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Giuseppe Dossetti e il «libro bianco su Bologna»

 

 

«Libro bianco su Bologna». Giuseppe Dossetti e le elezioni amministrative del 1956, a cura di G. Boselli, Diabasis, Reggio Emilia, 2009

 

di Alessandro Parola

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La candidatura di Giuseppe Dossetti a sindaco di Bologna nel 1956 è un argomento che la storiografia italiana ha finora soltanto delibato. L’intera vicenda è stata perlopiù liquidata come un atto di «irragionevole» obbedienza religiosa all’arcivescovo Giacomo Lercaro: trattandosi di scelta dettata da ragioni intime e di coscienza, tutto è stato ammantato nel mito dossettiano, già fiorente tra quanti hanno ipostatizzato la sua figura, rendendola emblematica per una parte del cattolicesimo italiano del Novecento.
Non vi sono dubbi che all’origine della decisione di Dossetti vi possa esser stata la richiesta del suo vescovo di candidarsi a guidare un tentativo di riconquista cristiana della città di Bologna, sottraendola alla guida del Partito Comunista. Del resto già in occasione delle elezioni politiche del 1948 vi era stata una pressione vaticana perché Dossetti non abbandonasse l’impegno politico attivo. Ma non per questo doveva esser automatico in lui lasciarsi imporre qualsiasi cosa, soprattutto se gli fosse apparsa sbagliata. Dossetti, insomma, era pur sempre un leader di una stagione gloriosa della DC e, come ha puntualmente segnalato Mario Tesini(1), non era tipo da rinunciare all’«obbedienza in piedi» rispetto ai suoi superiori.
Gli studi e le ricerche che tornano su quell’esperienza hanno anzitutto il merito di contribuire in qualche modo ad arricchire il dibattito. Anche la ristampa del Libro bianco su Bologna, il prototipo dell’inchiesta collettiva frutto di una campagna di ascolto e conoscenza profonda della città, può servire a questo scopo. Il giornalista Giancarlo Boselli, curatore di quest’iniziativa editoriale reggiana (altro caso in cui non è secondario l’input campanilistico(2)), ha infatti riproposto il testo del Libro bianco, ampiamente noto e oggetto di un’approfondita analisi in prospettiva autobiografica da parte di Achille Ardigò(3), insieme a tre interessanti studi: una testimonianza di Luigi Pedrazzi (uno degli ultimi superstiti di quella stagione, dopo la scomparsa di Ardigò), un saggio storico-politico di Paolo Pombeni e un’analisi del rapporto di Dossetti con la città di Bologna di Luigi Giorgi.
I ricordi di Pedrazzi si muovono tra storia e memoria. Interessante è il racconto della chiamata ad entrare in lista: Dossetti gli disse che era sicuro di perdere, mentre Lercaro e una parte della DC sognavano il contrario. E infatti Dossetti volle esser candidato non da un comitato elettorale, ma da un voto primario di tutti gli iscritti al partito. Quanto alla stesura del Libro bianco, essa fu preceduta da un’ampia fase di «Incontri con l’Elettore» e di confronto popolare con le diverse realtà sociali della città. Per questo le idee raccolte furono in parte fatte proprie dalle amministrazioni rosse, ricorda pomposamente Pedrazzi: la creazione dei quartieri e il riassetto qualitativo dell’urbanistica bolognese sarebbero da ascrivere al merito di quella pionieristica indagine.
Pombeni offre un quadro della vicenda politica, approfondendo la riflessione già proposta in occasione dell’edizione dei discorsi di Dossetti a Palazzo d’Accursio(4). L’impressione è che non siano state aggiunte novità conoscitive o interpretative(5): i contorni della vicenda lo inducono a definire quello di Dossetti un esempio altissimo di ascesi, «perché si fonda sulla tesi che l’obbedienza anche all’ordine sbagliato è in grado di disvelare, se svolta in estrema coerenza, proprio la radice dell’errore»(6). Dossetti avrebbe compreso prima e meglio di Lercaro la fine della cristianità, e quindi l’impossibilità di un’egemonia politica equivalente a quella di stampo comunista.
