Francesco Ruffini e la battaglia per i «Diritti di libertà»

 

F. Ruffini, Diritti di libertà, Gobetti, Torino, 1926

di Antonio de Ruggiero

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Negli ultimi anni abbiamo assistito alla ripresa di una proficua stagione di studi culminata in pregevoli iniziative e pubblicazioni utili a ripercorrere le vicende, a lungo colpevolmente trascurate, del liberalismo italiano tra le due guerre e agli albori della Repubblica(1). In questo contesto, maggiore importanza è stata attribuita allo studio del movimento liberale antifascista, ai percorsi politici individuali di illustri esponenti, e ad una riconsiderazione del ruolo da essi svolto in ambito parlamentare sotto la dittatura.  
Francesco Ruffini, più spesso ricordato per l’attività di giurista, storico e pubblicista sulle colonne dell’albertiniano «Corriere della Sera», si inserisce a pieno titolo tra i protagonisti di quella stagione politica. Autorevole professore universitario di diritto ecclesiastico all’ateneo di Torino, fu nominato senatore su proposta di Antonio Salandra nel 1914 e ministro della Pubblica Istruzione nel governo di unità nazionale presieduto da Paolo Boselli nel 1916-17. «Uomo dell’antico Piemonte», come lo definì Croce, erede della Destra liberale cavourriana – ricordiamo che era nato nel 1863 – sostenne l’intervento italiano in guerra nel 1914, da lui interpretato come occasione per completare l’edificio risorgimentale. Assai distante dall’ideologia nazionalista Ruffini, contestando il mito della vittoria mutilata, condivise nell’immediato dopoguerra il programma della Società delle Nazioni, affermando sulla scorta del pensiero mazziniano un principio di nazionalità lontano da ambizioni di potenza e non avverso alla collaborazione internazionale. Nei mesi successivi comprese la necessità di riforme istituzionali, seppur a discapito dei privilegi di cui la classe dirigente liberale aveva fino ad allora goduto, sostenendo una legge elettorale in senso proporzionalista ed una revisione delle nomine senatoriali, al fine di accogliere una rappresentanza degli interessi professionali e regionali, considerati una «necessità storica» e un deterrente di fronte al potere dei partiti, di quelli tradizionali e di quelli nuovi estremi(2).
Nella corposa introduzione ai Discorsi parlamentari di Francesco Ruffini, raccolti e pubblicati dal Senato nel 1986, Francesco Margiotta Broglio ci suggerisce di non dimenticare, oltre ai meriti scientifici di un acuto studioso del diritto e della storia, la coscienza civile e l’effettivo contributo politico di un protagonista di «lotte e agitazioni» negli anni cruciali della crisi dello stato liberale. Soprattutto, nel momento in cui, l’affermarsi della dittatura e la progressiva mortificazione delle principali garanzie di libertà individuale, sembravano allontanare l’Italia dalla sua, seppur fragile, ormai acquisita tradizione liberale Ruffini non ebbe incertezze nel comprendere fin da subito gli scopi eversivi del fascismo e fu tra i soli ventuno senatori, che in aula il 26 giugno 1924 negarono la fiducia al governo Mussolini(3).
Nel 1946 si ripubblicava per «La Nuova Italia» un importante scritto del giurista piemontese: «Diritti di libertà»(4), un piccolo grande classico della letteratura liberale, edito per la prima volta nel 1926 da Piero Gobetti nei suoi ultimi giorni di vita. Il volume che rappresentava senza dubbio l’espressione più organica del pensiero politico dell’autore, scomparve puntualmente dalle librerie durante gli anni del regime. Nonostante ciò, il pamphlet dovette godere di una certa diffusione clandestina se è vero, come ha rilevato Norberto Bobbio, che divenne fin da subito «uno dei testi fondamentali dell’educazione antifascista dei giovani che cercavano di sfuggire all’indottrinamento del regime»(5).
«Francesco Ruffini è accanto a noi, vivo come allora; anche oggi possiamo trarre dalla sua parola precorritrice un lume per orientarci in quest’alba ancor così ingombra di foschia»(6). Esprimendosi con queste parole nell’ introduzione al volume del 1946, Piero Calamandrei, valorizzava l’opera di Ruffini come guida di carattere giuridico ed etico da tenere fermamente presente nelle fasi preparatorie dell’Assemblea Costituente.
