Natura umana e storia
G. Hanlon, Vita rurale in terra di Siena nel Seicento. Natura umana e storia, Pascal Editrice, Siena 2009
di Filippo Luti
Sostenuta dalle teorie e dalle intuizioni delle moderne scienze comportamentali, l’indagine storica dell’A., condotta ed esposta con chiarezza, si concentra sul piccolo borgo toscano di Montefollonico(1) all’epoca del suo infeudamento.(2) Da questo felice connubio interdisciplinare ne esce un quadro vario e animato che consente al lettore di osservare – e soprattutto comprendere e giustificare - le azioni compiute da coloro che popolavano in quel tempo il paese, riuscendo inoltre, anche attraverso le loro stesse voci, a individuare la fitta rete di relazioni sociali e i meccanismi che governavano la comunità montina del XVII secolo. La scelta di avvalersi dell’ausilio di discipline, quali per esempio la sociobiologia, l’etologia e la psicologia evolutiva o cognitiva, deriva dalla ferma convinzione dell’A. che una valida storiografia non possa prescindere da tutte quelle scienze, che grazie anche alle analogie presenti con il mondo animale (e in particolar modo con quello delle specie subumane), sono riuscite a mettere a fuoco la natura umana individuandone temi e caratteri universali.(3)
L’esistenza di quest’ultimi, intesi come modelli comportamentali che risultano costanti nel tempo e nello spazio, rende incongruenti, a detta dello studioso, alcuni aspetti estremi propri delle teorie del relativismo culturale, secondo i quali, per esempio, sarebbe impossibile per noi contemporanei, che percepiamo il mondo adoperando nozioni intellettuali proprie del nostro tempo, comprendere il comportamento e la cultura di società remote. Per l’A., invece, quest’operazione è sicuramente plausibile. L’essenza della natura umana non è mutevole: tutti quanti noi condividiamo con i nostri antenati, la stessa costituzione psicologica, disposizione mentale e gamma emotiva, in virtù del semplice fatto che tutto questo è biologicamente radicato nel nostro patrimonio genetico.(4) Sulla scia di alcuni antropologi e sociologi, H. diffida quindi del concetto di “altri”(usato appunto dai relativisti cultuali per definire quegli uomini talmente alieni dal nostro ambiente e forma mentis da non poter essere compresi) invitando non solo ad usare con più moderazione quello di “cultura”, ma anche ad introdurre nelle strategia di ricerca la nozione di natura umana, intesa come una data gamma di capacità e potenzialità imposte dalla fisiologia e quindi comuni a tutte le culture.(5)
Forte di questi solidi e convincenti presupposti, la sua analisi storico-sociale, condotta su un rilevante carico documentaristico coevo,(6) dimostra come anche nella Montefollonico del XVII secolo si ripresentassero, declinate nelle sfumature di questo stesso contesto, le medesime componenti universali secondo le quali si articola da sempre la vita comunitaria degli uomini: gerarchia e governance, cooperazione e competizione, riproduzione, innovazione e adattamento.
Innanzitutto, per osservare da una posizione privilegiata le azioni compiute dalle varie generazioni di montini che popolano queste vetuste carte, H. - resosi invisibile ai loro occhi - si è calato lungo le antiche vie del castello visitandole silenziosamente. Scansando il pollame e i bambini che lasciati liberi di scorrazzare gli tagliavano la strada, ha infatti curiosato dentro le botteghe degli artigiani, tra gli attrezzi(7) e i libri mastri, rovistato negli scaffali degli uffici, sbirciato nei luoghi di culto e osservato con attenzione le famiglie mezzadrili intente al lavoro nei poderi fuori porta. Tornato al borgo si è poi seduto in piazza, lungo le sporgenze degli edifici, per ascoltare i pensieri e i brontolii dei suoi vicini oppure il chiacchierio lontano delle donne radunate intorno al trogolo per il bucato. Al calar della sera, dopo aver preso un bicchiere all’osteria delle noci, tra bestemmie e canzonature, ha infine riaccompagnato lo stanco e barcollante gruppetto di uomini fino ai loro focolari ancora accesi per coglierne, forse, un ultimo e più intimo gesto.
