Fascismo e nazionalsocialismo a confronto
Wolfgang Schieder, Faschistische Diktaturen. Studien zu Italien und Deutschland, Wallstein Verlag, Göttingen 2008
di Noëmi Crain Merz
At the end of the twentieth century fascism remains probably the vaguest of the major political terms.
Stanley Payne, A History of Fascism(1)
Indeed, one of the few uncontroversial statements that can be made about fascism is that it was the name given to the political force headed by Mussolini between March 1919 and April 1945 […].
Roger Griffin, The Nature of Fascism(2)
Si possono considerare i regimi e i vari movimenti fascisti come varianti nazionali di un unico modello? Oppure sono essi troppo diversi da essere inclusi in una categoria comune? Le risposte a queste domande divergono fortemente tra i ricercatori. I propugnatori di un cosiddetto «fascismo generico», come Roger Griffin, definiscono il fascismo secondo certi tratti comuni e principi ideologici che considerano caratteristici di tutti i tipi di fascismo. I critici del «fascismo generico» ritengono invece che i movimenti fascisti siano troppo diversi per essere assegnati ad una categoria comune.
La ricerca comparata, che è premessa per la definizione di un idealtipo fascista, s’impose negli anni della Guerra Fredda soprattutto nei paesi anglosassoni, mentre questo campo di ricerche fu trascurato nei paesi postfascisti, in Italia come in Germania. La difficoltà della ricerca comparata sul fascismo avevano diverse origini, innanzitutto politiche. Gli storici dei paesi comunisti mettevano le società liberaldemocratiche permanentemente sotto sospetto di fascismo definendo questo come una variante repressiva del potere borghese. La ricerca occidentale faceva di solito riferimento alla tesi del totalitarismo di Hannah Arendt, che definì nazionalsocialismo e stalinismo «variazioni dello stesso modello».(3)
Staccato dal paragone con altri movimenti fascisti, il carattere eccezionale del nazionalsocialismo passò in seconda linea. Il fatto che nella Repubblica federale tedesca il paragone con il regime comunista di Stalin fosse preferito a quello con il regime fascista di Mussolini svolse una funzione di alleggerimento per la società post-nazionalsocialista. Neppure la storiografia italiana ammise il paragone tra il fascismo italiano e il nazionalsocialismo. Fu posto piuttosto l’accento sulla brutalità assai minore del primo rispetto al secondo. Il fatto che i tanti tratti in comune all’origine del fascismo e del nazionalsocialismo non furono analizzati, alleviò in un certo senso anche la memoria collettiva della società italiana postfascista. Al tempo della Guerra Fredda fu quasi impossibile definire entrambi i regimi fuori dall’ambiente politico polarizzato.
Soprattutto dalla caduta della cortina di ferro, la storiografia comparata sul fascismo ha conosciuto uno sviluppo notevole anche in Italia e in Germania. Un propugnatore convinto della teoria del «fascismo generico» è il professore emerito di Colonia Wolfgang Schieder, che pubblicò già nel 1976 la sua prima ricerca comparata sulle dittature italiana e tedesca.(4) Da allora l’attuale co-presidente della commissione storica italo-tedesca ha approfondito questo campo di ricerche. Schieder pone l’accento sul fatto che la fruibilità del termine «fascismo generico» ora non sia più in discussione. Tuttavia, tale teoria non rimane incontestata. Emilio Gentile sostiene che non sarebbe mai esistito un «socialismo generico», né un «giacobinismo generico» o un «bolscevismo generico»: «la funzione di una definizione, – avverte Gentile – nel senso originario del termine, è circoscrivere, limitare, fissare dei confini. Invece, nelle definizioni di un “fascismo generico”, i confini storici del fascismo diventano spesso evanescenti».(5) La definizione di Schieder si distingue intanto da quella di Roger Griffin che muove da un minimo comune denominatore di tutti i fascismi soprattutto facendo ricorso agli elementi ideali. Schieder prescinde da un idealtipo del fascismo e propone invece un «realtipo» fascista, quello italiano, l’unico che emerse senza modello. Come movimenti e partiti «fascisti» considera quindi solo quelli che si richiamano al fascismo italiano.
