Modernità: epoca della secolarizzazione
Augusto Del Noce, Modernità. Interpretazione transpolitica della storia contemporanea, Morcelliana, Brescia 2007, pp. 96.
di Andrea Paris
Il percorso intellettuale di Augusto Del Noce (1910-1989) inizia negli anni Trenta con una serie di studi sulle origini del pensiero moderno nella Francia di Descartes, Pascal e degli altri protagonisti filosofici del Grand Siècle(1). Fino agli ultimi anni egli continuerà ad insistere sulla necessità di ripensare e chiarire il concetto stesso di “modernità” come categoria non solo storiografica, ma essenzialmente filosofica. Ne sono testimonianza i due saggi, risalenti al 1981 e al 1982 che l’editore Morcelliana ripropone, preceduti da un ampio ed esplicativo saggio di Giuseppe Riconda, che di Del Noce è non solo interprete ed estimatore, ma anche continuatore originale.
Nel titolo del volume vengono sintetizzati quelli dei due saggi, rispettivamente L’idea di modernità e L’interpretazione transpolitica della storia contemporanea, con l’effetto di evidenziare il complesso rapporto tra modernità e contemporaneità, più precisamente tra pensiero (essenzialmente filosofico) moderno e storia (essenzialmente politica) contemporanea. Il grande tema del rapporto tra storia delle idee e storia dei fatti – destinato a non esaurirsi mai nel dibattito storiografico – è affrontato di petto da Del Noce, esponendo tesi ardite e controcorrente rispetto alle posizioni più comunemente accolte tra gli studiosi.
Il lettore che affronta queste pagine si trova di fronte ad una vera e propria summa di tesi maturate nell’arco di decenni e ciò non facilita certo l’approccio, ma può avvalersi della prefazione di Riconda, dove viene offerta una vera e propria guida alla lettura. Resta il fatto che quando un autore espone una sintesi estrema delle proprie ricerche, difficilmente può indicare nel contempo la chiave per intendere il profondo travaglio sotteso ad esse. A questo scopo è necessario tornare alle origini del suo percorso, cogliere le problematiche da cui è sorto, i punti di riferimento polemici; i rapidi cenni che intendo qui svolgere si muovono in questa direzione.
La produzione filosofica di Del Noce ha avuto una natura essenzialmente saggistica che ha mantenuto anche quando si è espressa sotto la forma di volumi. Dalla sua prima grande opera, Il problema dell’ateismo (1964) fino all’ultima, postuma, Giovanni Gentile. Per una interpretazione filosofica della storia contemporanea (1990) ci si trova di fronte ad un aggregato, più o meno organico, di saggi. Questa osservazione non riguarda solo la veste formale, ma ha un significato più profondo, legato alla particolare impostazione di una «filosofia attraverso la storia», come Del Noce amava definire il proprio pensiero. L’espressione potrebbe sembrare avvicinarlo ad una prospettiva storicista, ma proprio qui sta il nodo problematico di una ricerca che intende aprire la filosofia ad una piena considerazione della dimensione storica, senza però ricadere nella veritas filia temporis. Per cogliere l’estrema difficoltà e l’affascinante peculiarità di questo pensatore occorre tener presente il suo complesso rapporto con il cattolicesimo: a monte della sua produzione filosofica vi è un legame tenace, ma problematico, con la tradizione cattolica nella sua ortodossia dottrinale. Il legame risale alla prima educazione ricevuta in famiglia e su di esso Del Noce mantiene un atteggiamento di grande riservatezza; la problematicità sta nella continua ricerca di conferme dell’atto di fede, nel confronto incessante con le espressioni filosofiche laiche e nell’insoddisfazione nei confronti delle strade percorse dalla riflessione cattolica nell’arco della modernità, che a suo avviso difettano della capacità di comprendere a fondo e di entrare in dialogo con le esigenze più profonde dell’animo moderno.