Al ritorno da questa lunga passeggiata ideale, H. ha riportato nel nostro tempo, così distante e diverso, l’immagine di un microcosmo abitato, paradossalmente, da persone del tutto simili a quelle di oggi. Da un punto di vista sociobiologico il suo fantastico soggiorno non rileva infatti niente di straordinario. I reiterati e ravvicinati incontri avuti con il popolo della Montefollonico che fu, non possono infatti, fare a meno di confermare la teoria de “l’uomo universale” e constatare quindi come sostanzialmente le loro azioni fossero adeguate - com’è sempre accaduto - al raggiungimento dei singoli obiettivi individuali e quindi guidate e soppesate esclusivamente alla luce del proprio interesse personale. Questo tipo di comportamento volto all’affermazione e alla tutela di se stesso, rientra chiaramente nel campo della competizione la quale, come abbiamo poc’anzi accennato, è una di quelle caratteristiche che si esplicano universalmente all’interno delle comunità umane. I tratti della competitività presenti nella Montefollonico del ’600 sono stati analizzati dallo storico canadese soprattutto attraverso numerose carte processuali le quali consentono, tra l’altro, di osservare uno spaccato dell’universo giudiziario allora esistente, facendo luce sia sui funzionari di cui il marchese si avvaleva per esercitare la propria autorità in questo campo(8) sia sulle procedure e i meccanismi che insieme articolavano l’intera istruttoria. Nonostante sia rilevabile una tendenza conciliatrice da parte dei magistrati, i quali più che a punire pensavano ad allentare le tensioni delle parti allo scopo di mantenere, per quanto possibile, gli equilibri del borgo, i registri giudiziari mettono oggettivamente in evidenza l’elevata frequenza di situazioni di contrasto (soprattutto tra gente di pari livello sociale; raramente furono infatti avviati procedimenti contro persone di rango superiore e mai, in nessun caso, contro gli ecclesiastici) spesso dovute al danneggiamento delle proprietà agricole altrui o al pascolo abusivo.(9) Oltre alla trascrizione dei dialoghi intercorsi tra magistrati e parti in causa e alle deposizioni rilasciate dai testimoni che consentono, nel loro insieme, di cogliere il clima che si respirava in aula e il livello culturale dei togati, la completezza di alcuni processi penali ha permesso all’A. -forte anche dei modelli offerti dal criminologo connazionale Maurice Cusson(10)- di tracciare un profilo standard del delinquente dell’epoca: maschio, giovane e di non bassa estrazione sociale, che tendeva con il tempo, sia a causa della stanchezza dovuta all’avanzare dell’età sia al ruolo di padre che doveva inserire i figli nella comunità, a diminuire la frequenza delle proprie malefatte.
Se è vero che il conflitto poggia e deriva dal principio della reciprocità, altrettanto è possibile dire della cooperazione. Naturalmente l’ampio quadro di relazioni interpersonali presente nei documenti ha permesso ad H. di individuare, all’interno di questo semisconosciuto borgo della Toscana barocca, numerosi esempi di collaboratività. Il più importante è sicuramente quello ravvisabile nell’essenza stessa del sistema mezzadrile, il cui istituto, che perdurò nell’Italia centro-settentrionale fino all’avvento dell’agricoltura meccanizzata, è infatti basato sul reciprocamente vantaggioso. Attraverso l’analisi della mezzadria e dei suoi meccanismi, H., oltre a permettere al lettore di osservare le caratteristiche e i vantaggi offerti da questi terreni organizzati secondo il sistema della policoltura, fa luce soprattutto sulle dinamiche della cooperazione e della distribuzione del lavoro all’interno delle famiglie contadine mostrandone i diversi ritmi e caratteristiche che mutavano con il trascorrere delle stagioni.(11) Chiaramente anche la cooperazione è, secondo le teorie sposate dall’A., un modello universale ravvisabile, tra l’altro, anche all’interno di molte società animali. Da sempre, infatti, gli uomini si aspettano cooperazione da parte dei propri simili e reagiscono sdegnati quand’essi non si conformano alle regole. Quest’ultimo sentimento è anch’esso un carattere universale, come lo sono anche il desiderio di ritorsione verso coloro che ingannano e la tendenza a solidarizzare con le vittime di un raggiro. Ovunque, infatti, le persone mentono e imbrogliano anche se questa tendenza è tenuta parzialmente a freno da una sorta di vigilanza universale e dall’implicita minaccia di vendetta. Esiste in sostanza, un comune desiderio di giustizia e senso dell’ordine. Questi sentimenti, come giustamente ricorda H. avvalendosi degli studi dello psicologo evoluzionista Angelo Tartabini,(12) precedono l’elaborazione della legge, che è in sostanza una codificazione delle regole informali secondo le quali uomini e primati vivono in comunità.