Il volume di Schieder Faschistische Diktaturen, uscito nel 2008, contiene una raccolta dei suoi saggi sul fascismo in Italia e in Germania pubblicati negli ultimi due decenni che non hanno perso niente della loro attualità. I saggi non sono organizzati cronologicamente ma per argomenti, suddivisi in quattro parti, dal fascismo d’origine italiano e il suo carattere di modello per il fascismo tedesco, al carattere fascista della Germania nazionalsocialista, fino al paragone diretto tra i due regimi. Schieder afferma nell’introduzione che non ha intenzione di avvicinare il fascismo italiano al suo equivalente tedesco, né di relativizzare il nazionalsocialismo. La sua convinzione è però che l’unicità storica emerga proprio e soltanto dal paragone storico esplicito. In tal senso definisce un aspetto centrale del libro: perché sono esistiti dei movimenti fascisti in tutta Europa ma si sono imposti solo in Italia e in Germania? Le ragioni per la riuscita ascesa al potere in questi due paesi si trovano – come sostiene Schieder – in certe costellazioni storiche caratteristiche soltanto della Germania e dell’Italia, cioè la relativa concomitanza di un conflitto costituzionale, una crisi di crescita economica, e conflitti nazionali.
L’obiettivo di Schieder è quello di evidenziare il carattere fascista del regime nazionalsocialista. Per questo motivo accenna alla somiglianza dei due regimi in particolare nel periodo tra l’ascesa al potere di Hitler nel gennaio del 1933 e la morte di Hindenburg, il capo dello stato tedesco, avvenuta nell’agosto del 1934. Le grandi differenze diventarono visibili solo più tardi quando Hitler, contrariamente a Mussolini, riuscì a distaccarsi dai suoi fiancheggiatori, ossia i partner politici nazionalconservatori. Il risultato fu un regime dittatoriale totalitario, che sorpassò il suo modello storico. Eppure, secondo Schieder non si può spiegare il primo senza considerare il secondo. In Germania si strutturò un fascismo totalitario senza pari, il cui carattere distruttivo lo distaccava dal fascismo italiano. Tuttavia, secondo Schieder, l’elemento costitutivo del regime distruttivo di Hitler non fu quello totalitario ma quello fascista: la formazione del nazionalsocialismo non si può spiegare senza il modello italiano.
Ragionando in questo modo, Schieder si distingue da una parte dai critici della teoria di un «fascismo generico», dall’altra da ricercatori come Zeev Sternhell, che escludono il nazionalsocialismo dalla ricerca comparata a causa del suo carattere distruttivo. Contrariamente, Schieder sostiene che «l’ascesa del nazionalsocialismo può essere capita soltanto riconducendolo al fascismo, ugualmente vale il contrario: ogni definizione del fascismo resta incompleta senza coinvolgere il nazionalsocialismo».(6)
Non è l’obiettivo di Schieder riscrivere la storia dell’ascesa al potere di Hitler. Egli sostiene però che l’importanza che il fascismo reale italiano svolse per «rendere possibile» Hitler in Germania sia finora stata negata dalla storiografia. Infatti, secondo lui è fuori discussione che l’archetipo del movimento e della dittatura fascista in Italia abbia svolto un ruolo decisivo per l’ascesa di Hitler. Non si tratta per Schieder di evidenziare i tratti ideologici comuni a fascismo e nazionalsocialismo, perché egli non percepisce un’ideologia alle origini del fascismo. Il saggio su Mussolini, qui pubblicato per la prima volta, evidenzia quest’atteggiamento definendo il Duce come «modello di volontarismo politico»(7) che già presto si era assuefatto a cambiare le sue opinioni indiscriminatamente, e per il quale il successo politico era l’unica giustificazione teoretica. Schieder accentua piuttosto quanto Hitler fu impressionato dall’attivismo di Mussolini, e come l’ascesa al potere del Duce gli diede a un tratto una prospettiva politica. Allo stesso tempo, nella Repubblica di Weimar, la percezione del regime di Mussolini fu parziale come dimostra il saggio L’esperimento italiano. Mussolini fu infatti percepito come un uomo di stato carismatico, mentre la sua pratica di governo terroristica non fu molto considerata. Dalla destra nazionalconservatrice fino al campo liberale e, dopo i patti lateranensi, anche ai cattolici, Mussolini fu tenuto in grande considerazione persino da molti che disapprovarono Hitler. Fu proprio lo sguardo verso l’Italia a rendere tollerabile il pensiero di un trapasso del potere a Hitler agli occhi di certe cerchie tedesche come la Reichswehr e l’élite nazionalconservatrice. Un errore di ragionamento immenso, perché Hitler imitò Mussolini soltanto fino alla sua ascesa al potere.
Schieder evidenzia la ricezione del fascismo italiano nella Repubblica di Weimar e la trasmissione d’idee fasciste tra l’Italia e la Germania nei saggi su Carl Schmitt e Erwin von Beckerath, un professore liberalconservatore che fu nel 1927 autore del primo libro tedesco sul fascismo – libro che fu l’unica fonte di informazioni su questo tema per gli intellettuali tedeschi.(8) Tuttavia Schieder non si limita ai tedeschi ed evidenzia, con il profilo di Giuseppe Renzetti, che anche da parte italiana si lavorò intensamente all’esportazione del fascismo. Vivendo a Berlino senza funzione ufficiale, il germanofilo Renzetti diventò il più importante uomo di raccordo tra Mussolini e Hitler prima dell’ascesa al potere di quest’ultimo. Mai in questi anni ci fu un altro straniero a intrattenere un contatto così stretto con Hitler, nonostante la moglie di Renzetti fosse una ebrea tedesca.