La «foschia» del ventennio evocata dal giurista fiorentino non aveva risparmiato, infatti, l’opera di un personaggio scomodo che alla padronanza indiscussa del diritto ecclesiastico e più in generale del diritto pubblico italiano, all’abilità dello storico appassionato e del ricercatore scrupoloso, era riuscito ad affiancare un’intensa attività dai banchi del Senato negli anni più tormentati della sua esperienza politica. I «Diritti di libertà», maturati nel clima liberticida instaurato dalla dittatura a partire dal 1925, rappresentarono una strenua difesa di quei diritti fondamentali che Ruffini faceva risalire essenzialmente alle «libertà di pensiero, libertà di stampa e libertà di associazione: delle quali tutte le altre libertà non sono che conseguenze o applicazioni o corollari».
Non è un caso che quando Ruffini morì nel 1934 non venne commemorato ufficialmente; non una voce si levò a ricordare il forzato abbandono della cattedra nel 1931 in seguito al rifiuto di giuramento al fascismo, né un riferimento a quei diritti di libertà invocati nel 1926 si ritrova nelle pagine delle brevi commemorazioni di autori illustri colleghi ed amici come Einaudi, Croce, Falco, Moresco, Schiappoli e Solari.
E proprio il collega dell’ateneo torinese, Gioele Solari, nel 1949, recuperando il suo saggio del 1935 apparso sulla «Rivista internazionale di filosofia del diritto», in cui ripercorreva la vita e l’opera di Francesco Ruffini a pochi mesi dalla sua scomparsa, pubblicò nuovamente lo scritto aggiungendo nella parte più strettamente biografica, una pagina in cui evocava il merito del senatore liberale nell’opporsi ai metodi dittatoriali «che offendevano la dignità morale dell’uomo in ciò che essa aveva di più sensibile e di più sacro». Dichiarando in Nota di aver dovuto tagliare nel 1935 questa parte per le preoccupazioni politiche espresse dalla Direzione della Rivista, Solari dedicò uno spazio ai «Diritti di libertà» editi nel 1926 e per troppo tempo caduti nell’oblio(7).
Sottolineò, poi, «il grande valore autobiografico» dell’opera che, rivisitando il pensiero politico e l’attività pratica svolta da Ruffini in Senato, ci restituiva l’immagine di un liberale coraggioso e coerente:
«Certo è che il Ruffini non fu oppositore interessato: non lo movevano ambizioni politiche insoddisfatte, non sogni di gloria turbati, non interessi economici minacciati. Egli fu veramente il cavaliere senza macchia e senza paura che non disertò il campo e tenne fede fino all’estremo alla consegna»(8). E a questo proposito, nel volumetto del 1926 l’autore aveva anche ribadito la totale estraneità agli ambienti massonici, relativamente al discredito gettato sulla sua persona e al titolo di massone che gli fu attribuito nel momento in cui si oppose al disegno di legge fascista sulle associazioni, che per lo scopo di combattere le logge segrete, in realtà poteva sciogliere quante associazioni gli fossero state invise(9).
Prima di entrare nel merito della polemica antifascista espressa con forza anche negli interventi parlamentari, le pagine iniziali del volume sono occupate da un tema assai caro al liberale piemontese. Si tratta della questione relativa alla riforma del Senato sulla quale si era cimentato insieme al senatore Emanuele Greppi nel 1919. Nel capitolo intitolato «La rappresentanza organica nello Stato liberale» si ribadiscono, infatti, i capisaldi espressi nella Relazione sul tentativo, inutile anche questo, di controbilanciare il rischio di un predominio delle burocrazie di partito nel sistema proporzionale, attraverso una integrazione della rappresentanza degli interessi con quella politica e territoriale, in senso liberale e in considerazione della nuova struttura economica-sociale del Paese(10).
Nel disegno che si concretò in proposta di legge, il giurista dell’ateneo torinese, prendeva le mosse dallo Statuto albertino, che aveva fissato tassativamente nell’articolo 33 le categorie di provenienza dei senatori, per evidenziare la necessità di aggiornare quelle che dal 1848 avevano perso la loro importanza sociale. Per attenuare il potere ormai codificato del Presidente del Consiglio nella nomina dei senatori, il progetto si proponeva di affiancare a 60 senatori di nomina regia, altri 60 eletti dal Senato stesso tra le 17 categorie previste per la nomina regia alle quali se ne aggiungevano altre 20 tra i corpi e le organizzazioni più qualificati a impersonare le nuove idee e forze, non esclusivamente politiche, della nazione: consigli provinciali e comunali, corpi scientifici, consigli dei vari ordini professionali, camere di commercio, associazioni agricole e industriali, associazioni operai e così via. Altri 60 senatori sarebbero stati eletti dalla Camera, esclusivamente fra i deputati ed ex-deputati, ed altri 180 membri eletti dai collegi elettorali, scelti all’interno delle categorie in circoscrizioni ripartite in base alla divisione storica delle regioni(11).