La comunità, è dunque sempre regolamentata, oltre che segmentata per sesso, età e ruoli. Inoltre, ogni società presenta sempre una determinata governance e delle precise gerarchie. Le caratteristiche di questi due elementi nel contesto specifico di Montefollonico sono state trattate a fondo e con chiarezza dal nostro storico. Attraverso le sue pagine, sempre affollate dai nomi, dalle azioni e dalle voci di gente remota, scopriamo infatti i principi e le modalità secondo i quali questo piccolo borgo, dotato di un proprio statuto e di proprie istituzioni, funzionava ed era gestito.(13) Nell’insieme, ne esce l’immagine di un paese che aveva raggiunto un certo equilibrio sociale grazie a una condivisione del potere larga che si manifestava -ed era garantita- attraverso la rotazione delle cariche e l’alto numero legale di consiglieri necessari per poter eventualmente deliberare (18 su 24).
Scorrendo le pagine dedicate ai meccanismi dell’amministrazione locale facciamo conoscenza con numerose persone che ricoprivano incarichi di varia importanza (scoprendo nel contempo anche tutto ciò che era connesso al loro mandato: compenso percepito durata della carica etc.). Tra queste possiamo ad esempio incontrare quelle che avevano fatto parte della triade del priorato o che avevano ricoperto il ruolo chiave di camerlengo o quello minore di sbirro o di messo.
Oltre a queste, esistevano poi altre mansioni sicuramente meno note come quella del “sindaco dei malefizi”, istituito per aggirare la tendenza all’omertà. Il suo compito consisteva infatti nel denunciare al commissario eventuali scontri che magari non erano venuti a galla a causa delle pressioni esercitate da individui potenti e influenti contro alcuni soggetti più vulnerabili.
Nell’ampio panorama offertoci da questo interessante saggio,(14) possiamo poi imbatterci in altri piccoli incarichi che venivano affidati a rotazione a capifamiglia di status differente, come per esempio quello del viario, che riferiva sulle condizioni delle disastrate strade dell’epoca, quello dello stimatore che calcolava per il tribunale il valore degli edifici e i danni subiti dal raccolto, o quello del grascere che doveva esaminare gli animali destinati al macello e fissare il prezzo della loro carne.
Tutte queste mansioni non erano comunque le sole a cui potevano aspirare gli abitanti del villaggio, dato che, all’epoca, la municipalità soleva concedere in appalto la gestione di alcune attività. Era questo, per esempio, il caso del forno pubblico che veniva affidato a due canovai, i quali dovevano garantire ai compaesani la fornitura di un determinato quantitativo di buon pane a un prezzo prestabilito dai priori e dal commissario feudale.(15) Allo stesso modo anche la taverna e il banco del macellaio venivano regolarmente messi all’asta e i loro gestori dovevano impegnarsi ad offrire precisi servizi osservando nel contempo una serie obblighi.
Oltre a queste attività a carattere lucrativo, il consiglio si occupava poi dell’amministrazione di fondazioni pie che venivano date in gestione a ufficiali eletti annualmente. Questo era il caso della cappella mariana e dell’ospedale, il quale più che un istituto volto alla cura dei malati era un luogo che offriva accoglienza e aiuto ai mendicanti e ai pellegrini di passaggio. Di maggior rilievo era sicuramente il ruolo rivestito dalla confraternita laica presente nel borgo. Diversamente da quelle sostenute dalle gerarchie ecclesiastiche, che puntavano più sulla contemplazione, sulla disciplina interiore e sulla diffusione di una dottrina corretta, quelle gestite dal consiglio del villaggio miravano, più concretamente, alla promozione e alla diffusione della beneficenza e della solidarietà all’interno della comunità.(16) Naturalmente anche in queste istituzioni ritroviamo delle precise gerarchie e un determinato sistema di governo. In particolare, H. si sofferma con attenzione sulla confraternita laica offrendoci non solo un quadro generale della sua governance, ma anche una carrellata di tutte le persone che con diversi ruoli orbitavano intorno ad essa. Il fatto che quest’ultime non fossero poche era principalmente dovuto all’importante ruolo che la confraternita esercitava sul piano economico. Questo istituto, che tra l’altro si manteneva autonomo e indipendente dal controllo dei priori, era infatti il maggior proprietario terriero del castello e non scarsi erano i sussidi e i proventi (doti per ragazze, grano per le famiglie etc.) che essa ridistribuiva all’interno dello stesso. E’ facile dunque immaginare quanto delicato e difficile fosse il ruolo del rettore, il quale stava ovviamente al vertice della piramide, e quanto dibattuta fosse la sua elezione (la quale doveva tra l’altro essere ratificata a Siena dai “Quattro conservatori”). Parimenti anche l’incarico esercitato dai tre “santesi”, che per un compenso pecuniario risibile lo coadiuvavano nella gestione e soprattutto nella scelta dei destinatari delle risorse, attirava su di loro una grande attenzione, nonché un certo numero di pesanti accuse di favoritismo.
