Una storia d'Italia
A. Lepre - C. Petraccone, Storia d'Italia dall'Unità ad oggi, Il Mulino, Bologna 2008
Storia d’Italia dall’Unità ad oggi si compone di due parti: la prima è di Claudia Petraccone ed è dedicata alla storia italiana dal 1861 alla fine dell’Ottocento, la seconda è di Aurelio Lepre ed è un rifacimento del volume Storia degli italiani nel Novecento, pubblicato da Lepre con Mondadori nel 2003. Il libro è adatto anche ad un pubblico di non specialisti ed è scritto in modo molto chiaro, con uno stile che riesce ad esporre i fatti e i problemi principali degli ultimi centocinquanta anni di storia italiana, senza mai togliere complessità alla narrazione. In effetti, pur avendo un taglio manualistico, è costruito come una monografia ricca di documenti di diversa natura: carteggi e dati statistici, romanzi, film e documenti d’archivio, scritti politici e atti parlamentari dialogano nelle pagine di questo testo conferendogli uno spessore che generalmente i manuali non hanno.
Nella prima parte Claudia Petraccone racconta la storia dell’Ottocento dando ampio rilievo alle questioni politiche ed economiche. La storica napoletana procede cronologicamente ponendo in primo piano la successione dei diversi governi, nell’ambito della organizzazione dello Stato unitario, del completamento dell’unità, della ricerca di equilibri politici e della crisi di fine secolo e, come accade in tutti i lavori che coprono un arco cronologico esteso, in un numero di pagine relativamente limitato, sceglie di affrontare alcuni argomenti e di tralasciarne altri. Ad esempio, in queste pagine sull’Ottocento, la questione meridionale, di cui l’autrice è una valente studiosa, ha una grande importanza ed è analizzata sia nei suoi risvolti economici (dagli scontri fra liberisti e protezionisti al rapporto con la politica economica), sia nei suoi aspetti politici e istituzionali (dalle commissioni d’inchiesta alle decisioni dei diversi governi)(1). Allo stesso modo, i problemi economici e finanziari del giovane Stato italiano sono esaminati con l’attenzione dello specialista che si sofferma sulle scelte degli uomini politici, sui dibattiti che scatenarono e sul ruolo svolto dalle singole personalità che costellarono il mondo politico dell’Italia postunitaria(2).
Le stesse considerazioni non valgono per la questione del national building, che negli ultimi anni è stata oggetto di numerosi studi di diverso orientamento, e a cui in questo volume sono dedicate solo tre pagine: scuola, esercito e unificazione linguistica sono affrontati brevemente e il tentativo di creare una religione civile degli italiani, che esprimesse quindi un’identità nazionale condivisa, non è mai preso in considerazione dall’autrice(3). In realtà, Claudia Petraccone fa riferimento alla nazionalizzazione delle masse a proposito dei socialisti e dei cattolici quando accenna alla sconfitta della classe dirigente liberale che fallì, appunto, nell’intento di trasformare gli italiani in un paese coeso e moderno(4). Analogamente, nell’affrontare la riforma elettorale del 1882, Claudia Petraccone non analizza le diverse culture politiche che si confrontarono su come modificare il corpo elettorale, né si sofferma sulla relazione che intercorse fra sistema elettorale e national building o il rapporto fra burocrazia e nazionalizzazione delle masse(5).
Si tratta di un’interpretazione della storia italiana, e della storia tout court, in cui l’idea della politica come progetto, o come cultura politica sembra essere del tutto assente. Petraccone studia e descrive la classe dirigente e la politica che pose in essere, considerando prevalentemente, quando non esclusivamente, gli atti politici veri e propri, le scelte governative e l’assetto economico del paese, proponendo una lettura in cui non vi è mai spazio per le espressioni ideologiche, per il rapporto fra intellettuali e politica, o, più in generale, per la cultura politica delle classi dirigenti.
Le pagine dedicate al Novecento sono l’ultimo lavoro di sintesi di Lepre che, oltre al già nominato Storia degli italiani nel Novecento, nel 1986 ha pubblicato Storia del Mezzogiorno d’Italia, nel 1993 Storia della prima Repubblica, ripubblicato più volte, e nel 1999 La storia della Repubblica di Mussolini. Anche in questo caso, come nella prima parte del libro, la scelta di soffermarsi su alcuni problemi anziché su altri mostra il taglio interpretativo dell’autore, che in alcuni casi appare condivisibile, mentre in altri, secondo chi scrive, lascia aperti alcuni interrogativi.