In sostanza Ruffini auspicava una riduzione del numero di senatori di nomina regia, una temporaneità della funzione stabilita per i membri elettivi e soprattutto una rappresentanza degli interessi che si presentava necessaria nella nuova realtà sociale del paese. Tutto ciò non avrebbe certo implicato – e ci teneva a ribadirlo nei «Diritti di libertà» per fugare ogni dubbio – la formazione di nuove corporazioni, né tanto meno avrebbe dovuto sostituire integralmente la rappresentanza politica con la rappresentanza degli interessi, poiché tale atteggiamento avrebbe segnato l’avvento di un regime non più fondato sull’individuo, ma sopra il gruppo, alla stregua di ciò che era avvenuto nella Repubblica Sovietica con la Costituzione del 1918(12).
Il nucleo centrale dell’opera ripropone o anticipa alcuni significativi interventi che il liberale piemontese pronuncerà veementemente in Senato contro la demolizione sistematica di quei principi per la cui appassionata difesa è entrato a far parte del milieu intellettuale antifascista legato all’ambiente torinese. «Tutto l’antifascismo intellettuale torinese, di giovani e di vecchi – ricordava l’allievo Arturo Carlo Jemolo – ha in questi anni relazioni con Ruffini»(13). In realtà il suo liberalismo riproponeva le tematiche classiche e rimase molto legato alla tradizione conservatrice ottocentesca. Fu sempre vicino alle idee politiche di Luigi Albertini, al quale era legato da vincoli familiari e con il quale dal 1910 al 1925 aveva collaborato regolarmente al «Corriere della Sera». È altrettanto vero che i suoi orientamenti politici, soprattutto nel dopoguerra, furono quelli di un conservatore «illuminato» che auspicava riforme concrete, associate ad un «esame di coscienza» e ad un necessario rinnovamento attraverso una maggior coesione del partito liberale, fortemente indebolito di fronte alle crescenti richieste di una società in rapida trasformazione(14). In diverse occasioni i suoi allievi più illustri hanno voluto sottolineare l’ascendente esercitato sugli studenti durante le lezioni universitarie e la capacità del maestro Ruffini a comprendere le esigenze delle nuove generazioni(15).
Non a caso l’idea di pubblicare i «Diritti di libertà» per la casa editrice di Piero Gobetti, nacque in seguito al sodalizio che si era creato con il giovane intellettuale torinese, suo ex studente all’Università, nella convergenza di interesse sulla risoluzione dei più stringenti problemi istituzionali. Nel febbraio del 1925 Ruffini aveva pubblicato su «La Rivoluzione liberale» un articolo in difesa dell’accantonato sistema elettivo proporzionale, in cui tracciava le vicende storiche dell’istituto a cominciare dall’esperienza di Stuart Mill che si era convertito alle proposte del giurista inglese Thomas Hare nel 1857, per approdare ad un sistema rappresentativo che più degli altri garantisse principi di giustizia sociale(16).
Lo stesso Gobetti spinse Ruffini alla preparazione di un volume che potesse fornire dati concreti sul tema della «libertà», e che riprendesse i capisaldi della battaglia politica contro le disposizioni liberticide, condotta coraggiosamente dal Senato(17). Il tema di fondo affrontato nel testo è il pericoloso isolamento costituzionale in cui l’Italia si stava ponendo: mentre i nuovi stati dell’Europa procedevano a darsi costituzioni liberali e democratiche, che avrebbero dovuto consacrare le libertà storiche intorno alle quali si era combattuto per secoli, lo Statuto di Carlo Alberto subiva un processo di corruzione graduale da parte delle leggi fasciste che stavano «scavando la tomba allo Stato liberale»(18). La sola costituzione russa era additata da Ruffini come un unicum illiberale tra gli stati civili del mondo nel primo dopoguerra, a conferma di uno spirito tradizionale perpetrato anche dai precedenti regimi zaristi. Dopo aver ripercorso le vicende storiche dei sistemi giuridici e degli ordinamenti di alcune democrazie esemplari nel riconoscimento dei diritti di libertà, l’autore esprimeva il suo ottimismo di fronte alle nuove carte costituzionali di molti stati usciti dal conflitto mondiale. Perfino la Germania, la cui scienza giuridica era storicamente legata a forme di autoritarismo, sembrava in quel momento, con la costituzione di Weimar,  un modello alto da seguire(19). Così come la recente costituzione liberale turca del 1924 che sanciva le garanzie in difesa delle principali libertà politiche. Tanto che Ruffini  nell’introduzione al volume concludeva sarcastico:
«Un tempo usavasi invocare, a seconda dei gusti, la libertà come in Inghilterra, o in America, o in Francia. Dio non voglia che gli Italiani siano ridotti ora ad invocare la libertà come in Turchia!» 
La battaglia di Ruffini contro il regime trovava la sua linfa nell’avversione alla dottrina delineata dal Ministro della Giustizia Alfredo Rocco che, negando a tutta la tradizione politica italiana una impronta teorica che fosse mai stata «liberale» al pari di altri paesi europei, proponeva il modello di Stato organico, dove i diritti individuali, sulla scia di un rispolverato autoritarismo bismarckiano, si riducevano a semplice riflesso del potere statuale, poiché si rifiutava l’esistenza di diritti propri, primitivi ed autonomi. Ruffini riteneva invece «necessaria e congenita» una limitazione dello Stato di fronte agli intangibili diritti individuali. In virtù di questo attacco alla libertà, negò la veridicità di tali affermazioni e ascrisse proprio ad un italiano, Marsilio da Padova, il grande merito di aver affermato per primo nel Defensor pacis del 1324 il principio della libertà di coscienza e formulato al contempo il dogma della sovranità popolare, in un’epoca lontana tra «le tenebre del fanatismo medievale»(20).
Ruffini conosceva bene la fragilità intrinseca alla tradizione liberale italiana, per l’evoluzione storica di un Paese rimasto imprigionato, soprattutto dopo la Riforma protestante, tra il duplice assolutismo ecclesiastico e civile, aggravato per di più dalla dominazione prima spagnola e poi austriaca. Allo stesso tempo, di fronte alle disposizioni fasciste che limitavano la libertà di stampa, di associazione e di pensiero tra i funzionari pubblici, invitava i pubblicisti del suo tempo a rivalutare l’accantonato liberalismo di Cavour e ancor più quello di Pellegrino Rossi portatore di un contributo assai significativo alla «determinazione dei diritti di libertà» nei suoi insegnamenti parigini. Professore di diritto costituzionale nella capitale francese, Rossi aveva sempre posto a fondamento dei diritti di libertà la possibilità «dello sviluppo delle facoltà umane nello stato sociale, l’espressione, cioè, dello sviluppo dell’uomo, l’esercizio delle sue più nobili attitudini e il godimento dei suoi più essenziali diritti»(21). Tanto più che lo stesso Rossi aveva influito sulla formazione del giovane Cavour, in più occasioni partecipe alle lezioni parigine(22).
Il giurista piemontese  rimaneva, al contempo, indignato di fronte alla disinvoltura «ad usum Fascismi», con cui Alfredo Rocco poneva Giuseppe Mazzini, riconosciuto come uno dei più strenui apostoli della democrazia, tra gli antesignani del fascismo «unicamente per la sua famosa integrazione della dottrina dei diritti dell’uomo e del cittadino con quella dei loro doveri». Anche in Senato Ruffini condannò le teorie del ministro che si preparava a divenire «l’affossatore dello Stato liberale». Ricordò di averlo avuto tra i più intelligenti dei suoi scolari e con ironia espresse il compiacimento di un vecchio maestro orgoglioso nel vedere il proprio scolaro salito «ai più eccelsi fastigi, e ancorché tali fastigi si trovino al polo diametralmente opposto a quello, in cui il maestro è rimasto sempre fisso»(23).
Nelle pagine di Ruffini ampio spazio è dedicato ad un’appassionata difesa della libertà di stampa, che riprende quasi integralmente l’intervento pronunciato in Senato il 15 dicembre del 1925 contro il disegno di legge sulle norme di gerenza e vigilanza dei giornali e delle pubblicazioni periodiche(24). Stroncare la libertà di stampa significava, nella sua ottica, eliminare il presupposto e la garanzia di tutte le altre libertà individuali. A questo proposito, un capitolo specifico, è dedicato alla violazione pericolosa che il disegno di legge apportava in particolare alla libertà religiosa. Un articolo, infatti, della nuova disposizione sanciva il reato per chi avesse offeso a mezzo stampa la religione cattolica, negando ai culti acattolici una qualsiasi protezione speciale. Decadeva, così, la tutela di uguaglianza dei cittadini rispetto al godimento dei diritti civili, determinata attraverso la legge del 19 giugno 1848 e in seguito con il codice penale del 1889. Nella sua difesa della laicità, Ruffini, era ben consapevole della preminenza storica in Italia della Chiesa cattolica e dell’opportunità di un atteggiamento consono da parte dello Stato di fronte alle esigenze della religione praticata dalla stragrande maggioranza dei cittadini. La regola della maggioranza, allo stesso tempo, non poteva certo scaturire in una mortificazione delle confessioni religiose minori con una sopraffazione della libertà di coscienza individuale. Nei «Diritti di libertà» si legge:
«un’uguaglianza perfetta in fatto di libertà di coscienza e in fatto di libertà di culto […] è il proprio di tutti i cittadini italiani senza la menoma distinzione possibile; è il proprio di tutte le associazioni di culto ammesse nello Stato, senza la menoma distinzione possibile. In questo campo il numero, la importanza sociale e tutto il resto non contano. Conta solo la coscienza che deve fruire di una medesima identica tutela giuridica quanto alle sue manifestazioni esteriori, individuali o collettive»(25).
Seppur non incentrato su tale argomento il volume, come ha evidenziato Silvio Ferrari, rappresentava la conclusione di una trilogia, costituita oltre che dal testo in questione, dal Corso sulla libertà religiosa come diritto pubblico subiettivo del 1924 e da La libertà religiosa. Storia dell’idea, pubblicato per la prima volta nel 1901. Attraverso le tre opere Ruffini dimostrava la capacità di esplorare il tema della libertà religiosa individuale, leit motiv di tutta la sua speculazione scientifica con approccio e angolature diverse: la storia, il diritto e, nel nostro caso, l’impegno politico(26).
Nell’ultima parte dello scritto Ruffini, sulla scorta degli insegnamenti di Benjamin Constant, invitava ad una presa di coscienza collettiva, responsabile, ma era già troppo tardi, al diffondersi tra le masse «amorfe ed atone» di un sentimento di convinta indignazione per recuperare il senso profondo e religioso della libertà(27).
Pensare di ripubblicare oggi questo testo ormai introvabile in libreria, nonostante la ristampa anastatica della seconda edizione nel 1975, risulterebbe certo efficace per gettare uno sguardo ulteriore su quel «campo di ricerca largamente inesplorato» rappresentato dalla «cultura politica dei senatori in carica al momento dell’avvento del fascismo». Con questa affermazione Emilio Gentile, nella pregevole introduzione al Repertorio biografico dei senatori dell’Italia fascista, ha posto in essere la necessità di nuovi studi per ricostruire le vicende della Camera Alta nel ventennio fascista, fino ad oggi eccessivamente trascurati dalla storiografia. Una mancanza di interesse che, ignorando la complessità e la specificità dei comportamenti individuali nei diversi momenti, ha alimentato una stereotipizzazione del Senato generalizzata e contraddistinta da due parametri interpretativi contrapposti. Nel primo caso sulla scia delle considerazioni di Luigi Federzoni e della pubblicistica fascista, si è insistito sull’idea di un ramo parlamentare libero da vincoli fascisti e custodito nella propria indipendenza dalla istituzione monarchica. Nel secondo caso, invece, si è gettato un totale discreto morale sull’intero sistema senatoriale, sulla scorta delle principali considerazioni espresse da illustri liberali come Luigi Einaudi, Piero Calamandrei e Benedetto Croce, che avevano a conclusione del ventennio, insistito sulla generale acquiescenza del Senato al fascismo(28). È opportuno ricordare che tutti e tre, peraltro, nel secondo dopoguerra ripercorreranno nelle proprie memorie l’impegno politico di Ruffini e dei pochi liberali che si opposero dai banchi della Camera Alta.
Tra il 1946 e il 1947, nel ricordare le vicende della sua attività politica in Senato, Einaudi ribadiva l’atteggiamento di diffusa acquiescenza  della maggior parte dei senatori al fascismo fin dagli albori e la «difficoltà crescente di trovare chi volesse partecipare alle discussioni». Allo stesso tempo, però, riconosceva il merito di una opposizione coraggiosa condotta da alcuni fra loro: «per qualche anno risuonarono ancora alte solenni le voci di Benedetto Croce, Luigi Albertini, Francesco Ruffini e pochi altri. Poi, soppressa la libertà di stampa, ridotti i giornali a bollettini ufficiali e spenta ogni eco nel pubblico delle critiche pronunciate nell’aula, i più tacquero»(29).