Importante patrocinatrice delle confraternite di Montefollonico era, all’epoca, la famiglia Landucci, i cui esponenti, in quanto aristocratici, appartenevano chiaramente ad uno status gerarchico superiore rispetto ai loro molti compaesani contadini. I Landucci non erano però particolarmente benestanti ed erano quindi, in un certo senso, condannati a vivere un po’ in economia a Montefollonico. Naturalmente anche la realtà di questi “nobili poveri” confinati lontano dai grandi centri di potere, ha dettato allo studioso canadese alcune considerazioni. Egli ha infatti sottolineato come essi, troppo pochi per fare gruppo da soli, condividessero con la comunità, la pubblica piazza, i giochi, la taverna e vari altri momenti di aggregazione.
Anche se vivendo in continuo rapporto e contatto con centinaia di rustici, non mancavano le occasioni dove era facile rischiare di perdere la faccia(17) ai pochi e impoveriti aristocratici, era comunque riconosciuta una superiorità morale da parte di tutta la comunità, magistrati compresi. Quest’ultimi, infatti, si avvalsero spesso della loro influenza morale affidando ad essi il compito di far da pacieri in alcune particolari situazioni: zuffe di strada oppure liti familiari, per le quali le procedure giudiziarie non erano troppo indicate.(18)
Al vertice della scala gerarchica montina vi fu però, per oltre cinquantanni, l’autorità del marchese Francesco Coppoli, discendente di una nobile famiglia di origine perugina. Secondo H. - che ritiene poco approfonditi gli studi fatti sulla questione della rifeudalizzazione nell’età moderna e sulle ripercussioni che essa ebbe sui nuovi vassalli - l’istituzione del marchesato di Montefollonico fu, nel suo complesso, un vantaggio per tutti i suoi abitanti.(19) In primo luogo quest’ultimi, nonostante la quasi costante assenza del marchese dal castello, poterono comunque contare sulla presenza fissa dei suoi funzionari. Soprattutto da un punto di vista dell’amministrazione della giustizia e del suo accesso da parte dell’utenza montina, la situazione si evolse in modo positivo: i borghigiani ebbero infatti, finalmente, la possibilità di avvalersi prontamente dei servizi del commissario feudale senza essere più costretti a camminare per ore fino ai tribunali di Pienza e Torrita. Inoltre, essi ebbero indubbiamente la fortuna di vivere in un feudo governato con senso paternalistico dal Coppoli, che non mancò di mostrare la propria benevolenza mitigando pene giudiziarie, concedendo prestiti o distribuendo gratuitamente il grano durante le carestie o altri periodi di particolare difficoltà.
La magnanimità del marchese era comunque in gran parte dovuta, più che all’effettivo suo buon cuore, a delle oggettive situazioni che ne limitavano il potere e la possibilità di riuscire a sfruttare grandi risorse o ricavare cospicue rendite.(20) Lo stesso diploma feudale - il quale ribadisce in più punti e in modo pedante l’autorità di Cosimo II sul suo feudatario(21) - conteneva infatti un lungo elenco di condizioni restrittive, chiarendo inoltre in modo esplicito il fatto che il nuovo marchesato non avrebbe dovuto disturbare l’autonomia istituzionale del comune o il lavoro dei suoi organismi. Ciò era in parte garantito dall’impossibilità legale che il Coppoli aveva di poter comprare poderi nel proprio feudo (e quindi di avere propri mezzadri, macine o mulini o di poter, per esempio, abusare delle terre comunali per far pascolare il proprio bestiame senza versare gabelle) o di imporre servigi non previsti dallo statuto. Come ben sottolinea l’A., egli non essendo proprietario di nessuna struttura produttiva non poté mai essere un agente economico capace di distribuire occupazione o favori, e, i nobili nella sua situazione, furono quindi, effettivamente meno potenti rispetto agli altri aristocratici non titolati che possedevano vasti terreni in comunità rurali. Sostanzialmente, infatti, le entrate feudali del marchese furono solo quelle derivanti dalla vendita delle licenze e dall’acquisizione di varie gabelle dalle quali era esclusa quella del sale i cui cospicui introiti rimpinguavano direttamente le casse granducali. Oltre a queste egli poteva comunque contare, in virtù del controllo che esercitava sull’amministrazione giudiziaria (si veda la n. 8), sulla possibilità di raccogliere multe e di confiscare i beni dei condannati. In cambio di questa facoltà doveva però provvedere a sue spese al pagamento del personale giudiziario. Di quest’ultimo, oltre al magistrato e al già ricordato commissario (solitamente un notaio oppure un giurista ancora ad inizio carriera), facevano parte anche un gabellaio, uno sbirro, un messo e un famiglio di corte. Di tutti questi personaggi, con la consueta chiarezza, H. ci illustra i compiti, le difficoltà d’azione e in certi casi anche il salario percepito, presentandocene addirittura qualcuno personalmente, come nel caso del gabellaio Rutilio Carpellini(22) che nonostante la bassa estrazione (era un semplice