Dialoghi con l'architetto di Hitler
J. Fest, Dialoghi con Albert Speer, Milano, Garzanti, 2008
di Francesco Paolo Leonardo
Orientarsi tra le molteplici sfaccettature e le infinite contraddizioni che hanno segnato la vita e la personalità di Albert Speer non deve essere stato facile. Ci ha provato Joachim Fest, il più autorevole studioso tedesco del Terzo Reich, nonché biografo di Hitler e dello stesso Speer. Fu proprio lo storico e giornalista berlinese ad assistere l’architetto e amico del Führer nella redazione delle sue Memorie del Terzo Reich e dei Diari segreti di Spandau. Dialoghi con Albert Speer raccoglie i preziosi appunti presi da Fest nel corso dei numerosi incontri con colui che a tratti si presentò come il delfino di Hitler, quasi un suo alter ego, considerate le aspirazioni artistiche del dittatore nazista. La collaborazione con Fest fu particolarmente fitta e durò ben 15 anni, dal 1966, anno del rilascio di Speer dal carcere di Spandau a Berlino Ovest, dove aveva scontato i vent’anni di detenzione inflittigli al Processo di Norimberga, al 1981, anno della sua improvvisa morte a Londra. In carcere Speer diede ancora una volta prova delle sue sorprendenti capacità organizzative e per alleggerire gli anni di detenzione si improvvisò scrittore e biografo di se stesso. Ne venne fuori non soltanto una straordinaria testimonianza diretta sugli avvenimenti che segnarono gli anni del nazismo in Germania e di Hitler al comando del Reich, ma anche un’opera capace di mettere in evidenza la personalità complessa, a volte persino imperscrutabile, di Albert Speer, simbolo di quei tedeschi “apolitici” che individuarono nell’ascesa al potere dei nazisti un’irripetibile occasione per assecondare le proprie aspirazioni professionali, senza però sapersi dissociare dalla natura criminale del regime. Per rifinire la sua opera, che originariamente contava oltre duemila pagine, Speer si affidò a Wolf Jobst Siedler, dirigente delle case editrici Ullstein e Propyläen, che già nell’autunno del 1963 si era mostrato interessato alla pubblicazione delle sue Memorie. Per riorganizzare il testo Siedler decise di avvalersi, su suggerimento dello stesso Speer, dell’aiuto di un “consulente interrogante”, Fest appunto, capace non soltanto di snellire certe superflue prolissità, ma anche di richiamare l’attenzione dell’autore su eventuali omissioni o episodi trattati senza la necessaria accuratezza(1). In quel periodo, fra l’altro, lo storico berlinese stava per lasciare la direzione della Norddeutscher Rundfunk, l’emittente radiotelevisiva per la quale lavorava già dal 1961, per dedicarsi alla scrittura della biografia di Hitler, pubblicata poi nel 1973: in virtù della particolare fiducia di cui godeva presso il dittatore, Speer era un testimone di prim’ordine, «di quelli che ben di rado sono a disposizione di uno storico»(2), da cui era possibile trarre informazioni particolarmente significative sulla personalità di Hitler. Dopo una breve riflessione Fest accettò la proposta di Siedler, anche per approfondire e aggiornare il ritratto fatto dell’architetto nel precedente lavoro Il volto del Terzo Reich, ma senza ancora pensare alla possibilità di scrivere una biografia dello stesso Speer (cosa che poi fece molti anni dopo). In Dialoghi con Albert Speer vengono riportati sotto forma di appunti e annotazioni non solo i contenuti delle conversazioni, ma anche le pause, le incertezze, i momenti di tensione, i gesti, le espressioni del volto, i dubbi, le confessioni e a volte persino i rifiuti di un uomo ritenuto da molti non meno colpevole dei nazisti più fanatici giustiziati a Norimberga.