Il giurista fiorentino, invece, rivolse uno sguardo più attento alla dottrina di Ruffini, ripubblicando, come si è detto quei «Diritti di libertà» che diventavano un importante pilastro alla vigilia della Costituente, «un limpido ed autorevole contributo, collaudato dall’esperienza, alla ricostruzione del nostro ordinamento costituzionale». Ruffini scriveva in tema di diritti di libertà: «non è tanto la loro solenne proclamazione teorica, al modo dei famosi testi francesi, quanto la concreta determinazione dei mezzi pratici più adatti ad assicurarne l’osservanza»(30).  Ed aggiungeva speranzoso a conclusione della sua trattazione: «il sistema dei diritti di libertà costituisce davvero la piattaforma obbligata e inevitabile di qualunque costruzione costituzionale moderna». Su questa affermazione significativa Calamandrei spingeva a riflettere, nel momento in cui la costituzione italiana avrebbe dovuto assicurare un sistema di rigida salvaguardia di quelle libertà individuali, «forze motrici» indispensabili per azionare i congegni dello stato democratico.
Anche l’amarezza espressa da Croce, che nel 1943 alla vigilia dell’armistizio aveva bollato il Senato come «indegno e corrottissimo», non può oscurare, anzi nobilita l’operato di quel ristretto gruppo di senatori che nei primi anni della dittatura si spesero nella difesa delle istituzioni liberali. Tanto più che proprio il filosofo napoletano fu insieme a Ruffini, Albertini e pochi altri, un componente di primo piano all’interno di quella esile ma agguerrita pattuglia liberale che, almeno fino all’approvazione del «plebiscito», si distinse in Senato per le obiezioni decise alle leggi liberticide. Lo stesso celebre discorso di opposizione ai Patti lateranensi, pronunciato dal filosofo in Senato il 22 maggio del 1929 era frutto di un confronto diretto con il professore dell’Ateneo torinese(31), da sempre difensore dell’atteggiamento cavourriano ripugnante verso ogni forma di Concordato, e sostenitore delle conquiste laiche del Risorgimento(32).
In occasione del III Congresso del PLI, il primo del dopoguerra che si riproponeva la ricostituzione del partito, a Roma dal 29 aprile al 3 maggio 1946, Croce evocò gli uomini che diedero vita al nuovo partito liberale nel congresso di Livorno del 1924, rivolgendosi in particolare con gratitudine all’amico Francesco Ruffini che insieme a Gaetano Mosca ed Emilio Borzino, aveva tentato strenuamente di «salvare immacolata all’avvenire la più preziosa eredità dei nostri padri del Risorgimento», con il proposito di resistere a quel regime che pochi mesi dopo obbligò lo scioglimento del partito. Erano stati loro ad invogliarlo a prendere per la prima volta nella sua vita una tessera di partito(33). Il filosofo ricordò le intese che comunque si mantennero da un capo all’altro dell’Italia tra gli esponenti del mondo liberale attraverso un’attività cospiratoria, che in diverse occasioni scaturì in arresti, condanne e reclusioni al confino.
A questo proposito nel 1954, a venti anni dalla morte del giurista liberale, in occasione dell’inaugurazione di un busto a lui intitolato nel paese natale di Borgofranco d’Ivrea, con la partecipazione di numerose autorità tra cui il presidente della repubblica Luigi Einaudi, si riprodusse un raro documento del 18 febbraio 1927: il verbale di Pubblica Sicurezza che dichiarava lo scioglimento della Sezione di Torino del Partito Liberale Italiano. Il presidente della disciolta sezione era proprio Francesco Ruffini, che in quel giorno assistette impotente alla fine di tutti i valori di libertà in cui aveva sempre creduto.
L’ultima volta in cui il senatore prese la parola a palazzo Madama fu in occasione della discussione del disegno di legge sulla riforma della rappresentanza nel maggio del 1928, a cui si oppose con un’altra quarantina di senatori(34).
Tre anni più tardi quando Mussolini impose ai professori universitari il giuramento di fedeltà al regime fascista, Francesco Ruffini fu tra i 12 su circa 1250 docenti in tutto il paese, che si rifiutarono di prestarlo, perdendo la cattedra. Aveva mantenuto fede a quel discorso pronunciato il 19 novembre 1925 contro il disegno di legge sulla «Regolarizzazione delle attività delle Associazione», in cui si racchiude l’intero significato dei suoi «Diritti di libertà»:
«La libertà non rappresenta per me soltanto il supremo dei miei ideali di cittadino, ma quasi la stella polare a cui si è indirizzata sempre quella qualunque mia attività didattica e scientifica, la quale può non aver contato per nulla, ma che per me conta più che tutto, perché essa è stata ed è la stessa ragione della mia vita spirituale: così che, se alla libertà per opportunismo, per utile o per paura io non tenessi fede, mi parrebbe di aver vissuto invano o di perdere insieme la stessa ragione di vivere»35.