La sconfitta, in effetti, fu netta e inequivocabile. Il Pci aumentò del 5% rispetto alle precedenti amministrative. Nel 1951 la coalizione socialcomunista, presentatasi con il nome «Due Torri», aveva vinto di misura, ma cinque anni dopo l’amministrazione Dozza ebbe ampiamente la meglio: la Dc, pur realizzando il suo migliore risultato, si fermò al 27,73%. Dossetti aveva scelto di fare della competizione una questione fortemente «cattolica», ancor prima che democristiana: un approccio caratterizzato da riferimenti religiosi che in parte stupivano e potevano far pensare a un contagio del modello del sindaco fiorentino La Pira. In realtà l’afflato religioso era solo la fonte di spiegazione del motivo del ritorno in politica, perché la campagna elettorale ebbe altri toni rispetto a quelli proditoriamente definiti «savonaroliani». Lo testimonia proprio il Libro bianco, che affronta in modo laico questioni tecniche come il bilancio o lo sviluppo urbanistico, prendendo ispirazione dall’impostazione sociologica ed economica della scuola anglosassone, piuttosto che dalla debole e ideologizzata tradizione della sociologia cattolica. E la regia di tutta questa operazione fu affidata a un manipolo di giovani: Achille Ardigò, Nino Andreatta, Osvaldo Piacentini. A loro si deve in larga parte l’ispirazione e la redazione del Libro bianco. Nella prima parte, intitolata Conoscere per deliberare, viene posto l’accento sulla mancanza di un’adeguata conoscenza di molti aspetti della realtà cittadina bolognese: Ardigò puntò il dito contro il metodo utilizzato nella redazione del Piano Regolatore, che non era stato preceduto da alcuna indagine di ordine economico e sociologico. A livello propositivo, colpisce il precoce riferimento alla volontà di costituire le consulte di quartiere e per alcuni settori più bisognosi quali l’assistenza e l’educazione dei giovani. La seconda parte, dal titolo Rianimare il volto spirituale della città, contiene una critica serrata all’amministrazione socialcomunista uscente, accusata di essersi limitata a dare a Bologna un po’ di efficienza burocratica e molto attivismo partitico ispirato a ideologia materialistica. La proposta democristiana trova le basi dell’alternativa nel superamento sia del laicismo che del clericalismo. Secondo gli autori del Libro bianco «a Bologna le energie più vive e più valide della città [avevano] ormai chiuso ogni possibilità di ritorno al passato, sia nel senso della soggezione temporale alla Chiesa sia nel senso dell’astiosità preconcetta contro ogni presenza sincera e valida del cristianesimo e dei cristiani nella vita politica e culturale»(7). A livello propositivo, il modello di sviluppo urbano era mutuato da Lewis Mumford, urbanista e sociologo statunitense. I giovani collaboratori di Dossetti scongiuravano un’espansione indifferenziata della città e spiegavano come il centro di allora, costruito per 60 mila abitanti, doveva immaginarsi di servire a una comunità 6-7 volte maggiore. Alla luce di queste previsioni, nell’ultima parte venivano illustrate le Condizioni e prospettive per una nuova, coraggiosa e responsabile amministrazione civica. Oltre allo sviluppo urbanistico, l’attenzione era rivolta allo sviluppo industriale ed economico-commerciale. Una sezione specifica era dedicata all’accoglienza degli immigrati, unico canale attraverso cui la popolazione bolognese riusciva ancora ad aumentare. L’impressione è che molti temi e problemi siano stati anticipati con lucida profezia, anche se le proposte di soluzione non si scostavano da quelle tipiche dei programmi elettorali, che rimangono spesso solo sulla carta.
La modernità delle questioni affrontate dal Libro bianco è solo uno dei motivi di interesse del documento. Ma sugli aspetti contestuali che ne influenzarono la genesi, invece, non si trovano ancora ricostruzioni soddisfacenti. Il terzo saggio, scritto da Luigi Giorgi, è una buona rapida sintesi di cose note. Rimane inappagata la curiosità di sapere se e in cosa si può ritenere moderna quell’impostazione data da Dossetti e i suoi giovani collaboratori, così come molti aspetti della sua campagna elettorale, quali il rapporto con il gruppo de «Il Mulino» e con il neonato «Centro di Documentazione» (poi Istituto per le Scienze Religiose, diretto da Giuseppe Alberigo), attendono ancora di esser messi nella giusta luce.
Come per ogni pubblicazione che in qualche modo si riferisce al personaggio Dossetti, è poi inevitabile toccare il complesso di giudizi che lo riguardano. Forse è ancora troppo ostico, per gli storici, affrontare in modo esauriente la sua figura e la sua opera. Un leader così poliedrico e carismatico sfugge a qualsiasi tentativo di inquadramento fisso. Pesano inoltre i semplicismi di certa opinione pubblica, che lo ha definito come il democristiano che si fece prete, il monaco dell’utopia riformista o l’ispiratore del cattocomunismo. Secondo Alberto Melloni occorre «impedire che la memoria di Dossetti rimanga preda del “luogocomunismo”»(8): questo potrà avvenire solo se si supereranno le logiche riduttive che si riferiscono a lui come deposito di ricette e bandiera di minoranze elitarie e virtuose.