La politica urbanistica dell’Italia fascista, l’arte e la politica nel futurismo e la rappresentanza della Roma antica sono altri saggi interessantissimi del volume, che si chiude con una ricerca avvincente sulla sceneggiatura fotografica del Duce e del Führer.
Con i suoi saggi raccolti Schieder testimonia l’innovazione delle sue interpretazioni. Tra le due guerre mondiali, l’impronta decisiva sui movimenti fascisti fu impressa secondo lui da quello che chiama l’Ursprungsfaschismus, il «fascismo d’origine». Benito Mussolini con il suo successo politico allora sensazionale è il simbolo del «fascismo d’origine», Adolf Hitler è quello dell’imitazione e della radicalizzazione. Gli storici e politologi che distaccano esplicitamente il nazionalsocialismo dal fascismo, evidenziano in particolare il fatto che a quest’ultimo originariamente mancasse un antisemitismo biologico, che fu costitutivo per il nazionalsocialismo. Schieder ribatte quest’obiezione ritenendo che nuove ricerche abbiano provato che nonostante l’antisemitismo biologico non fosse stato caratteristico per il fascismo originario, un razzismo altrettanto biologico si fosse manifestato già inizialmente contro gli slavi e gli africani e, dal 1938, anche contro gli ebrei. Egli sostiene che al centro della ricerca comparata ci sia proprio il potenziale violento del fascismo italiano nelle colonie e nei territori balcanici occupati nella seconda guerra mondiale.
È merito di Schieder rendere evidenti le somiglianze del sistema fascista e nazista, della loro organizzazione e struttura. Un aspetto, questo, che appare fondamentale per un’adeguata comprensione dell’ascesa al potere di Hitler. Il suo approccio va al di là delle correnti finora dominanti che spiegano la cooperazione tra la Germania e l’Italia principalmente con la stretta relazione personale tra il Duce e il Führer e con la loro politica estera. In tal senso, Schieder cerca di aggiungere una spiegazione in più. Egli afferma che il fascismo reale in Italia sia stato un fattore storicamente rilevante per «rendere possibile» Hitler in Germania, un fattore finora negato dalla storiografia.
Già nell’introduzione Schieder difende in maniera stringente la sua posizione. Ciononostante, la discussione sul termine del «fascismo generico» non è chiusa e l’interpretazione dell’autore rimane una prospettiva tra le molte: «la storia del fascismo – osserva Schieder giustamente – si mostra in qualche senso come una storia delle sue interpretazioni».(9)
(1) S. Payne, A History of Fascism, 1914-1945, University of Wisconsin Press, Madison, 1995, p. 3
(2) R. Griffin, The Nature of Fascism, London, Pinter 1991, p. 1
(3) H. Arendt, The Origins of Totalitarianism, New York, Harcour, Brace and co., 1951 (tr. It., Le origini del totalitarismo, Einaudi, Torino, 2004, p. 539)
(4) W. Schieder, Faschismus als soziale Bewegung. Deutschland und Italien im Vergleich, Hoffmann und Campe, Hamburg, 1976
(5) E.Gentile, Fascismo. Storia e interpretazione, Laterza, Roma-Bari 2002, p. 59
(6) W. Schieder, Faschistische Diktaturen. Studien zu Italien und Deutschland,Wallstein Verlag, Göttingen 2008, p.13. («So wie man den Aufstieg des Nationalsozialismus nur verstehen kann, wenn man ihn dem Faschismus zurechnet, gilt auch das Gegenteil: ohne Einbeziehung des Nationalsozialismus bleibt jede Faschismusdefinition unvollständig.»)
(7) Ibidem, p. 32
(8) E. von Beckerath, Wesen und Werden des fascistischen Staates, Julius Springer, Berlin, 1927
(9) W. Schieder, Faschistische Diktaturen, cit., p. 317. («Die Geschichte des Faschismus stellt sich in mancher Hinsicht als eine Geschichte seiner Deutungen dar»)
Noëmi Crain Merz ha compiuto i suoi studi a Basilea, Svizzera, e a Bologna. Da Febbraio 2010 è borsista del Fondo Nazionale Svizzero. Ha conseguito il dottorato di ricerca presso l’Universität Luzern con una tesi sulle donne di Giustizia e Libertà. I suoi interessi di ricerca principali riguardano la storia italiana del Novecento, la storia delle donne e relazioni di genere.

Fascismo e nazionalsocialismo a confronto