con fondamenti nazionalisti (e anche imperialisti), dopo queste dichiarazioni imperiali perde vigore. Successivi provvedimenti impediscono che possa rimanere la religione ufficiale e obbligatoria del Paese»(8).
In conclusione, può essere utile vedere l’importanza data all’ONU e al suo operare nel periodo che segue la seconda guerra mondiale(9). Nessuno dei partecipanti a Yalta o Potsdam, infatti, ha pensato di fare dell’ONU un «governo mondiale» dopo il 1945. Al contrario, la costante collaborazione fra le grandi potenze ha evidenziato, secondo Alessandro Duce, una sorta di gestione «condominiale» dei più rilevanti fatti internazionali. Emerge così il ruolo proclamato e accettato di un «direttorio» delle grandi potenze spesso tendente a trasformarsi in «dittatura» e una domanda crescente di conduzione «multilaterale» della politica internazionale e della stessa organizzazione. Il «direttorio», almeno nel periodo postbellico preso in esame, ovvero 1945-1957, pare indispensabile per assicurare la sopravvivenza e la rappresentatività dell’ONU (anche per evitare quello stesso fallimento che investì la Società delle Nazioni), anche se un maggiore coinvolgimento di altri stati nella conduzione degli affari internazionali avrebbe potuto rafforzare la «cogestione». L’ONU, d’altronde, sin dalla sua nascita, non ha regolato i rapporti fra i «grandi», ma è nata e tutt’oggi mantiene la sua importanza per il loro perdurante impegno. Senza la forza di questa convergenza, questa organizzazione sarebbe stata ben poca cosa, e probabilmente avrebbe conosciuto il medesimo destino della Società delle Nazioni: «Non è l’ONU che sostiene le grandi potenze, ma al contrario sono queste ultime che ancora oggi le consentono di vivere e di operare con l’autorevolezza che deriva dalla loro adesione. Questa realtà evidenzia, ove ce ne fosse bisogno, l’importanza delle decisioni adottate nel 1945 dai padri fondatori di quest’ordine pacifico, cioè da Roosevelt, Stalin e Churchill»(10).

 


(1) Il primo ad utilizzare l’espressione «guerra fredda» fu già nell’ottobre del 1945 George Orwell; cfr. F. Romero, Storia della guerra fredda. L’ultimo conflitto per l’Europa, Einaudi, Torino, 2009, pag. 4

(2) A. Duce, Storia della politica internazionale (1917-1957). Dalla Rivoluzione d’ottobre ai Trattati di Roma, Edizioni Studium, Roma, 2010, pag. 357

(3) Cfr. su tutti E. Hobsbawn, Il Secolo Breve, BUR, 1994, p. 267 e ss., il quale arriva a parlare di guerra fredda come di una vera e propria terza guerra mondiale, sia pur con caratteristiche peculiari, originata tanto dallo scontro ideologico quanto dalla competizione tra Usa e Urss per estendere la propria influenza sugli ex-territori coloniali, lasciati sgomberi dagli Stati europei che avevano irrimediabilmente perduto la loro centralità internazionale all'indomani del 1945.

(4) A. Duce, Storia della politica internazionale, cit., pp. 419-420

(5) Ibidem, pag. 58

(6) Sul tema, Cfr. E. Di Nolfo, Dagli Imperi Militari agli Imperi Tecnologici, Laterza, Roma-Bari, 2002, p. 47 e ss.

(7) Per un inquadramento generale cfr. soprattutto K. Bracher, Il Novecento. Secolo delle ideologie, Laterza, Roma-Bari, 1984

(8) A. Duce, Storia della politica internazionale, cit., pag. 493

(9) Ibidem, pp. 617 e ss.

(10) Ibidem, pag. 638