 


(1) Il suo libro Oltre la città rossa. L’alternativa mancata di Dossetti a Bologna (1956-1958), Il Mulino, Bologna, 1986 rimane insuperato nella ricostruzione della vicenda di quelle elezioni amministrative.

(2) Si veda quanto successo per la doppia ristampa anastatica delle Cronache sociali: nel 2007 è uscita quella in due volumi con versione digitale, curata dall’Istituto per le Scienze Religiose di Bologna, mentre nel 2008 è apparsa quella reggiana in tre volumi, con introduzione di Walter Veltroni.

(3) A. Ardigò, Giuseppe Dossetti e il libro bianco su Bologna, EDB, Bologna 2003

(4) Cfr. P. Pombeni, Giuseppe Dossetti consigliere comunale. Una riconsiderazione, in Due anni a Palazzo d’Accursio. Discorsi a Bologna 1956-1958, a cura di R. Villa, Aliberti, Reggio Emilia 2004, pp. III-XLI.

(5) La riprova è data dalla ripetizione della nota 3, a pag. 31, che coincide con la nota 17 di pag. 37 e che riporta una testimonianza di De Gasperi a Scelba e del card. Siri di Genova in cui appare evidente la pressione ecclesiale per un’apertura a destra della DC. Per la verità il libro contiene, oltre questa ripetizione, molti refusi, che fanno pensare ad un editing poco curato.

(6) «Libro bianco su Bologna». Giuseppe Dossetti e le elezioni amministrative del 1956, Diabasisi, Reggio Emilia 2009, p. 43.

(7) Ibidem, p. 93.

(8) A. Melloni, Dossetti. È tempo di salvarlo dal «luogocomunismo», in «Corriere della Sera», 7 settembre 2006, p. 39.


Alessandro Parola ha compiuto i suoi studi all’Università di Torino e di Louvain-la-Neuve. Ha conseguito il dottorato di ricerca presso l’Alta scuola europea di formazione alla ricerca storico-religiosa di Bologna. È stato borsista dell’Università di Modena-Reggio Emilia e del Centro Universitario Cattolico; attualmente svolge la sua attività di ricerca presso la Fondazione Carlo Donat-Cattin di Torino e la Fondazione Giovanni Goria di Asti. Ha pubblicato vari saggi su Michele Pellegrino e su Giuseppe Lazzati, di cui ha scritto, insieme a Marcello Malpensa, la biografia Lazzati. Una sentinella nella notte (1909-1986), Bologna 2005.