calzolaio) seppe mostrare invidiabili abilità diplomatiche che gli valsero la stima e la fiducia di tutti. Sostanzialmente quest’ultima se la seppe guadagnare anche lo stesso marchese. Nessuna aspra questione tra lui e qualche suo vassallo, arrivò mai alle orecchie del granduca in oltre mezzo secolo di governo. Tutto sommato, dai registri giudiziari, cartina tornasole degli umori dei borghigiani, emerge con chiarezza il fatto che la maggior parte di essi riponeva nell’amministrazione feudale un grado di fiducia piuttosto alto. Non di rado il nostro A. si è difatti imbattuto in frasi (scagliate con animazione da coloro che avevano subito un torto) che minacciavano l’intervento diretto del marchese e dalle quali si evince la certezza, ancor prima che la speranza, di veder soddisfatte le proprie aspettative al cospetto della legge.(23)
Oltre alle analisi effettuate sulla sociabilità, sull’organizzazione del lavoro e sulle strutture economiche o politiche presenti a Montefollonico, questo densissimo saggio prende poi in considerazione anche la riproduzione, intendendo con questo termine non tanto il bisogno fisiologico, ma la reale complementarità e integrazione tra uomini e donne esistente nel borgo e - soprattutto - l’allevamento e la tutela della prole. Così come sono interessanti le pagine dedicate alla suddivisione del lavoro all’interno del nucleo familiare, altrettanto valide sono le considerazioni che egli effettua sulla struttura della famiglia,(24) sulle strategie che governavano la scelta del matrimonio e su tutte le dinamiche e le conseguenze che erano ad esso connesse (vantaggi, responsabilità etc.). In particolare H. si sofferma sul tema dell’infanticidio – da lui già analizzato qualche anno fa proprio all’interno del contesto toscano del XVII secolo(25) – avanzando la plausibilissima ipotesi che dietro questo, che quasi sempre mieteva vittime femmine, si celasse una drammatica, ma necessaria, scelta fatale. Tutto ciò trova valore alla luce di un’analisi statistica che mette in rilievo l’esistenza, in determinati periodi di crisi (carestie, inflazione del prezzo del grano etc.), di un’impennata sospetta dell’indice di mascolinità dei neonati, nonché di un’inconsueta e notevole lunghezza degli intervalli intergenesici presenti in seno ad alcune famiglie.
In sostanza H. ritiene che l’infanticidio presente nella Toscana dell’epoca (e chiaramente anche altrove) debba essere considerato come una comune reazione ai periodi più duri, e cioè come una vera e propria decisione consapevole volta a costruire o ricostruire razionalmente una “famiglia efficiente”. Egli infatti, in linea con la sua metodologia storica, rifiuta di interpretare quest’atroce pratica come una questione meramente culturale secondo cui era, in quel periodo, “normale” uccidere i propri piccoli. Il fatto poi che l’infanticidio colpisse molte più femmine che maschi è banalmente spiegabile; non è infatti difficile capire quanto questi ultimi, soprattutto nel contesto delle famiglie mezzadrili (che forse più delle altre arrivarono a compiere questo gesto estremo), fossero maggiormente necessari o utili (si pensi solamente al fatto che essi, sposandosi, avrebbero apportato alla propria famiglia quelle stesse doti che le loro sorelle un giorno avrebbero potuto sottrarre). L’infanticidio era dunque, per dirla con crudezza, solo una forma di adattamento. Quest’ultimo, che abbiamo già ricordato come modello di comportamento universale, è un concetto che si lega a quello di innovazione. Un buon adattamento è infatti chiaramente necessario per essere efficienti e competitivi; la rivalità stessa favorisce l’innovatività, la quale genera scoperte chiave che possono far progredire la società.(26)
Proprio l’analisi di una particolare forma di adattamento, cioè quella che consentì alla Chiesa di reggere alla crisi che nel XVII secolo arrestò lo sviluppo economico italiano,(27) precede (insieme ad un lungo excursus sulle politiche interne che resero il granducato di Toscana uno stato moderno(28)) la conclusione del saggio, nella quale H., dopo aver ribadito la sua convinzione circa la legittimità di potersi immedesimare nei nostri antenati in virtù della profonda similarità delle nostre costituzioni psichiche, si riserva il beneficio del dubbio sulla validità di un’analoga e ipotetica operazione effettuabile sulle generazioni future. Difatti, alla luce della possibilità non remota di ulteriori enormi progressi nel campo della genetica, l’assioma che - basandosi sul principio dell’uguaglianza degli uomini nella struttura biologica - vede noi contemporanei del tutto simili ai nostri avi e pertanto “uguali” anche ai nostri posteri, potrebbe incrinarsi il giorno in cui sarà possibile modificare a livello embrionale gruppi di geni e quindi scegliere a priori le caratteristiche somatiche e caratteriali (limitatamente a quelle radicate nel nostro patrimonio genetico) di un individuo, alterando così il processo di selezione naturale.