Figlio di una benestante famiglia di Mannheim, Albert Speer nasce il 19 marzo 1905. Il padre, uno dei più rinomati architetti della città, lo convince a proseguire la tradizione di famiglia negli studi e il giovane Albert, senza particolare entusiasmo, si iscrive alla Facoltà di Architettura prima a Karlsruhe, poi al Politecnico di Monaco e infine a Berlino, dove incontra il suo maestro Heinrich Tessenow, di cui presto diventerà assistente. I disordini derivati dalla fine della prima guerra mondiale e il clima di vessazione a cui fu sottoposta la classe borghese non sembrarono toccarlo più di tanto: la politica appariva al giovane Albert come qualcosa di lontano dal suo mondo, trovando una compensazione nella letteratura, nell’arte e soprattutto nel rapporto con la natura, da preservare dalle crescenti spinte innovative imperanti nell’epoca dell’industrializzazione. Il primo contatto con Hitler è datato dicembre 1930, quando in una sala riunioni dell’Hasenheide di Berlino, un incerto Speer, pressato dai suoi studenti, segue per la prima volta un discorso del futuro Cancelliere. Ne rimane profondamente impressionato e non tarda a iscriversi al partito. Speer decise di aderire al partito non tanto per le sue idee politiche o per il suo programma, quanto per l’entusiasmo, la ferrea determinazione, l’abilità oratoria, il carisma emanato da Hitler. Infatti segue la testimonianza diretta di Speer che spiega la sua decisione, più emotiva che razionale. «Mi sentivo trascinato dall’entusiasmo stesso da cui era continuamente sorretto il discorso, un entusiasmo così intenso che mi sembrava di poterlo toccare. Esso demoliva ogni riserva, ogni scetticismo, e faceva ammutolire gli avversari, creando, in certi momenti, l’impressione di un’unanimità di consensi che non esisteva»(3). La svolta, tuttavia, si avrà soltanto nel 1932, quando il partito, grazie alla mediazione dell’amico Karl Hanke, gli comincia ad affidare i primi incarichi professionali: in pochi anni Speer passa dalla ristrutturazione delle sedi decentrate del partito all’ingrandimento dei più importanti edifici di rappresentanza del governo, come il Ministero della Propaganda di Goebbels e più tardi la Nuova Cancelleria. Nel 1934 la morte di Paul Ludwig Troost, fino a quel momento l’architetto preferito da Hitler, spiana la strada all’emergente artista, che incarico dopo incarico dimostra di unire a pregevoli capacità creative un’efficienza e un rispetto delle scadenze che attirano l’attenzione del Führer. Da questo momento Speer conoscerà un successo dopo l’altro: si occupa nei dettagli dell’organizzazione delle adunate di massa, costruisce gli impianti per i congressi annuali del partito a Norimberga, dirige l’ufficio “Bellezza del lavoro” presso il Fronte tedesco del lavoro, viene nominato ispettore generale per l’edilizia, ottiene premi internazionali per le opere compiute. Instaura con Hitler un rapporto di reciproca ammirazione: i due trascorrono ore e ore a progettare la reimpostazione urbanistica di numerose città tedesche e di Berlino, che si sarebbe dovuta trasformare in Germania, la nuova capitale del mondo dalle dimensioni gigantesche. Nonostante Hitler gli garantisca finanziamenti illimitati, l’entrata in guerra rallenta e condiziona i lavori. Nel 1942, tuttavia, la stima di cui gode Speer non si è ancora incrinata: viene nominato Ministro per le Armi e le Munizioni, come successore di Fritz Todt, morto in un sospetto incidente aereo. Adesso non è più soltanto l’architetto di Hitler, ma uno fra i principali gerarchi del regime. I bombardamenti alleati danneggiano gravemente la produzione degli armamenti, ma nonostante le evidenti difficoltà nell’approvvigionamento delle materie prime, Speer riesce a incrementare costantemente la produzione, toccando l’apice nell’autunno del 1944. Contemporaneamente prova a convincere Hitler dell’inutilità della continuazione di un conflitto ormai perduto, un atteggiamento che lo getterà in cattiva luce nella cerchia del Führer, soprattutto dopo che il suo nome comparirà sulla lista dei ministri della Germania post-hitleriana redatta dai congiurati del 20 luglio. Negli ultimi mesi di guerra Speer sabota apertamente la politica della “terra bruciata” voluta da Hitler, risparmiando dalla distruzione impianti e infrastrutture fondamentali per la ricostruzione a guerra conclusa. Poco prima della caduta di Berlino, raggiunge il bunker della Cancelleria e confessa a Hitler di aver trasgredito gran parte dei suoi ordini. Il dittatore (forse in virtù dell’antica amicizia) gli risparmia il plotone di esecuzione, ma dopo appena un mese Speer viene catturato dagli Alleati e sottoposto al processo che vede tra gli imputati i principali esponenti del regime. Grazie a un abile tattica difensiva viene condannato a vent’anni evitando l’impiccagione: davanti al tribunale militare internazionale si assume le proprie responsabilità per i crimini commessi dal regime, prendendo le distanze da quegli imputati che dichiararono di non sapere o di aver solo eseguito degli ordini. Le sue Memorie del Terzo Reich, pubblicate nel 1969, divengono un bestseller mondiale. Seguono nel 1975 i Diari segreti di Spandau e nel 1981 Lo Stato schiavista: presa di potere delle SS.