Ad esempio, nelle prime righe dedicate al fascismo, Lepre spiega che «il regime non nacque totalitario e nemmeno esclusivamente fascista»(6) e più avanti aggiunge che «l’aspirazione al totalitarismo rimase tale, difficile da concretizzare»(7). Nell’articolare questa sua affermazione, scrive che «tra le forze che ne impedivano la realizzazione un ruolo importante era svolto dalla Chiesa»(8) e che «uno Stato forte, totalitario, qual era nei sogni di Mussolini, avrebbe dovuto essere monocratico, non poteva fondarsi su una diarchia, come avveniva invece in Italia»(9). D’accordo con un’interpretazione sostenuta fra gli altri da Giovanni Sabbatucci nei suoi manuali di storia pubblicati da Laterza(10), Lepre considera il fascismo come un regime che ebbe una chiara aspirazione totalitaria senza riuscire a trasformarla in realtà politica. In questo senso la presenza di uno Stato di polizia, l’antifascismo, il mito di Mussolini, il ruolo degli intellettuali e della scuola, l’economia e la vita quotidiana, il sogno di costruire un impero e la politica razziale, tutti argomenti a cui dedica ampio spazio, non gli sembrano elementi sufficienti a caratterizzare in senso totalitario il regime di Mussolini. Coerentemente con questo approccio, Lepre sostiene che la scuola fu il più importante strumento per la costruzione del consenso, si sofferma sulla riforma Gentile e soprattutto sulla carta della scuola di Bottai, e ritiene che né l’una, né l’altra, riuscirono a raggiungere i loro obiettivi, così come, a suo avviso, il fascismo fallì nel tentativo di penetrare nelle università italiane. Per questo ai Gruppi universitari fascisti e alla Gioventù italiana del littorio egli dedica solo due righe, e, dopo aver citato il giuramento imposto ai docenti universitari nel 1931, scrive che per molti «fu un atto puramente formale, come sarebbe stata, di lì a un anno, l’iscrizione al Partito fascista, divenuta obbligatoria per molte categorie di persone»(11). Come mai, verrebbe da chiedersi, l’obbligo di iscriversi al Pnf è descritto nei termini di una semplice procedura burocratica? E perché, secondo Lepre, il fascismo non riuscì a penetrare nelle università italiane? E, ancora, perché in questa seconda parte del volume non c’è una riflessione sul partito nazionale fascista che, indipendentemente da come si voglia considerare l’esito della politica del regime, fu certamente il principale protagonista del suo progetto totalitario?
A proposito dell’8 settembre, Lepre scrive che non rappresentò la “morte della patria”, come invece sostennero Renzo De Felice ed Ernesto Galli Della Loggia nell’ambito della nota e vivace polemica sulla Resistenza che anni fa ha contrapposto storici e intellettuali di questo paese(12). Riprendendo un concetto che aveva già espresso nei suoi lavori precedenti, egli afferma che la crisi dello Stato e quella della patria iniziarono non l’8 settembre, ma nell’autunno del 1942, quando gli italiani capirono che avrebbero perso la guerra(13). In questo senso, dopo l’armistizio, a tramontare non furono la patria e lo Stato, ma l’immagine della patria che avevano diffuso i fascisti e lo Stato etico, propagandato durante il ventennio ed entrato in crisi con la sconfitta del regime. Non si tratta certo di una descrizione positiva della giovane democrazia italiana che nacque sulle ceneri del fascismo e sulla sconfitta militare nella seconda guerra mondiale. Lepre sottolinea con forza, e con grande efficacia, che «la maggiore eredità del fascismo nel campo politico» fu la «connotazione etica del partito»(14) per cui comunisti, socialisti e democristiani non si contrapposero solo sui programmi ma sulle differenti visioni del mondo occupando tutti gli spazi della società e mostrando una concezione della democrazia assai fragile.