(1) Situato tra la Val d’Orcia e la Valdichiana, questo caratteristico borgo collinare entrò a far parte dell’orbita medicea nel 1557, in seguito al crollo dell’antica repubblica di Siena causato dall’esercito fiorentino e dalle truppe imperiali di Carlo V. Cfr. R. Cantagalli, La guerra di Siena (1552-1559). I termini della questione senese nella lotta tra Francia e Asburgo nel '500 ed il suo risolversi nell'ambito del Principato mediceo, Accademia Senese degli Intronati, Siena 1962.
(2) Questo avvenne nel 1618 per volontà del granduca Cosimo II desideroso di attuare una politica volta alla formazione di una titolata aristocrazia di corte che avrebbe nel contempo aumentato il prestigio della casa regnante. Destinatari del marchesato, soppresso poi nel 1749, furono Claude d’Albon, dama francese molto vicina alla granduchessa Cristina, e il figlio Francesco Coppoli. Per un breve profilo di questo nobiluomo cfr. anche Istruzioni agli ambasciatori e inviati medicei in Spagna e nell’ “Italia Spagnola” (1536-1648), a cura di F. Martelli e C. Galasso, vol. II, Pubblicazioni degli Archivi di Stato, Roma 2007, p. 359.
(3) Vasta e aggiornata è la bibliografia scientifica alla quale H. ha fatto ricorso.
(4) Naturalmente ciò non esclude notevoli diversità temperamentali tra i singoli individui. H. ricorda infatti che il nostro genotipo non governa da solo i processi fisiologici e comportamentali, ma interagisce con l’ambiente circostante e con le esperienze personali producendo il fenotipo che rende distinto il modo di agire di ognuno di noi rispetto agli altri.
(5) H. ritiene dunque necessario liberarsi di quelle che chiama “astrazioni relativistiche basate su assoluti culturali” (p. 18) incapaci di spiegare le costanti dei comportamenti umani, per far posto a quelle teorie di azione sociale volte ad individuare le reali motivazioni che determinano le scelte delle persone.
(6) A stimolare l’A. sono stati, in primis, alcuni faldoni custoditi nella biblioteca municipale della vicina Torrita. Essi contengono numerose carte prodotte dall’amministrazione feudale (per lo più di natura giudiziaria e tributaria) e dalla confraternita laica del borgo. Egli si è inoltre avvalso della documentazione proveniente dall’archivio diocesano di Pienza dove sono raccolti, oltre agli atti del tribunale vescovile, gli utili resoconti delle indagini condotte dai parroci sull’idoneità matrimoniale, nonché altre loro importanti registrazioni (battesimi, cresime, morti etc.). Infine H. ha potuto attingere anche dalla relazione dell’auditore Bartolomeo Gherardini (incaricato nel 1676 di raccogliere, per conto della corte medicea, informazioni sul funzionamento dell’amministrazione nei territori del vecchio stato senese) e dalle memorie settecentesche del patrizio G.A. Pecci. Entrambi questi documenti sono conservati presso l’archivio di Stato di Siena in cui giacciono anche una serie di contratti, testamenti e inventari sempre relativi a Montefollonico, che rimase anche dopo l’infeudamento sotto la giurisdizione di alcune importanti commissioni dell’amministrazione senese (ad esempio sia il camerlengo sia il rettore della confraternita avevano l’obbligo di sottoporre i propri conti ai “Quattro conservatori”, organo responsabile della supervisione delle campagne).