Dall’insieme di questi fattori consegue la posizione così peculiare di un pensatore che non sembra trovare spazio negli indirizzi più comuni sia del pensiero laico che cattolico. Pur tentato dal modernismo e dal marxismo, egli non rientra nel progressismo cattolico e nel catto-comunismo(2), non sviluppa una metafisica nel senso tradizionale del termine, né rientra pienamente nell’impostazione dell’antimoderno cattolico, teso com’è a valorizzare il profondo legame della riflessione moderna con il divenire. Per cercare di cogliere la direzione nella quale si muove è necessario partire dalla sua particolare attenzione alla storia, che consegue dalla natura stessa del cristianesimo come annuncio di un intervento divino nella dimensione del tempo. L’atteggiamento della fede – scriveva Del Noce nel 1938 – implica «un interrogare la storia come se da essa potessimo trarre una parola di verità»(3). A distanza di oltre quarant’anni, nel saggio sull’Idea di modernità qui ripubblicato,si palesa ancora l’obiettivo di difendere la «possibilità del soprannaturale»: non si vuole solo affermare una dimensione ultima, un «totalmente altro» rispetto al piano storico, ma lasciare lo spazio a forme di intersezione dell’eterno nel temporale, di «presenza» di Dio nella storia. In questo consiste il carattere «cattolico» della riflessione delnociana, che comporta per la filosofia un compito non costitutivo o fondativo dell’esperienza, ma essenzialmente critico: smascherare la tendenza del pensiero a chiudersi nel cerchio dell’immanenza, allo scopo di lasciare un campo aperto alla possibilità, all’imprevedibile, ossia – in termini cristiani – al miracolo(4).
Del Noce vuole evidenziare la stretta interdipendenza tra la chiusura filosofica nell’immanenza e una concezione della storia come processo unidirezionale. Le nostre categorie filosofiche, gli schemi mentali con cui inquadriamo e giudichiamo gli avvenimenti, sono condizionati a monte da una visione della storia della filosofia che si è imposta sotto forma di un larvato dogmatismo(5). È una visione di tipo progressista: l’umanità ha compiuto un percorso che rende impossibile tornare ad un approccio religioso alla realtà. L’uomo divenuto adulto si emancipa dalle forme di «minorità» intellettuale, quali le credenze nelle religioni, nel soprannaturale, nel miracolo. Di qui il senso assiologico che a giudizio di Del Noce ha assunto il termine “modernità”, concepita come svolta antropologica rispetto ai due precedenti stadi, antico e medioevale. La grande cesura della storia non è più individuata nell’evento dell’Incarnazione, ma nel passaggio dall’infanzia alla maturità, ossia nel moderno.
Le correnti dominanti del pensiero moderno sostengono una «scommessa» sull’uomo come padrone e artefice del proprio destino, è questo un dato che può essere giudicato positivamente o negativamente a seconda della prospettiva laica o religiosa dell’interprete. L’originalità di Del Noce non sta nell’aver evidenziato questa alternativa, già propria del pensiero antirivoluzionario e antimoderno del XIX secolo. Il suo obiettivo è piuttosto di mettere in piena luce il carattere opzionale del laicismo moderno, mentre esso tende ad essere occultato. Le categorie storiografiche sono, a suo giudizio, una copertura che cela una scelta di campo, cercando di presentare come necessario ciò che è contingente. L’onestà intellettuale impone di ammettere che laddove si è compiuta una scelta, si verifichi la sua giustezza in base ai risultati. Il pensiero filosofico moderno non può non assumersi la responsabilità degli esiti, anche sul piano politico, della modernità. Il senso dell’espressione «interpretazione transpolitica della storia contemporanea» è in questo forte nesso che viene affermato tra storia filosofica e politica, non un nesso diretto di causa-effetto, ma una complessa interazione. Le critiche generalmente mosse a questo approccio tendono a concepirlo, in modo riduttivo, come un tentativo di derivare la storia politica dalle idee filosofiche, ma la questione è molto più complessa. Ritengo indispensabile, al fine di cogliere in profondità il singolare percorso delnociano, tener presente un filo conduttore sottile ma decisivo: la ricerca di una coerenza tra pensiero e vita come fattore fondamentale nell’evoluzione storica della filosofia(6).