In effetti, il rapporto fra politica e società è una delle questioni più importanti di tutta la parte del libro scritta da Lepre, un tema che a volte scorre sotterraneo nelle pagine del volume, altre volte è affrontato esplicitamente. All’opinione pubblica, e in generale alla società italiana, alle sue caratteristiche e alle sue evoluzioni, l’autore rivolge un’attenzione particolare illustrando gli stili di vita, le mentalità e i costumi. Come già era accaduto in Storia della prima Repubblica, Lepre descrive l’impatto delle trasformazioni economiche e sociali del paese sulla vita quotidiana degli italiani e sul loro modo di fare politica e, con un frequente ricorso alla letteratura e al cinema, racconta la società italiana senza mai considerarla una realtà a sé stante(15). Al contrario, società e politica sono sempre pensate l’una come il riflesso dell’altra e per questo le scelte dei partiti e dei governi sono guardate nel loro rivolgersi alla società italiana, intesa non in termini autonomi dalla politica, ma appunto come suo principale interlocutore. In questo senso, merito dell’approccio storiografico di Lepre è considerare politica, economia, cultura e società sempre in termini di reciprocità. Ad esempio, in una delle parti più interessanti dell’intero volume, Lepre spiega che in Italia il rapporto fra lo Stato e la società civile è stato ambiguo e conflittuale lungo tutto il corso del secolo. Se il regime fascista aveva creato, con le organizzazioni di partito, una sorta di comunità laiche considerandole una prosecuzione dello Stato, fino agli anni Sessanta le sezioni comuniste e socialiste, espressero le loro istanze antistatali, mentre quelle democristiane propagandarono i principi cattolici come guardiani notturni dello Stato. Di fatto, scrive Lepre, le forze realmente democratiche del paese non ebbero un peso rilevante, né aspirarono ad averlo. Sono queste le premesse sulle quali si consumò la crisi della democrazia italiana dalla seconda metà degli anni Settanta, quando la società si trasformò «in senso borghese»(16) e i partiti politici non riuscirono più ad esercitare quel ruolo di rappresentanti del mondo sociale e politico che avevano svolto fino ad allora.
Nella conclusione del libro Lepre indica «tra i residui più negativi del passato» il primato della politica(17). «Nell’immaginario collettivo, scrive a questo proposito, la politica domina l’economia e si progetta uno sviluppo promosso o addirittura regolato dal governo»(18). Poche righe più avanti prosegue: «la cultura politica italiana è ancora quella nata nel 1945, prevalentemente partitica». Sono questioni di grande interesse che suscitano una serie di interrogativi, soprattutto quando vengono descritte con uno stile piacevole ed efficace, come è quello di questo volume: per esempio, perché parlare di un primato della politica, quando lo stesso Lepre ricorda le manifestazioni di «antipolitica» presenti nell’attuale panorama italiano? E perché il primato della politica di per sé costituisce un elemento di debolezza dell’identità italiana?
(1) Cfr. A. Lepre, C. Petraccone, Storia d’Italia dall’Unità a oggi, Il Mulino, Bologna, 2009, pp. 17-23; 61-65.
(2) Ibidem, pp. 33-39; 49-54; 79-83.
(3) Ibidem, pp. 31-33.
(4) Ibidem, p. 79.
(5) Ibidem, p. 60.
(6) Ibidem, p. 187.
(7) Ibidem, p. 189.
(8) Ibidem, p. 190.
(9) Ibidem, p. 188.
(10) Cfr. ad esempio, A. Giardina, G. Sabbatucci, V. Vidotto, L’età contemporanea, Laterza, Roma-Bari 2000, pp. 614-616.
(11) A. Lepre-C. Petraccone, Storia d’Italia dall’Unità a oggi, cit., p. 204.
(12) Cfr. R. De Felice, Rosso e Nero, a cura di P. Chessa, Baldini & Castoldi, Milano 1995 e E. Galli della Loggia, La morte della patria. La crisi dell’idea di nazione tra Resistenza, antifascismo e Repubblica, Laterza, Roma 1996. Per la la discussione sulla guerra civile, cfr. anche P. Scoppola, 25 aprile. Liberazione, Einaudi, Torino 1995 e E. Gentile, La grande Italia. Ascesa e declino del mito della nazione nel ventesimo secolo, Mondadori, Milano 1997.
(13) A. Lepre-C. Petraccone, Storia d’Italia dall’Unità a oggi, cit., p. 253.
(14) Ibidem, p. 275.
(15) Cfr. A. Lepre, Storia della prima Repubblica. L’Italia dal 1942 al 1992, Il Mulino, Bologna 1993.
(16) A. Lepre-C. Petraccone, Storia d’Italia dall’Unità a oggi, cit., p. 351.
(17) Ibidem, p. 387.
(18) Ibidem, p. 388.
Alessandra Tarquini collabora con la cattedra di storia contemporanea della facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Roma «Sapienza». Dopo aver conseguito il dottorato di ricerca in filosofia politica presso l’Università di Pisa, ha avuto una borsa postdottorato in storia contemporanea all’Università di Roma «Sapienza» e un assegno di ricerca presso l’Università di Firenze. Ha scritto diversi saggi sulla cultura italiana del Novecento, collabora con riviste italiane e straniere, e nel 2009 ha pubblicato un volume sul rapporto che intercorse fra Giovanni Gentile e il regime fascista (Il Gentile dei fascisti. Gentiliani e antigentiliani nel regime fascista, Bologna, Il mulino, 2009).

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