(1) Mi riferisco nello specifico a quanto detto nella Premessa di Fabio Grassi Orsini e Gerardo Nicolosi in, I liberali italiani dall’antifascismo alla Repubblica. Volume I, a cura di F. Grassi Orsini – G. Nicolosi, Rubbettino, Soveria-Mannelli, 2008, pp. 9-17

(2) Una ricostruzione efficace del pensiero e dell’attività politica di Ruffini fino all’avvento del fascismo si ritrova in A. Frangioni, Introduzione a F. Ruffini, Guerra e dopoguerra. Ordine internazionale e politica della nazionalità, a cura di A. Frangioni, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2006

(3) Cfr. F. Margiotta Broglio, Introduzione, in F. Ruffini, Discorsi parlamentari, Senato della Repubblica, Roma, 1986, pp. 1-40

(4) F. Ruffini, Diritti di libertà, 2.ed, La Nuova Italia, Firenze, 1946

(5) N. Bobbio, Trent’anni di storia della cultura a Torino (1920-1950), Einaudi, Torino, 2002, pag. 33

(6) P.  Calamandrei, L’avvenire dei diritti di libertà, Introduzione alla seconda edizione di F.Ruffini, Diritti di libertà, cit., pp. X-XI

(7) A questo proposito nell’analisi del rapporto fascismo-cultura, Francesco Margiotta Broglio invita a riflettere sulle cosiddette correzioni di autore coatte e «l’incombere di costrizioni esteriori» che durante il ventennio si estesero  ad alcuni scritti significativi della tradizione liberale; cfr. F. Margiotta Broglio, Introduzione, in F. Ruffini, Discorsi parlamentari, cit., pp. 39-40

(8) G. Solari, La vita e l’opera scientifica di Francesco Ruffini (1863-1934), in Studi storici di filosofia del diritto, a cura di G. Solari, con prefazione di Luigi Einaudi, Giappichelli, Torino, 1949, pag. 427

(9) Cfr. F. Ruffini, Diritti di libertà, cit., pp. 51-52

(10) La questione fu ripresa anche da La Pira in sede di Assemblea Costituente nel 1946. La Pira, parlando delle organizzazioni di classe e della formazione delle grandi categorie di lavoro ne auspicava una presenza rappresentativa alla Camera Alta: «Io mi richiamo qui ad un magnifico lavoro che ho letto, di Ruffini, il quale circa trenta anni fa, non ricordo bene, a proposito della riforma del Senato che allora si agitava, fece una magnifica relazione in cui appunto prospettava il problema che questa seconda Camera fosse un Camera organicamente espressiva di questi interessi della classe operaia»; citato in Atti della Costituente sull’art.7, a cura di A. Capitini – P. Lacaita, Laicata, Manduria, Perugia, 1959, pp. 208-209

(11) E. Greppi-F. Ruffini, Relazione della commissione di studio sulla riforma del Senato (30 giugno 1919), ora in F. Ruffini, Discorsi parlamentari, cit., pp. 355-406; cfr. anche N. Antonetti, Gli invalidi della Costituzione, Laterza, Roma-Bari, 1992, pp. 230-237

(12) Cfr. F. Ruffini, Diritti di libertà, cit., pp. 3-18

(13) A.C. Jemolo, Introduzione a F. Ruffini, La libertà religiosa. Storia dell’idea, Feltrinelli, Milano, 1967; ripresa da F. Margiotta Broglio, Travaglio e crisi dello Stato liberale in Lettere di Benedetto Croce a Francesco Ruffini,a cura di F. Margiotta Broglio, in «Nuova antologia», n. 2159, 1986,pp. 409-433

(14) Cfr. C. Magni, Commemorazione di Francesco Ruffini, ed. A. E. F. Cattaneo,Bergamo, 1949, pag. 22

(15) In questo senso, tra i tanti, sono emblematici i ricordi espressi da Jemolo, Falco, Galante Garrone, Bobbio.

(16) Cfr F. Ruffini, Le origini, in «La Rivoluzione Liberale», a. IV, n. 5, 1 febbraio 1925. Lo stesso tema era stato ripreso in Id., Guerra e riforme costituzionali. Suffragio universale, principio maggioritario, Elezione proporzionale, Rappresentanza organica, G.B. Paravia, Torino, 1920 e in Id., Il partito liberale e l’ora presente. Discorso del Senatore Francesco Ruffini pronunziato nella tornata dell’8 dicembre 1919, Senato, Roma, 1919 

(17) Ruffini ricordò dalle pagine de «Il Baretti» l’allievo scomparso prematuramente, definendolo un «limpido esempio» e scrivendo: «...sembra che ormai il maestro sia lui».