Dialoghi con Albert Speer traccia il percorso che ha portato alle suddette pubblicazioni, discostandosi per stile e impostazione da qualsiasi altro testo monografico. Dà quasi l’impressione di un diario di bordo con tanto di data e luogo dell’incontro in questione, di un resoconto, frammentario solo superficialmente, di quasi 15 anni di collaborazione. Scorrendolo, il lettore intuisce subito il perché dell’interesse che un personaggio come Speer suscita ancora oggi. Molte delle contraddizioni che scandirono la sua vita rimangono tuttora incomprensibili, se non nel quadro di un carattere singolarmente incoerente. Joachim Fest dà ancora una volta prova della sua capacità di esaminare il fondo individuale e psicologico dei personaggi storici cercando di spiegare come un uomo dalle caratteristiche di Speer, ovvero colto, intelligente, ricco di talento, acuto, idealista e concreto allo stesso tempo, estremamente diverso dal tipico dirigente politico nazista, possa aver ceduto alle lusinghe di un regime sanguinario come quello di Hitler. «Speer è simpatico, intelligente e riflessivo nel parlare. Però io mi domando se non siano proprio questi tratti civili ed educati a rendere spaventosi lui e quelli come lui. Perché se perfino un uomo con la sua educazione, i suoi metri di giudizio e quella che va indubbiamente considerata una sensibilità morale non solo non si scandalizzò dei crimini che venivano commessi attorno a lui, ma poté anche sedersi a tavola con i criminali… allora dov’è il confine? Evidentemente non esiste. Tutto è inaudito. Paradossalmente […] non sono i “criminali politici” a sgomentare tanto. In effetti esistono in ogni società. E guardandoli in faccia si capisce subito che cosa ci si può aspettare da loro. Agli Speer invece non si legge in faccia niente, o semmai solo impressioni errate. Fanno crollare un’intera concezione dell’uomo»(4). Da questo punto di vista Speer si propone come un personaggio inquietante e soprattutto rappresentativo di molti altri suoi connazionali incapaci di mantenere una propria autonomia di giudizio di fronte al dilagante terrorismo nazista. La sua avversione nei confronti della politica avrebbe dovuto metterlo al riparo dalla propaganda del regime e dall’appeal, comunque forte, dell’ambizioso partito hitleriano. Al contrario, il suo attivismo pragmatico cedette al potere seduttore del nazionalsocialismo, individuando in esso la grande causa a cui dedicare la propria vita e la propria carriera. Speer fu certamente un architetto ambizioso che individuò nel partito nazista un trampolino di lancio per la propria carriera, ma non per questo fu un antisemita o un ideologo del regime, né tanto meno considerò mai con serietà le dissennate teorie pangermaniche dei vari Himmler e Rosenberg. Il suo vero “catalizzatore” si chiamò Adolf Hitler: fu lui a renderlo il primo architetto del Reich e Speer deve a lui il suo ingresso, in qualità di ministro degli Armamenti, in quel mondo della politica a cui aveva da sempre guardato con diffidenza. Fu il loro rapporto di amicizia a sancirne prima i successi, poi la rovina. «Non avevo altro pensiero che lui, subivo totalmente il suo fascino, ero legato a lui nel modo più incondizionato, con piena rinuncia alla mia volontà: ero pronto a seguirlo dovunque»(5): con questi termini Speer spiega nelle Memorie la dipendenza dal Führer. Col passare degli anni si alimentarono, tuttavia, in lui le perplessità riguardo la presunta infallibilità del suo mentore, nonché sugli aspetti ambigui e sulla sempre più dubbia moralità del regime. Morto Hitler e crollate le megalomani pretese architettoniche (e imperialiste visto che si pronunciò nel 1939 per l’entrata in guerra), Speer aprì definitivamente gli occhi sulla natura criminale del regime che aveva servito per anni, rendendosi conto di essere stato coinvolto molto più profondamente di quanto avesse mai sospettato.
(1) J. Fest, Speer. Una biografia, Garzanti, Milano, 2004, pp. 376-377.
(2) Id., Dialoghi con Albert Speer, Garzanti, Milano, 2008, p. 7. La prima edizione dell’opera viene pubblicata in Italia nel novembre del 2008, a oltre due anni dalla morte dell’autore. In Germania esce tre anni prima col titolo Die unbeantwortbaren Fragen. Notizen über Gespräche mit Albert Speer zwischen Ende 1966 und 1981, Rowohlt, Reinbek, 2005. Per una più approfondita trattazione della vicenda biografica di Albert Speer cfr. J. Fest, Speer. Una biografia, Garzanti, Milano, 2000.
(3) A. Speer, Memorie del Terzo Reich, Mondadori, Milano, 1997, p. 22.
(4) J. Fest, Dialoghi con Albert Speer, cit., p. 141.
(5) A. Speer, Memorie del Terzo Reich, cit., p. 58.

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