Conferenza
La psicologia evoluzionistica e l'etologia umana per storici dei comportamenti
La tradizione degli Annales in Francia era già autorevole negli anni ’60 quando nacque il concetto di mentalità. Nella concezione di Lucien Febvre e del suo allievo Robert Mandrou, ci volevano concetti piu soddisfacenti per spiegare il comportamento specifico in epoche pre-moderne che non la coscienza di classe. Gli storici degli Annales erano aperti per temperamento ad altre scienze sociali, anche se gli studenti francesi di storia non erano formati in modo pluridisciplinare. Gli studi storici sono andati molto avanti in appena una generazione, frutto di un’alleanza della storia con la scienza economica, la demografia e l’antropologia. In ogni caso, era possibile trovare documenti d’archivio che potevano essere illuminati o spiegati meglio con idee provenienti da altre discipline. Fu il collegamento con l’antropologia che determinò la nascita del concetto di mentalità negli ultimi anni ’60 e negli anni ’70. Ispirandosi all’opera di Lucien Levy-Bruhl e Marcel Mauss, gli storici francesi pensavano che ogni società fosse provvista di strutture mentali specifiche che condizionassero la maniera di percepire il mondo esterno.
Dal concetto di mentalità e dall’abbinamento della storia con l’antropologia nasceva l’impressione che le società umane fossero (e sono) diversissime. Per deformazione professionale, storici e antropologi studiano sopratutto le differenze tra epoche e tra società, invece di interessarsi anche a ciò che hanno in comune. Questa tendenza è andata lontana. In tempi recenti una corrente particolare di antropologia culturale, quella di Clifford Geertz e dei suoi seguaci, ha concepito ogni società come un sistema autonomo di riferimenti culturali. Così, ogni società diventa incomprensibile per i membri di ogni altra. Si parla di “Altri” con l’ “A” maiuscola.
Oggi sappiamo che il termine “mentalità” è una trappola tautologica. C’erano diverse difficoltà nascoste dietro il concetto che lo rendevano insostenibile. La prima questione è che ogni società è chiusa ermeticamente e non comunica con le altre vicine. Il termine “mentalità” presume che le società siano ben distinte le une dalle altre. Sopratutto il concetto determina una semplificazione della nozione di credenza (di che cosa sia e del modo ambivalente o provvisorio in cui gli individui credono). Non c’è evidenza nella psicologia cognitiva che individui di altre società abbiano meccanismi cognitivi diversi da noi e che noi non possiamo comprendere. Gli “Altri” sono una finzione inventata da filosofi e antropologi. Ci sono sempre stati antropologi piu scettici, come Malinowski che capiva che questi “primitivi” sono individui come noi: invece di credere a tutto quello che ci dicevano sul loro universo culturale, bisognava osservare il loro modo di agire, perchè il comportamento reale degli individui si differenzia sempre dalle norme. Contro l’approccio relativista, alcuni antropologi oggi ci esortano ad eliminare completamente il termine cultura che spiega poco. Ci esortano invece a guardare alla natura umana.
Io vedo l’applicazione della psicologia evoluzionistica e dell’etologia umana come un nuova opportunità di associare alle fonti storiche tradizionali idee nuove - e migliori - sulle motivazioni dei comportamenti in generale.
Un progetto intellettuale vicino alla disciplina storica è l’etologia umana, cioé la biologia del comportamento. Le basi teoretiche provengono dalle osservazioni di etologi animali come Konrad Lorenz e il suo studente Irenaus Eibl-Eibesfeldt. Questi cominciarono ad osservare le costanti nei comportamenti di pesci ed oche, che permettevano conseguentemente di capire meglio gli uomini. Questi comportamenti sono paragonabili in tutti gli animali complessi. Il primo manuale di etologia umana, quello di Eibl-Eibesfeldt, è uscito solo nel 1989. L’etologia si distingue dalla sociobiologia per diversi aspetti. Invece di spiegare molto con poche osservazioni, gli etologi ammucchiano una grande quantità di osservazioni dettagliate, spesso con l’aiuto della pellicola, e poi costruiscono un modello della natura umana, come la maggiore parte degli storici, per induzione.
Gli etologi più celebri ai nostri giorni sono Jane Goodall, che studia gli scimpanzè nella foresta della Tanzania, e l’Olandese Frans de Waal, che studia piccoli gruppi di scimmie in cattività osservando e registrando ogni loro minima azione per anni interi. I primati mostrono un ventaglio di emozioni e molti tipi diversi di relazioni sociali e la loro empatia e simpatia si ritrovano anche in noi.