(7) Utilissimi, per conoscere gli oggetti presenti all’epoca nelle botteghe e nelle case, sono gli inventari post-mortern. Da essi l’A. ha rilevato per esempio quanto il vestiario dei rustici fosse molto meno povero di quel che l’immaginario collettivo creda e quanto, dunque, essi investissero sulla propria presentabilità. Sull’utilizzo di tali fonti, cfr. R. Ago, Il gusto delle cose. Una storia degli oggetti nella Roma del Seicento, Donzelli, Roma 2006.
(8) Al marchese spettava l’intera gamma della giustizia civile e penale, il I appello e la gladii protestate (il granduca si riservava comunque il diritto di II appello e, in quanto duca di Siena, era anche giudice di ultima istanza e poteva dunque interferire in ogni processo). H. ricorda inoltre che sia i nobili (compresi in pratica anche i loro domestici) sia gli ecclesiastici non erano soggetti all’autorità del magistrato feudale (i primi erano comunque perseguibili dai tribunali senesi, mentre i secondi erano soggetti alla giurisdizione del vicario diocesano pientino).
(9) Naturalmente la competitività si esprimeva anche in numerose altre situazioni, quali per esempio quelle che vedevano gli uomini cimentarsi nelle attività ludiche o nella seduzione. A tal proposito, l’A. dedica un po’ di spazio anche alle accortezze - non solo femminili - che i più giovani usavano nell’abbigliamento, e alla festa di calendimaggio durante le quale, secondo precisi rituali, i ragazzi corteggiavano le proprie belle.
(10) Cfr. Croissance et decroissance du crime, PUF, Parigi 1990.
(11) Attraverso queste pagine affiora un interessante spaccato del lavoro femminile dell’epoca. Tra le varie attività in cui le contadine erano impegnate, oltre alle faccende prettamente domestiche, vi era anche quella dell’allevamento dei bachi e della filatura di lino, canapa e lana. Essenziale per i mezzadri dell’epoca era naturalmente l’ausilio degli animali da tiro e da soma. A tal proposito H. indica proprio nel nutrimento del bestiame il maggior sforzo della vita delle comunità occidentali dell’epoca.
(12) Cfr. Una scimmia in tutti noi, Bruno Mondatori, Milano 2001.
(13) Sostanzialmente questi principi riflettevano quelli che stavano alla base del governo di repubbliche cittadine come Venezia, Firenze e Siena.
(14) Il libro presenta però un piccolo neo: l’assenza dell’indice dei nomi e dei luoghi.
(15) L’appalto del forno rientrava chiaramente nei piani di un preciso disegno politico volto alla regolamentazione e alla tutela della delicatissima questione della vendita del pane.
(16) Naturalmente all’interno di questi gruppi devozionali, come sottolinea l’A. che sempre considera i suoi soggetti anche da un punto di vista sociobiologico, non mancarono, a dispetto degli statuti improntati sulla fratellanza, forti contrasti dovuti alle naturali ambizioni terrene dei suoi componenti.
(17) Erano tra l’altro pochi i borghigiani che dipendevano esclusivamente dai nobili per il proprio sostentamento. Tuttavia come già accennato, nessuno o quasi, osava sfidarli apertamente come dimostrano i registri giudiziari quasi totalmente privi di procedimenti avviati contro di essi da persone di rango inferiore. Anzi, non di rado quest’ultimi cercavano la loro benevolenza accattivandoseli con piccoli servizi e favori.
(18) Talvolta i magistrati chiedevano pure a qualche nobile, per rendere più solenne il contesto, di presenziare durante la pubblica lettura delle loro sentenze.
(19) Per alcuni storici la rifeudalizzazione rappresentò invece un passo indietro anche perché dirottava le risorse locali in direzione del potere centrale.
(20) E’ necessario tenere in considerazione il fatto, che, in caso di abusi, la sua investitura poteva comunque essere impugnata dai sudditi che, a conoscenza dei limiti impostigli dal granduca, potevano appellarsi a quest’ultimo o al governatore di Siena. Inoltre era chiaramente nell’interesse dello stesso marchese che il feudo non si spopolasse a causa di una sua condotta vessatoria, ma fosse sempre ben attivo e produttivo. Non a caso nel 1650, in risposta ad una diminuzione e a un impoverimento degli abitanti del suo feudo, egli emanò un provvedimento molto simile alle leggi livornine deliberate alla fine del secolo precedente dal granduca Ferdinando I de’ Medici, consentendo a chiunque si fosse rifugiato nella sua giurisdizione per sfuggire a debiti civili contratti al di fuori di essa, di potervi vivere indisturbatamente.
(21) Fra le tante cose, era ben chiarito il fatto che il marchesato era uno e indivisibile e che quindi il Coppoli non avrebbe né potuto dividerlo creando nuovi feudatari, né potuto alienarne parte dei diritti.