(18) Id., Diritti di libertà, cit. p. 19; a questo proposito cfr. anche, A. Aquarone, L’organizzazione dello Stato totalitario, Einaudi, Torino, 1995.

(19) A questo proposito Ruffini pubblicava nel testo un’ampia appendice con i testi delle principali dichiarazioni dei diritti e delle costituzioni nel mondo, prima e dopo la guerra.

(20) F. Ruffini, Diritti di libertà, cit., pag. 95

(21) Ivi, pag. 96

(22) Ivi, pp. 106-107

(23) Si fa riferimento alle parole pronunciate da Ruffini nella tornata in Senato del 19 novembre 1925: cfr. Id, Discorsi parlamentari, cit., pp. 304-305

(24) Tale disegno scaturì il 31 dicembre 1925 in quella legge che, oltre alle sostanziali limitazioni sulla libertà di stampa, introdusse l’ordine dei giornalisti; cfr. Ivi, cit., pag. 320

(25) Id., Diritti di libertà, cit., pp. 82-84

(26) S. Ferrari, Introduzione a F. Ruffini, La libertà religiosa come diritto pubblico subiettivo, il Mulino, Bologna, 1992, pag. 12

(27) F. Ruffini, Diritti di libertà, cit. pp. 157-158

(28) Cfr. E. Gentile, Senato e senatori nel regime fascista, in Repertorio biografico dei senatori dell’Italia fascista, A-B, Bibliopolis, Napoli, 2003, pp. 1-90. Per la stessa tematica cfr. anche L. Zani, Luigi Albertini e l’opposizione liberale in Senato nel 1924, in I liberali italiani dall’antifascismo alla Repubblica, cit., pp. 21-76

(29) L. Einaudi, Ricordi e divagazioni sul Senato vitalizio, in «Nuova Antologia», febbraio 1956, p. 194 ora in E.Gentile, Senato e senatori nel regime fascista, cit., pag. 3

(30) F. Ruffini, Diritti di libertà, cit., pag. 55

(31) Galante Garrone afferma che Croce si sarebbe consultato direttamente con Ruffini prima di scrivere il proprio discorso; cfr A. Galante Garrone, I miei maggiori, Garzanti, Milano, 1984, pag. 21. In effetti il 22 maggio Croce annota nei Taccuini del 1929: «Partenza per Roma: ho letto a Ruffini, Albertini e Bergamini le parole che pronunzierò in nome mio e loro al Senato se me le lasceranno pronunziare. Ho avuto la loro piena approvazione»; cfr. M.L. Cicalese, Tolleranza religiosa e libertà nella storiografia italiana del primo Novecento: Francesco Ruffini e Guido de Ruggiero, in «Pensiero Politico», 1996, 29 (2), pp. 257-258

(32) Cfr. A. C. Jemolo, Introduzione a F. Ruffini, La libertà religiosa. Storia dell’idea, Milano, 1991, pag. 350

(33) Si deve a Giovanni Orsina la riproduzione delle preziose fonti archivistiche relative ai congressi e consigli nazionali, statuti del Partito Liberale Italiano dal 1922 al 1992 nel DVD-ROM che si accompagna a Il Partito Liberale nell’Italia repubblicana: guida alle fonti archivistiche per la storia del PLI: atti dei congressi e consigli nazionali, statuti del PLI, 1922-1992, a cura di G. Orsina, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2004

(34) Cfr. F. Ruffini, Discorsi parlamentari, cit., pp. 348-351

(35) Ivi, pag. 299

Antonio de Ruggiero ha frequentato dal 2006 al 2008 il corso di dottorato «XX Secolo: economia, politica, istituzioni», presso la facoltà di Scienze Politiche «Cesare Alfieri» dell' Università degli Studi di Firenze, sviluppando un progetto di ricerca sull'attività politica di Francesco Ruffini. È attualmente dottorando di ricerca presso il corso di dottorato in«Studi storici per l’età moderna e contemporanea» dell’Università di Firenze, con un progetto sulla storia dell’emigrazione toscana nel Brasile meridionale. Ha recentemente curato insieme a Simone Visciola il volume: Carlo Rosselli, Pagine scelte di economia, (Le Monnier, 2010).