Il problema dell’ateismo si apre con un lungo saggio – originariamente concepito come introduzione, ma che supera le duecento pagine - intitolato Il concetto di ateismo e la storia della filosofia come problema. Opponendosi alla concezione lineare della storia della filosofia moderna, Del Noce descrive un singolare processo di alternanza tra formulazioni sistematiche del pensiero razionalista e forme di ateismo: «Le quattro forme essenziali dell’ateismo presentano certi tratti comuni: lo sfasciamento della struttura sistematica che rappresenta la “chiusura” dei razionalismi metafisici in nome di una riconciliazione con la realtà e con l’orientamento delle scienze»(7). In estrema sintesi, Del Noce sostiene che ai tentativi razionalistici di offrire una visione sistematica della realtà conseguono forme di reazione che, alla ricerca di una aderenza ai fatti concreti e alla coerenza tra pensiero e vita, sfociano in diverse tipologie di ateismo. La sopra accennata tendenza “conciliativa” si esprimerebbe in particolare nel rapporto tra ragione filosofica e fede cristiana, cercando una conservazione della religione (o, almeno, dei valori ad essa connessi) nella filosofia. A questo proposito compare spesso, nelle opere delnociane, la metafora di una «diga contro l’irreligione» che più volte, da Cartesio a Kant fino ad Hegel, sarebbe stata eretta, per poi subire gli attacchi di una critica demolitrice. La dimensione politica si inserisce pienamente in questo contesto: la difesa dell’ordine chiede una «formula ideale» filosofico-religiosa che la sostenga, e già negli anni Quaranta Del Noce denunciava una profonda crisi a questo proposito: «L’età barocca è […] caratterizzata dalla non corrispondenza tra la situazione spirituale e l’ideale politico. La prima è segnata dalla problematizzazione della fede in quanto verità (come la verità possa diventare mia verità). L’ideale politico si configura invece come la restaurazione politica, quindi esterna, dell’unità di fede, con il risultato della riduzione della religione a forza politica»(8).
Seguendo gli sviluppi moderni del problematico rapporto tra razionalismo e cristianesimo, Del Noce insiste in particolar modo sulle conseguenze dell’esclusione del sovrannaturale sulla nozione stessa di filosofia: dalla posizione classica in cui il mondo diventa filosofia nell’autocoscienza, si passa ad una filosofia «che diventa mondo», ossia che si oltrepassa nella realizzazione politica e cerca in questa la sua verifica. Il senso della realtà non è dato, ma costruito dall’uomo attraverso la sua storia, nel saggio L’idea di modernità Del Noce riprende l’intuizione di Max Scheler sulla «sostituzione all’idea dell’homo sapiens, misurato dalla sua partecipazione al Logos, di quella dell’homo faber, con le conseguenze, del resto già presenti nel Marx delle Tesi su Feuerbach, della negazione dell’idea che l’uomo abbia una natura e dell’affermazione che la prassi diventi la misura della verità» (p. 48). L’accenno a Marx è assai significativo e riassuntivo della visione delnociana: a suo parere nell’XI Tesi su Feuerbach è condensato il senso di una trasformazione radicale del concetto stesso di filosofia: «I filosofi hanno solo interpretato in modi diversi il mondo; ma si tratta di mutarlo»(9).
Una volta caduta l’ipotesi di una sorta di cooperazione tra Dio e uomo nella storia, quest’ultimo si deve caricare interamente della responsabilità dei suoi atti, ma questo peso potrebbe essere schiacciante. Del Noce vuole smascherare dei particolari dinamismi culturali che intervengono a “deresponsabilizzare” l’uomo moderno: una lettura della storia secondo le categorie di progresso-reazione (strettamente connessa al passaggio ad una filosofia della prassi nel senso sopra accennato), ad esempio, porta a riversare il negativo (inteso come violenza) su quelle posizioni politico-culturali tacciate come reazionarie, ossia impegnate ad ostacolare il progresso della storia verso la libertà. L’interpretazione dei regimi totalitari “di destra” è a suo giudizio emblematica in questo senso: un disperato tentativo di opporsi al corso della storia sarebbe la ragione profonda del loro carattere strutturalmente violento. Del Noce iniziò a riflettere attentamente su questo tema nei primi anni Sessanta, stimolato dal confronto con l’opera di Ernst Nolte, Der Faschismus in seiner Epoche dove lo storico tedesco aveva, a suo giudizio, formulato rigorosamente un’idea largamente diffusa: «quella secondo cui i fenomeni fascisti dovrebbero venire sussunti sotto il concetto generale di controrivoluzione. Visto nel suo aspetto più profondo, come fenomeno transpolitico, il fascismo sarebbe per il Nolte una disposizione di «resistenza contro la trascendenza», termine con cui intende non la trascendenza religiosa, ma quella che «oggi si suol chiamare “trascendenza orizzontale”, trascendimento storico, insomma»(10).