(22) L’autorità morale del Carpellini è dimostrata anche dal fatto che egli fu scelto per fare da padrino a molti neonati. Anche in questa strategia di “parentela artificiale”, H. rileva, avvalendosi ancora degli studi di Tartabini, un affascinante parallelismo comportamentale con le scimmie che cercano anch’esse di conquistare il favore dei membri del gruppo di status superiore attraverso i propri cuccioli.
(23) Naturalmente non mancavano le eccezioni. Lo scriteriato Evandro Selvi, arrivò addirittura ad insultare pubblicamente il Coppoli: “Io ho in culo il marchese”! Questo giovane sosteneva infatti di non essere direttamente soggetto agli ordini del commissario in quanto alfiere della milizia. Al di là dell’irriverenza,egli non aveva completamente torto. Prima di emettere una sentenza su un milite il magistrato feudale doveva infatti consultare l’auditore delle bande che, come tutti gli ufficiali della milizia, era designato dal granduca (a cui spettava nei feudi, la signoria militare e il comando supremo delle truppe) e dai suoi funzionari senza alcuna interferenza da parte del feudatario. Sull’istituzione delle milizie contadine, sul loro funzionamento, sul loro superficiale addestramento e sui vantaggi che offriva lo status militare cfr. pp. 43 e segg.
(24) Tra le varie cose (tassi di alfabetizzazione, ipergamia etc.) l’A. si sofferma anche sulla scelta dei nomi rilevando un' impennata di Mattia a Montefollonico, spiegabile come un omaggio all’omonimo Medici, governatore di Siena e comandante delle truppe granducali durante la guerra condotta contro il governo pontificio nel 1643.
(25) Cfr. G. Hanlon, L’infanticidio delle coppie sposate in Toscana nella prima età moderna, in “Quaderni Storici”, 113, 2003, pp. 453-498.
(26) Secondo H. il naturale progredire del tempo, con il suo scontato carico di novità, cambiamenti e adattamenti, ha trasformato in modo sempre più complesso la società. Sulla scia del filosofo Peter Singer egli vede infatti la storia dirigersi in un’unica direzione, come fosse un “cerchio in espansione che si muove verso l’esterno, dalle famiglie e dai clan alle tribù e alle nazioni”. Questa sorta di “anello di solidarietà” si è dunque col tempo “espanso dai capi e dagli aristocratici fino a includere i proprietari terrieri, le donne, i prigionieri di guerra e i portatori di handicap mentali”. Tutte queste categorie sono quindi man mano divenute sempre più degne di considerazione morale, entrando nei nostri stessi “circuiti di reciprocità”, di cui un giorno, partendo dal presupposto di una società totalmente vegetariana, faranno forse interamente parte anche gli animali (pp. 238-239).
(27) L’effettiva portata della crisi economica seicentesca in Italia è stata a lungo oggetto di discussione. Non pochi storici invitano infatti a muoversi con cautela all’interno di questo argomento. Lo stesso H. citando Musgrave, invita a considerarlo come un periodo di ristrutturazione economica portando come esempio il fatto che vi fu una sorta di passaggio da un sistema dominato dall’artigianato cittadino che produceva oggetti di lusso da esportazione a uno basato su una manifattura specializzata, diffusa nei piccoli centri ed in campagna, che produceva beni destinati al consumo locale (lo stesso Gherardini - si veda la n. 5 – evidenziò infatti il prosperare di alcune manifatture in cittadine come Montalcino, Piancastagnaio e Castel del Piano).
(28) Tra queste si sottolinea la creazione di istituti e la concessione di mancine (borse di studio destinate agli studenti universitari di cui beneficiarono anche alcuni montini) volte a favorire un’adeguata istruzione o preparazione legale a tutti coloro (anche a quelli provenienti da famiglie borghesi) che desideravano seguire la carriera di funzionari nell’amministrazione granducale.
Filippo Luti si è laureato in Storia Moderna con una tesi sulla vita del principe don Antonio de’ Medici - successivamente pubblicata da Olschki nel 2006 - si è sempre occupato di storia della Toscana redigendo articoli e voci biografiche per l’Enciclopedia Treccani e per alcune riviste a carattere storico. Nel 2002, dopo la laurea, ha inoltre collaborato con la Fondazione Primo Conti di Fiesole per curare la catalogazione e l’archiviazione digitale del fondo del pittore Lucio Venna, esponente del futurismo fiorentino. Sempre in qualità di archivista ha collaborato nel 2006 con l’Università di Siena per seguire un progetto legato all’esportazioni di opere d’arte nell’800.

Natura umana e storia