Negli anni ’90, i principi della psicologia evoluzionistica e dell’etologia sono entrati nelle riflessioni degli studi sociali. Sono vent’anni che alcuni storici commentano queste discipline non molto tempo dopo la pubblicazione dei libri di Wilson. Come sfruttare queste idee con progetti empirici che lasciano risposte aperte? Ci sono diversi storici che pubblicano ricerche ispirate da queste discipline ed esistono riviste di biologia aperte a studi storici. Fino ad oggi queste pubblicazioni sono poca cosa e si limitano sopratutto a problemi demografici. Al di fuori di questo campo, il lavoro che ho visto è deludente, tecnicamente molto rozzo, basato sopratutto sulla lettura di fonti letterarie. Per esempio, le riviste che pubblicano questi studi non citano nemmeno i convenzionali riferimenti archivistici. Così, l’approccio evoluzionistico alla storia rimane sempre a uno stato infantile. Vorrei segnalare parecchi studi storici fatti da antropologi, psicologi e storici che sono esemplari nel senso che ci pongono nuove domande verificabili in modo più empirico.
L’antropologa Sarah Blaffer Hrdy si serve della teoria evoluzionistica per spiegare l’universalità dell’infanticidio negli uomini come nei primati. Solo negli umani sono le madri a uccidere i loro bambini, però le scimmie madri uccidono i piccoli di altre femmine. Le madri dovunque devono fare la scelta difficile di conservare o meno i piccoli alla nascita valutando la probabilità della sopravivvenza (lo devono fare subito perchè l’avviamento dell’allattamento cambia fisiologicamente la madre e il riconoscimento del bambino fa si che l’abbandono o l’infanticidio sia difficilissimo). Dove ho potuto applicare queste teorie, ad esempio in Toscana nei tempi di carestia, risulta che vengono battezzati due volte piu maschi che femmine e si può ipotizzare che l’infanticidio sia applicato ad un terzo (fino ad un quarto) delle nascite. Le coppie sposate eliminavano la bambina subito alla nascita, sacrificando la neonata per meglio assicurare la sproavivvenza degli altri. Questa pratica persiste nell’assenza totale di conseguenze giudiziarie, senza dubbio era nota alle levatrici, alle partorienti e anche ai parroci fino almeno all’ultimo Settecento.
Altri studi analizzano i modi di esercitare il potere. Una delle analisi piu influenti e quello di Martin Daly e Margo Wilson che utilizzano la teoria di Darwin per spiegare come la violenza e l’omicidio siano radicati nella natura umana. I tassi di violenza variano molto, pero l’omicidio premeditato e quello accidentale obbediscono a passioni universali. Confrontando le statistiche della polizia degli Stati Uniti con quelle di diversi altri paesi, e approffitando anche degli studi sulla violenza nell’Inghilterra medievale, gli autori mostrano, categoria per categoria, come gli stessi attori si ritrovano dovunque animati dalle medesime ragioni.
Il lavoro di Daly e Wilson è esemplare nel senso che ci aiuta a capire fenomeni complessi con una grande economia di mezzi teorici. Dopo vent’anni di studi sulla violenza negli archivi giudiziari di Francia e Italia, non ho trovato niente che possa infirmare quelle tesi. Ma dovrebbe essere possibile esaminare gli archivi con un occhio nuovo, cercando di verificare o anche smentire aspetti della teoria. Gli storici hanno sempre sottolineato le variazioni nei livelli di violenza delle società studiate, ma qui la psicologia evoluzionistica ci mostra nuove domande e una nuova sensibilità verso la permanenza di alcune tensioni sociali.
Cosa concludere? La psicologia evoluzionistica e l’etologia umana ci spingono a illuminare i problemi storici in modo da evitare una specializzazione sterile. Si potrebbe rispondere che le differenze culturali sono problemi piu interessanti rispetto allo studio degli universali. Questa preferenza è legittima. Però non possiamo più fare storia sociale rimanendo indifferenti a questi studi. Risulta chiaro che l’utilizzazione dei discorsi foucaultiani per spiegare i comportamenti sia affatto sorpassata, così come sorpassate appaiono le altre teorie che non prestano attenzione agli universali umani o alla continuità tra comportamenti animali e umani. Però, non c’è ragione per gli storici di abbandonare le procedure intellettuali tradizionali. La storia scritta in una prospettiva evoluzionistica deve invece confermare gli studi storici precedenti con il vantaggio di una comprensione migliore.
Benedetto Croce ha sostenuto una volta che tutta la storia è storia contemporanea. Potremmo aggiungere che tutta la storia è storia universale. Questa prospettiva larga sulla condizione umana non può che essere salutare.