Il difetto di una simile prospettiva interpretativa sta per Del Noce nel sottovalutare il rischio di catalogare come reazionaria ogni forma di conservazione o difesa di valori tradizionali, ma una forma di conservazione è resa necessaria dalla dinamica, sopra accennata, della responsabilità. Se l’uomo non è visto come responsabile dei suoi atti verso Dio, è tuttavia laicamente responsabile di fronte all’umanità e ciò impone l’affermazione di un positivo, di una conservazione di “valori” attraverso le generazioni. Il secondo saggio, qui pubblicato, pone in questione l’estrema problematicità di una posizione che essendosi autoaffermata attraverso una cesura col passato tende inesorabilmente verso l’idea di rivoluzione, ma nel contempo non può interamente disconoscere il passato senza pervenire ad un esito nichilistico. Si incontra qui una delle tesi fondamentali di Del Noce: la rivoluzione che la modernità attende si compie nella contemporaneità, ma arrestandosi alla sua fase critico-nichilista, di devalorizzazione e di destrutturazione della tradizione, senza costruire valori alternativi che possano cementare un’autentica solidarietà umana. Il secondo saggio offre al lettore una sintesi degli argomenti che hanno sollevato le maggiori perplessità e critiche, a cominciare dal suo quasi coetaneo e compagno di studi Norberto Bobbio. Nel ricostruire il processo dissolutivo del concetto di rivoluzione, Del Noce non sembra affermare un salto qualitativo tra la fase sacrale della secolarizzazione (il periodo dei regimi totalitari) e la fase laicizzata (le democrazie occidentali postbelliche)(11). Per quanto strutturalmente imperfetta, la democrazia offre un bene relativo (le libertà individuali) che Del Noce non può certo disconoscere, ma la sua attenzione è evidentemente rivolta altrove, al rischio di un approdo nichilistico della fase postmoderna, per questa ragione egli dà l’impressione di non soffermarsi a valorizzare quegli spunti imperfetti di libertà che la società occidentale offre, pur tra molte contraddizioni. Egli sembra pertanto – come osservava Bobbio – guardare la storia da un’altezza eccessiva e, volendone abbracciare il senso complessivo, correre il rischio di perdere di vista sfumature decisive. Senza dubbio Del Noce offre il fianco a una tale critica, soprattutto laddove procede in modo sintetico e assertorio come in questi saggi qui ripubblicati. Per cogliere appieno il valore della sua opera è necessario, a mio avviso, superare questo primo livello e cogliere il lato più aperto della sua ricerca. Se ne possono così assaporare i molti e ricchi spunti che può offrire, qualunque sia la posizione culturale del lettore. Il suo discorso, ad esempio, può essere di stimolo ad intellettuali cattolici per sollecitare un’autocritica del loro assoggettamento alle posizioni culturali laiche. Ai lettori laici può invece offrire uno stimolo a riflettere sul rischio sempre incombente di mitizzare, di sostituire al Dio tradizionale nuovi idoli, al dogmatismo cristiano un dogmatismo latente, un invito, dunque, alla piena libertà di pensiero.
(1) Questi studi sono stati ripubblicati postumi in A. Del Noce Da Cartesio a Rosmini, a cura di F. Mercadante e B. Casadei, Giuffrè, Milano, 1992. Già negli anni Sessanta egli stesso aveva offerto una sintesi dei loro risultati nell’opera Riforma cattolica e filosofia moderna, vol. I, Cartesio, Il Mulino, 1965, purtroppo da allora mai ripubblicata e oggi pressoché introvabile.
(2) Del Noce visse una breve stagione di vicinanza alla sinistra cattolica nella prima metà degli anni Quaranta, quando entrò in contatto con Felice Balbo e Franco Rodano, ma non aderì al partito della sinistra cristiana nell’atto della sua costituzione. La sua esperienza personale e i giudizi filosofico-politici che ne trasse sono riassunti nella sua opera Il cattolico comunista, Rusconi, Milano, 1981.
(3) Cfr. A. Del Noce, Da Cartesio a Rosmini, cit., p. 384.
(4) Cfr. A. Del Noce, Il problema dell’ateismo, Il Mulino, Bologna, 19902, p. 21: «L’empirismo radicale è cioè da questo punto di vista una filosofia interamente aperta che perciò è portata ad ammettere la possibilità del miracolo. È al limite la filosofia di Pascal quando si accetti il suo asserto che “la verità è una persona”, e che una persona non si dimostra, ma si coglie in un’esperienza immediata…».
(5) Cfr. A. Del Noce, Il problema dell’ateismo, cit., p. 9: «La problematizzazione del fenomeno dell’ateismo, come dato primo dell’attualità storica, problematizzazione resa necessaria così dalla forma problematica (postulatoria), in cui l’ateismo di oggi è costretto a presentarsi, come dalla chiara consapevolezza, raggiunta negli ultimi decenni, che esso è il momento ultimo di quella direzione filosofica che definirà come razionalismo, importa, quale questione “teoreticamente” prima, quella della visione ordinaria della storia della filosofia».
(6) Da notare che il tema dell’ateismo, così centrale negli scritti maturi, viene posto in relazione alla ricerca di una coerenza tra pensiero e vita all’interno dell’orizzonte razionalistico moderno, dove vengono date per ovvie o indubitabili certe premesse e presupposti che Del Noce cerca invece di rendere problematici. In PA, pp. 22-23, Del Noce sostiene che le forme moderne di ateismo conseguono alla crisi dei sistemi razionalistici, sono una reazione alla loro struttura chiusa, nella ricerca di una riconciliazione con la realtà.
(7) Cfr. A. Del Noce, Il problema dell’ateismo, cit., p. 23. Giustamente Riconda insiste, nella sua Prefazione su queste fondamentali pagine delnociane.
(8) Cfr. A. Del Noce, Scritti politici. 1930-1950, a cura di T. Dell’Era, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2001, p. 374.
(9) La visione della storia della filosofia offerta da Del Noce si caratterizza per l’enorme importanza che egli attribuisce al marxismo; così egli riassume la sua visione nell’Epoca della secolarizzazione: «Nel 1964, infatti, nel mio libro Il problema dell’ateismo, definii la peculiarità della storia contemporanea per il suo carattere di storia filosofica. Il mio punto di vista, che mantengo oggi del tutto invariato, era semplice: se si riconosce un carattere genuinamente filosofico all’opera di Marx, bisogna prendere alla lettera la sua frase secondo cui la sua concezione è quella di una filosofia che diventa mondo (che si oltrepassa nella realizzazione politica e cerca in questa la sua verifica) opposta a quella di un mondo che diventa filosofia nell’autocoscienza; se poi la storia contemporanea non può essere compresa che in relazione alla rivoluzione comunista, essa acquisisce un carattere nuovo, diverso da tutta la storia precedente, soprattutto dal Rinascimento in poi. Non è più soltanto una storia che può essere compresa del filosofo; è una storia che è fatta dal filosofo, perché il valore del pensiero è per Marx quello di realizzare la condizione per un’azione efficace a trasformare la società e il mondo» (Giuffrè, Milano, 1970, p. 116).
(10) Cfr. A. Del Noce, L’epoca della secolarizzazione, cit., p. 114. La citazione è tratta da un saggio che appartiene ad un momento decisivo del percorso filosofico di Del Noce, Appunti per una definizione storica del fascismo, originariamente una conferenza tenuta nel 1969 presso l’Unione italiana per il progresso della cultura. Dopo aver formulato dei giudizi “a caldo” sul fascismo nell’immediato dopoguerra, che a mio parere si distinguono ancor oggi per una notevole lucidità ed attualità, (consultabili nella sopra citata raccolta Scritti politici. 1930-1950), Del Noce non tornò sul tema del fascismo fino all’inizio degli anni Sessanta.
(11) Cfr. A. Del Noce, L’epoca della secolarizzazione, cit., pp. 116-117: «Nell’epoca della secolarizzazione noi possiamo distinguere un periodo che si può dire sacrale (in relazione al fenomeno delle religioni secolari, che accomunano comunismo, nazismo e fascismo) e un periodo profano; a un dipresso, e con l’approssimazione necessaria delle date, possiamo dire che il primo si chiude con la morte di Stalin. Fascismo e nazismo appartengono interamente al periodo «sacrale»; fenomeno nuovo che caratterizza in maniera precipua il periodo «profano» è la società opulenta».

Modernità: epoca della secolarizzazione